Nell’attuale congiuntura internazionale, segnata da un progressivo indebolimento delle garanzie di sicurezza tradizionali e da una crescente instabilità ai confini dell’Europa, l’Unione Europea sembra intenzionata a compiere un salto qualitativo nella propria postura strategica. L’iniziativa Readiness 2030, evoluzione del progetto ReArm Europe recentemente rilanciata dalla Commissione europea, non si limita a evocare un incremento della spesa militare, ma ambisce a ridefinire le coordinate stesse dell’autonomia strategica europea, ponendo interrogativi cruciali tanto sul piano politico quanto su quello economico-industriale. In questo quadro, il ruolo dell’Italia si configura come particolarmente delicato: al crocevia tra l’Alleanza Atlantica, le esigenze di bilancio, e la proiezione mediterranea della propria politica estera, il nostro Paese è chiamato a compiere scelte tutt’altro che scontate. Con l’On. Giangiacomo Calovini, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Affari Esteri alla Camera, abbiamo discusso del significato politico dell’iniziativa Readiness 2030, delle sue implicazioni per l’equilibrio tra sovranità nazionale e integrazione continentale, e delle prospettive di rilancio dell’Italia come attore centrale nel futuro della sicurezza europea.
Alla luce dell’adozione del piano Readiness 2030 e della possibilità di sfruttare margini fiscali straordinari per la difesa, ritiene che l’Italia debba accelerare verso l’obiettivo del 2% del PIL, magari sfruttando i prestiti europei del fondo SAFE? Quali priorità dovrebbero essere salvaguardate in parallelo, soprattutto nel quadro ristretto di bilancio attuale?
Io credo che l’obiettivo del 2% sia un obiettivo di primaria importanza che non può essere rimandato.
Lo scenario geopolitico internazionale è drasticamente cambiato negli ultimi anni e le priorità di oggi sono quelle di avere una difesa sicura e consolidata per ogni paese europeo. Il conflitto in Ucraina ha scosso moltissimo l’Europa, che è arrivata impreparata. In particolare, mi riferisco ai paesi fondatori come Germania, Italia e Francia, a differenza dei paesi dell’Est Europa che negli ultimi anni, vivendo in una zona geografica a ridosso della Russia, hanno già fatto degli investimenti importanti. Parallelamente gli Stati Uniti hanno sempre chiesto giustamente di aumentare la spesa per la difesa. L’obiettivo attuale del 2% del PIL credo che sia un obiettivo iniziale perché sappiamo bene che Washington chiederà al Vertice dell’Aia di fine giugno di raggiungere anche quote più alte. Fatte queste premesse mi preme dire che, seguendo un ragionamento di tipo politico, qualsiasi strada che il governo e lo Stato italiano decidano di intraprendere per raggiungere l’obiettivo debba essere seguita. Definire poi le modalità e gli strumenti di azione sarà compito dei tecnici.
Una parte significativa dell’iniziativa è orientata a rafforzare la base industriale e tecnologica della difesa europea. Quali strumenti ritiene più efficaci affinché gli investimenti non si concentrino esclusivamente su pochi grandi attori, ma favoriscano anche la crescita di un tessuto produttivo nazionale diffuso, con ricadute positive in ambito civile e duale?
Innanzitutto è chiarissimo che per poter raggiungere il 2%, bisogna utilizzare qualunque strumento, che vuol dire anche collaborare con privati come Fincantieri e Leonardo, cioè aziende italiane che sono delle eccellenze nel mondo nel settore della difesa. A tal proposito, recentemente sono stati fatti alcuni accordi molto importanti e simbolici come quello firmato da Leonardo e la tedesca Rheinmetall per la costruzione di alcuni tank. Fondamentali, però, sono anche gli accordi bilaterali tra stati come quello tra Regno Unito e Giappone per il Global Combat Air Programme. Quindi la direzione da seguire è quella di accordi mirati sia con privati che tra stati con il fine di mettere a segno una serie di obiettivi che rientrano nel 2%. Questi accordi devono essere conclusi su alcuni determinati settori per non sprecare energie e risorse, ma specializzandosi in un obiettivo preciso.
Sebbene il riarmo europeo rappresenti una linea di sviluppo strategicamente condivisa, il dibattito interno alla maggioranza sembra riflettere sensibilità diverse su tempi, modalità e priorità. Pensa che tali differenze possano generare frizioni politiche significative?
All’interno di un governo di coalizione composto da quattro partiti, è normale e naturale che si delineino delle sensibilità differenti. In particolare, è abbastanza chiaro che su questo tema la Lega Nord abbia delle posizioni distinte. Il fattore sicuramente primario è che i partiti che compongono la maggioranza in Italia in ambito europeo appartengono a gruppi diversi, Fratelli d’Italia a ECR, Forza Italia al PPE, Lega a Identità e Democrazia; quindi, è normale che emergano differenze per motivazioni prettamente europee. Nonostante ciò, non credo assolutamente che questo possa essere un terreno minato all’interno della maggioranza. Dopo 30 mesi di governo ogni volta si è arrivati sempre compatti davanti a qualunque tipo di decisione che riguardasse la politica estera e la politica difesa. Quindi anche in questo caso sono fortemente convinto che il governo troverà una posizione di sintesi.
Con l’insediamento della nuova amministrazione americana, più restia a sostenere l’Ucraina e più esigente verso gli alleati NATO, come valuta l’Italia il proprio ruolo nella ridefinizione del rapporto transatlantico? È pensabile una postura italiana autonoma ma complementare a Washington, anche guidando una risposta europea più assertiva?
