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10/04/2025
Cina e Indo-Pacifico

La minaccia persistente della radicalizzazione online in Malaysia

di Martina Bolzonello

Negli ultimi decenni, la Malaysia ha dovuto affrontare una crescente minaccia legata alla radicalizzazione online, un fenomeno che sfrutta le ordinarie piattaforme digitali per diffondere ideologie estremiste e reclutare nuovi membri. Con la diffusione capillare dell’accesso a Internet e il boom dei social media, infatti, i gruppi terroristi hanno trovato terreno fertile per espandere le loro fila e costruire vere e proprie comunità virtuali legate all’estremismo

Negli ultimi decenni, la Malaysia ha dovuto affrontare una crescente minaccia legata alla radicalizzazione online, un fenomeno che sfrutta le ordinarie piattaforme digitali per diffondere ideologie estremiste e reclutare nuovi membri. Con la diffusione capillare dell’accesso a Internet e il boom dei social media, infatti, i gruppi terroristi hanno trovato terreno fertile per espandere le loro fila e costruire vere e proprie comunità virtuali legate all’estremismo. 

Nel 2024, i servizi di sicurezza malaysiani hanno effettuato oltre 20 arresti legati al terrorismo. Tra questi, sono state condotte anche due operazioni interstatali nel mese di giugno che hanno portato alla reclusione di diversi individui connessi al terrorismo, soprattutto negli Stati di Johor, Kelantan, Penang, Selangor, Kuala Lumpur e Perak. 

I recenti sviluppi, legati all’incremento dell’estremizzazione, evidenziano come in Malaysia ci sia un rischio di radicalizzazione in continua evoluzione, in particolare legato alla rivoluzione digitale degli ultimi decenni. Ma qual è l’origine di questo fenomeno? 

Tra il 2014 e il 2019, piattaforme social come Facebook, Youtube e Telegram hanno svolto un ruolo centrale nella diffusione delle ideologie estremiste per i gruppi terroristi di tutto il mondo. Nello specifico in Malaysia alcuni gruppi, come lo Stato Islamico (IS) e Al-Qaeda, si sono serviti delle ordinarie piattaforme social per il reclutamento di individui. Tramite il mondo del web, infatti, i gruppi terroristi sono riusciti a diffondere le loro idee in maniera estremamente rapida e diretta. Grazie alla condivisione di video ben strutturati, messaggi emotivamente coinvolgenti e narrazioni volte ad esortare il martirio e la lotta armata, i terroristi hanno creato veri e propri network di individui disposti a sposare la loro causa. In Malaysia, infatti, si è assistito ad un aumento di individui auto-radicalizzati, che senza ma recarsi nei territori controllati da IS o  Al-Qaeda, hanno adottato la loro visione estremista, arrivando perfino a pianificare attacchi in suolo malaysiano. 

Oltre ai consistenti reclutamenti attuati dall’IS e da Al-Qaeda, in Malaysia, agisce anche Jemaah Islamiyah (JI), un gruppo particolarmente attivo nella regione a partire dagli anni ‘90 e storicamente legato ad Al-Qaeda. Il JI,grazie alle reti di madrase (scuola islamiche) e contatti personali, è stato fondamentale nel processo di radicalizzazione nel Paese, fungendo da trampolino per molti militanti che, dopo un primo contatto con l’organizzazione, sono confluiti nelle fila di IS e Al-Qaeda. Negli ultimi anni dell’era digitale anche il gruppo del JI ha sfruttato piattaforme online e social media come arma per diffondere la propria ideologia estremista. Tuttavia, a differenza dello Stato Islamico, che ha fatto un uso aggressivo e spettacolare della propaganda online, JI ha adottato un approccio più prudente e mirato, concentrandosi su contenuti religiosi, discussioni ideologiche e una graduale radicalizzazione degli individui.

