A seguito delle elezioni tenutesi i primi giorni di giugno, l’onore e l’onere di guidare la nazione sudcoreana sono ricaduti sul candidato del Partito Democratico di Corea Lee Jae-myung, un risultato che pone fine alla crisi politica iniziata la notte del 3 dicembre dello scorso anno. Tuttavia, diverse sfide all’orizzonte non prevedono un futuro tranquillo, in particolar modo per quel che concerne la politica estera.
Dopo quasi sette mesi in cui la Repubblica di Corea ha affrontato le sfide del 2025 senza una leadership capace di assumere la guida del Paese, Seul ha di nuovo un presidente. La crisi politica scaturita dall’imposizione della legge marziale nella notte del 3 dicembre 2024 da parte dell’allora Presidente Yoon Suk–yeol – evento per il quale la Corte costituzionale sudcoreana ha decretato l’impeachment e per il quale Yoon ora affronta l’accusa di insurrezione – sembrerebbe, almeno per il momento, giunta al termine.
Dal tentato colpo di Stato alla conferma dell’impeachment
Diversi eventi hanno condotto alla situazione attuale. Innanzitutto, nelle due settimane successive al tentato coup, si è verificata una serie di rimpalli di responsabilità tra il partito conservatore e il presidente. La compagine politica di governo, che aveva presentato le dimissioni in massa in seguito agli eventi di quella notte, auspicava una dignitosa uscita del presidente, possibilmente tramite dimissioni spontanee, per evitarne l’impeachment. Il Capo di Stato, d’altro canto, sin dal 4 dicembre non sembrava averne intenzione e invitava il partito a procedere con l’impeachment qualora non avesse più intenzione di supportarlo. Le crepe nella compagine politica si sono allargate a tal punto che il Partito Democratico, sebbene detentore di una maggioranza non sufficiente a procedere con il processo di impeachment nei confronti del presidente, è riuscito a ottenerla grazie a una decina di membri del partito conservatore che hanno votato a favore della rimozione di Yoon dall’incarico presidenziale.
Poco prima della fine del 2024, il Primo Ministro Han, presidente ad interim, fu anch’egli rimosso dall’incarico a seguito del veto posto su un atto del Parlamento. Sebbene ciò rientri certamente nei poteri di un presidente sudcoreano o di un facente funzione, il Partito Democratico, già sul piede di guerra, aveva minacciato l’impeachment in caso di un ulteriore veto presidenziale. Di fatto, l’Assemblea Nazionale era in procinto di rimuovere dall’incarico anche il secondo presidente ad interim, quando la Corte costituzionale si pronunciò sull’impeachment nei confronti del Primo Ministro Han. La sentenza relativa a quest’ultimo giunse nella stessa settimana in cui un’altra corte sudcoreana doveva esprimersi nei confronti di Lee Jae–myung e decretarne l’eleggibilità o meno. Non sorprendentemente, il Primo Ministro Han è stato reintegrato al suo posto, dal momento che l’impeachment rappresentava più che altro un forte messaggio politico da parte dei progressisti, mentre Lee Jae-myung è stato assolto dalle accuse che, se confermate, lo avrebbero reso non candidabile. Poco dopo, la Corte costituzionale confermò anche la rimozione dall’incarico di Yoon Suk-yeol, rimandando cittadini e cittadine alle urne.
La campagna elettorale
Se il candidato del Partito Democratico, Lee Jae-myung, era certo, la situazione per il partito conservatore era molto diversa. Già dal 4 dicembre la compagine politica del precedente presidente aveva mostrato delle crepe, non solo tra il partito e il presidente, ma anche al proprio interno. Le primarie si erano trascinate più a lungo rispetto a quelle degli avversari, in un momento in cui ogni giorno era cruciale per guadagnare consensi. Al momento della proclamazione di Kim Moon–soo come candidato vincente, pare che la leadership abbia spinto perché al suo posto venisse candidato Han Duck–soo, il già menzionato premier dell’amministrazione Yoon. Lo stesso Kim si è dichiarato furioso per la decisione del partito ed è riuscito a rimanere il candidato scelto. Tuttavia, Kim non era l’unico candidato di riferimento per quello che può essere definito il fronte conservatore sudcoreano. Lee Jun–seok, giovane politico ma già presidente del partito conservatore People’s Power Party, ha infatti lasciato quest’ultimo per candidarsi autonomamente.