È vero che c’è una sensibilità diversa a Washington nei confronti dell’Ucraina, ma rispetto a proclami, semplificazioni comunicative, ricostruzioni giornalistiche, mi pare che comunque in questo momento non sia mai mancata la vicinanza americana, la vicinanza di Washington a Kiev e al Presidente Zelenski. Questo è un dato estremamente positivo perché sappiamo bene che l’Europa ha fatto negli ultimi due anni, una propria battaglia politica di vicinanza nei confronti dell’Ucraina ampiamente condivisibile. È chiaro che siamo tutti alla ricerca da tempo di una pace durevole, come dice sempre il Presidente del Consiglio. Siamo convinti che l’insediamento di Trump a Washington possa essere un’occasione per un cambio di linea e di rotta, affinché Putin si possa finalmente sedere al tavolo le trattative così da poter iniziare una fase in cui finalmente si possa arrivare alla conclusione di questo conflitto. L’Italia, dal canto suo, ha avuto la capacità di essere sempre coerente, sin dall’inizio del conflitto. Il Presidente del Consiglio ha sempre espresso e manifestato completamente la solidarietà all’Ucraina, ribadendolo anche nel famoso vertice bilaterale di Washington che è avvenuto qualche settimana fa negli Stati Uniti d’America, e quindi continueremo su questa posizione. In questo contesto crediamo fermamente che l’Italia abbia ampiamente la possibilità di avere un ruolo di ponte, di congiunzione e di unione tra le due sponde dell’Atlantico, cioè quella europea e quella statunitense, e lo si è visto concretamente anche domenica pomeriggio nel vertice trilaterale Meloni, Vance e Von Der Leyen.
L’Italia ha sempre ribadito la centralità della NATO quale architrave del proprio sistema di sicurezza. In che misura, a suo avviso, l’avanzamento del progetto Readiness 2030 è compatibile con questa postura, e in che misura potrebbe invece preludere a un riequilibrio del rapporto tra dimensione europea e atlantica della difesa?
A mio avviso non sia attualmente in grado di parlare di difesa europea. Nel senso che facciamo fatica a mantenere i nostri impegni economici con quella che è già una difesa militare importante e strutturata, che difende l’Occidente da circa 75 anni, cioè la NATO, quindi parlare di una difesa europea in questo momento mi porta ovviamente a pormi la domanda su come un’eventuale difesa europea autonoma si finanzi e come venga gestita. Perciò io non credo che siano due cose conflittuali, un ragionamento europeo e la NATO. Anzi, è giusto che l’Europa utilizzi tutti gli strumenti per fare in modo che i singoli Stati possano essere meglio dotati, meglio equipaggiati e più pronti dal punto di vista della difesa. Dopodiché però sono ancora convinto che ad oggi l’unica alleanza che possa esistere e di cui si possa discutere a livello militare, sia quella della NATO.
Il progetto di riarmo europeo rischia, secondo alcuni osservatori, di assorbire risorse e attenzione a scapito del fianco sud dell’Alleanza, un’area da sempre prioritaria per l’Italia. Ritiene fondata questa preoccupazione? Quali garanzie dovrebbero essere inserite affinché l’attenzione dell’Unione non si concentri unicamente sul fronte est?
Io penso che il progetto possa essere un’occasione per investire non soltanto maggiori risorse economiche, ma anche maggiori risorse di attenzione nei confronti del fronte sud dell’Europa, di cui ovviamente l’Italia è uno dei principali paesi. Già all’interno dell’Alleanza Atlantica si è iniziato a parlare di più del Sud ragionando anche sul fatto che l’Italia possa far inserire nel computo delle spese militari anche quanto noi spendiamo in guardia costiera, per cercare di raggiungere il 2%, e soprattutto per far capire che il controllo dei confini del Sud riguarda anche la sicurezza dell’Europa. Perciò io mi auspico che opportunità come queste possano essere occasioni in cui aumentare l’attenzione e la sensibilità verso il fronte sud.
La Germania ha raggiunto il 2% del PIL in difesa e superato la Francia come spesa militare complessiva. Questo rafforza l’asse franco-tedesco o genera squilibri nella leadership strategica europea? Come dovrebbe rispondere l’Italia a questa nuova realtà?
La Germania ha raggiunto il 2% perché ha fatto degli investimenti estremamente importanti, cosa che prima non aveva mai fatto, per motivi storici ed ideologici. Detto questo, non penso in alcun modo che questo possa rafforzare l’asse franco-tedesco. I recenti avvenimenti parlano di un accordo tra Roma e Berlino estremamente rafforzato quindi penso che l’Italia diventerà ancora più centrale in ambito europeo.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra in Medio Oriente, l’opinione pubblica europea appare più consapevole dei rischi. Tuttavia, persistono forti differenze culturali e politiche tra Stati. Crede che l’Europa sia vicina alla maturazione di una vera cultura strategica comune?
Penso che manchi ancora tanto ed è compito della politica riuscire a raggiungere questo obiettivo. Io faccio il parlamentare in commissione Affari Esteri come membro della delegazione parlamentare alla NATO. E mi rendo conto che all’interno di un bellissimo paese come l’Italia il tema della sicurezza e la difesa è un tema non di certo prioritario, però il contesto esterno ai nostri confini è un contesto estremamente complicato e quindi il nostro compito è quello di spiegare alla gente quanto invece investire in termini di difesa e di sicurezza sia fondamentale per poter continuare a vivere nel benessere e nella sicurezza che ci hanno accompagnati finora.