​Sebbene le piattaforme digitali rappresentino oggi uno degli strumenti principali per la radicalizzazione jihadista in Malaysia, è fondamentale inquadrare questa dinamica all’interno di un contesto socio-politico più ampio. La vulnerabilità di alcuni segmenti della popolazione alla propaganda estremista non si spiega unicamente attraverso la tecnologia, ma affonda le radici in condizioni strutturali preesistenti. Le disuguaglianze socioeconomiche, in particolare tra le comunità giovanili delle aree periferiche e rurali, alimentano sentimenti di esclusione e risentimento, spesso amplificati da una percezione di ingiustizia nei confronti della distribuzione delle risorse e delle opportunità. A ciò si aggiungono tensioni etniche e religiose, che riflettono la complessa composizione demografica del Paese e che, talvolta, sono strumentalizzate da attori politici. Inoltre, misure securitarie come il Security Offences (Special Measures) Act (SOSMA) del 2012 — criticato per le sue implicazioni sulla libertà personale e la possibilità di detenzione senza processo — hanno contribuito a generare un clima di sfiducia nelle istituzioni, rafforzando le narrative vittimistiche promosse dai gruppi jihadisti. In questo contesto, il web non crea la radicalizzazione, ma ne diventa un efficace acceleratore.

Quale regione interessa la minaccia? Perché si parla di Malaysia?

Situata nel cuore del Sud-Est asiatico, la Malaysia è un crocevia strategico per il commercio e, negli ultimi decenni, anche per i movimenti jihadisti. La sua posizione geografica tra Indonesia, Thailandia e Filippine la rende un punto di transito chiave per militanti e cellule estremiste. 

Con una popolazione di circa 33 milioni di abitanti, la Malaysia è un Paese multietnico e multireligioso, ma il gruppo dominante è quello dei malayu musulmani (55-60%) di fede islamica. Questa identità religiosa, unita a fattori socioeconomici e politici,  ha reso la comunità dei malayu il principale bersaglio della radicalizzazione jihadista. Organizzazioni come Jemaah Islamiyah (JI) e lo Stato Islamico (IS) hanno sfruttato reti religiose e sociali per reclutare nuovi militanti, attirando anche cittadini malaysiani nei conflitti in Siria, Iraq e nelle Filippine meridionali.

Sebbene la Malaysia non sia stata teatro di attacchi terroristici di vasta scala come l’indonesia (che ha subito attentati gravosi a Bali nel 2002 e a Jakarta nel 2016), il Paese è diventato un hub di reclutamento, finanziamento e logistica per il jihadismo nella regione, costringendo le autorità a rafforzare le misure antiterrorismo. 

Il ruolo delle piattaforme online negli anni dello Stato Islamico

Tra il 2014 e il 2019 i social media sono stati uno dei principali motori del reclutamento e della radicalizzazione in Malaysia. La stragrande maggioranza dei malaysiani malayu che si sono recati in Iraq e Siria per unirsi all’IS, è stata principalmente reclutata attraverso i social media, tra cui Facebook e Twitter. In questo contesto, la funzione dei social media non si è limitata al recruitment, ma ha riguardato anche la facilitazione della logistica e la pianificazione degli attacchi. 

I militanti malesiani che operavano in Medio Oriente durante il periodo dell’IS erano utenti molto attivi sui social media e, in particolare, li utilizzavano per pubblicare aggiornamenti delle loro attività quotidiane tramite foto/video o post scritti. Le comunicazioni iniziavano tipicamente su piattaforme aperte, come per l’appunto, Facebook o Twitter,  e successivamente, si spostavano in piattaforme crittografate, come Whatsapp o Telegram,per garantire la segretezza della conversazione; un processo che alcuni degli analisti della sicurezza definiscono “i funnel della comunicazione”. Tutto ciò ha fatto sì che le persone disposte a sposare le cause dei terroristi aumentassero esponenzialmente. 

Uno dei molti episodi esemplificativi dell’attività terroristica malaysiana orchestrata attraverso i social media è stato l’attacco al Movida Bar (giugno 2016) a Puchong nel Selangor. L’attentato è stato pianificato e gestito in maniera virtuale da  Muhammad Wanndy Bin Mohamed Jedi (detto Wanndy), uno dei militanti malaysiani più attivi nel’IS in Iraq e Siria. Durante il processo, Wanndy è stato collegato ad almeno un terzo dei più dei 250 arresti per attività legate all’IS in Malesia tra il 2013 e il 2016: un’attività di recruiting tramite i social media a dir poco sorprendente. 