In realtà, diversi nomi avrebbero potuto destabilizzare ulteriormente questa campagna elettorale. Sul fronte progressista, l’ex membro del governo Moon Jae-in, Cho Kuk, è stato in grado di assicurarsi 12 dei 300 seggi del Parlamento, un risultato in realtà eccezionale considerando come il sistema elettorale sudcoreano sia strutturato. Di fatto, se non fosse stato considerato incandidabile, decadendo anche dal ruolo di parlamentare, questi avrebbe potuto teoricamente sottrarre molti dei voti che sono andati a Lee Jae-myung durante le ultime elezioni. Dal fronte avversario, oltre al citato Han Duck-soo, uno dei nomi più quotati a correre come candidato era quello di Hong Jun–pyo, sindaco di Daegu prima della candidatura, città roccaforte del partito conservatore. Eliminato a seguito del primo giro di primarie, si è ritirato non solo dalla corsa, ma anche dalla vita politica, senza eccessivo clamore.
Da una parte, la presenza di Lee Jun-seok e il circa 8% di voti raggiunti segnala un fronte conservatore non compatto. Dall’altra, la somma di questi ultimi con il 41% circa di Kim Moon-soo raggiunge la percentuale di voti con cui il Presidente Lee Jae-myung è stato eletto, ovvero circa il 49%, confermando la visione di una Corea del Sud spaccata a metà. In questo caso, però, la somma degli addendi non necessariamente corrisponde al totale. Non è certo che quell’8% di voti dati a Lee Jun-seok, che rappresenta una frangia definita alt-right nel contesto internazionale, sarebbe automaticamente confluita nel PPP qualora Lee non si fosse candidato autonomamente.
Gli elettori di Lee Jun-seok – il maschile plurale non a caso – sono rimasti fortemente delusi dal modo in cui ha reagito agli eventi del 3 dicembre ed è stato percepito in quel momento come non all’altezza di rappresentare quella cultura patriarcale di cui si dice difensore. Di fatto, una corsa come subalterno di un altro candidato avrebbe molto verosimilmente decretato la sua fine politica. Una situazione che, in realtà, non è ancora scongiurata, dal momento che il 10% dei voti rappresenta una soglia che permette ai candidati di recuperare parte dei fondi spesi per la campagna elettorale. Dunque, le possibili difficoltà finanziarie potrebbero impedirgli di proseguire l’attività politica.
Tutti questi intricati giochi di palazzo mostrano come, in realtà, queste ultime elezioni si reggano su molti “se”. Vi è un eccessivo numero di incognite da tenere in considerazione e nessun controfattuale valido per trarre conclusioni comprovate circa ipotetici scenari. Tuttavia, nel 2026 si terranno diverse elezioni municipali e probabilmente lì si capirà se la vittoria di Lee Jae-myung è stata garantita da effettive preferenze o da una combinazione di “voto utile” e l’assenza di Cho Kuk. Di fatto, durante la campagna elettorale il neoeletto presidente ha tenuto una posizione fortemente centrista, definendosi a più riprese, anche prima dell’inizio della stessa, come “conservatore”. Se guardiamo alle esperienze americana e italiana, i cui relativi partiti democratici hanno subito le conseguenze di un posizionamento eccessivamente centrista, se non addirittura conservatore, e consideriamo i numeri, la vittoria di Lee Jae-myung non appare estremamente solida.
La futura amministrazione
Aldilà delle nomine ministeriali che circolano nei giorni successivi alle elezioni, possiamo certamente aspettarci diversi cambiamenti nella politica domestica ed estera della Repubblica di Corea. Innanzitutto, in campagna elettorale il Presidente Lee ha promesso non solo di reinserire fondi all’interno delle università, ma anche di aumentarli rispetto al periodo pre-Yoon, specialmente per quel che concerne quelle regionali. È stata assunta una posizione decisa nei confronti del Ministero dell’Uguaglianza di Genere, che verrà anch’esso ampliato rispetto al periodo pre-Yoon. Tuttavia, non è verosimile aspettarsi cambiamenti radicali nelle politiche di genere rispetto all’amministrazione Moon. L’ambito in cui si potrebbero vedere mutamenti significativi è la lotta al cambiamento climatico. È stato istituito il Ministero per l’emergenza climatica e in campagna elettorale è stato dichiarato l’obiettivo anche di phase out dal nucleare.
In politica estera, certamente le ambizioni di “Global Pivotal State” della precedente amministrazione verranno ridotte, per lo meno dal punto di vista narrativo, data la necessità di bilanciare i rapporti con Cina e Corea del Nord, che non hanno accolto con favore la postura estera di Yoon Suk-yeol. Al contrario, i rapporti con il Giappone saranno complicati da una storica posizione del Partito Democratico poco accomodante nei confronti del vicino e da un’immagine di Lee Jae-myung percepita come ostile da parte di Tokyo. Più difficile prevedere come saranno i rapporti con la seconda amministrazione Trump. I dazi reciproci rappresenteranno senz’altro un terreno di prova importante per il neoeletto presidente, così come il rapporto del tycoon con la Corea del Nord; per questi aspetti, non si può far altro che attendere e osservarne gli sviluppi.