Le recenti tendenze del terrorismo in Malaysia 

Nel 2024, inseguito all’attacco alla stazione di polizia di Ulum Tiram, il governo malaysiano ha predispoto un’ondata di arresti preventivi legati al terrorismo. Secondo una recente indagine  condotta da The Diplomat, la quasi totalità degli arresti per terrorismo effettuati nel 2024 ha coinvolto individui con un’ampia presenza sui social media. I dati rivelano che nel 54% dei casi portati in tribunale, gli imputati erano accusati di possedere materiale legato all’IS, di aver prestato giuramento di fedeltà al gruppo o di averne manifestato il sostegno su una piattaforma social. Inoltre, si è compreso che i social media più utilizzati dai terroristi malaysiani non sono stati solamente i “big” come Facebook (collegato al 46% dei casi), Telegram, Instagram e TikTok, ma anche piattaforme più piccole come Element, Tam Tam, Threema e Hoop. 

La fascia d’età generalmente collegata alla radicalizzazione malaysiana è compresa tra i 30 e i 49 anni d’età e questo spiega l’ampio utilizzo di Facebook come piattaforma prediletta dai terroristi. In questo ambito, ha attirato l’attenzione il gruppo Facebook chiamato “Kumpulan Makan-Makan Kak” che potrebbe essere tradotto con “Gli incontri a tavola con la sorella Nor”: un gruppo social organizzato da una donna sulla quaratina per la gestione di alcune attività terroristiche affiliate all’IS. Questo episodio fa da portavoce al coinvolgimento femminile nel fenomeno della radicalizzazione malaysiano. Come testimoniano i recenti arresti del 2024, anche le donne sono parte attiva dei movimenti jihadisti. Al contrario di ciò che ci indicano le narrazioni tradizionali, le donne assumono anche ruoli di coordinamento e pianificazione degli attacchi stessi e sono viste come una risorsa dai gruppi jihadisti stessi. 

Le Contromisure

Per contrastare la radicalizzazione e l’uso improprio dei social media da parte dei gruppi estremisti, il governo malaysiano ha adottato un approccio integrato che coinvolge diverse istituzioni governative e le piattaforme digitali stesse. La Royal Malaysia Police (RMP), la Malaysian Communications and Multimedia Commission (MCMC) e il Ministero delle Comunicazioni stanno potenziando il monitoraggio delle attività sospette online, con l’obiettivo di individuare e rimuovere tempestivamente i contenuti estremisti prima che possano diventare virali e influenzare così individui vulnerabili. Parallelamente all’attivitá delle autoritá malaysiane, il governo sostiene la necessità di avere una collaborazione diretta con le aziende tecnologiche delle piattaforme social. In effetti, la condivisione di informazioni e dati tra le istituzioni malesi e le piattaforme social costituirebbe un elemento chiave per l’indentificazione e la neutralizzazione delle attività terroristiche online.

L’efficacia delle contromisure nel contesto della radicalizzazione terrorista dipende anche dalla collaborazione tra la Malaysia e i Paesi lmitrofi come  Indonesia, Singapore e Thailandia vista la natura transnazionale della minaccia.  Un coordinamento efficace tra i servizi di sicurezza della regione può aiutare a prevenire attacchi, smantellare reti terroristiche e colmare eventuali lacune di sorveglianza. 

ConclusioniIn un’epoca in cui la radicalizzazione avviene sempre più attraverso il web, la Malaysia si trova di fronte a una sfida complessa che richiede risposte coordinate e rapide. Sebbene le tendenze attuali siano di gran lunga inferiori rispetto al periodo 2014-2019, il continuo utilizzo dei social media per diffondere ideologie estremiste rimane preoccupante. I social media e il web continuano a rappresentare una parte fondamentale del modus operandi dei terroristi.

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