La società russa Gazprom ha abbandonato i piani per lo sviluppo di un hub di distribuzione del gas in Turchia, chiudendo la porta a una potenziale opportunità di riconquistare una posizione sui mercati energetici europei. La scelta di abbandonare il progetto è motivata da ragioni tecniche, politiche ed economiche.
L’idea di fare della Turchia un hub energetico ha radici antiche. Negli anni ’80, Ankara ambiva a ridurre la propria dipendenza energetica dall’URSS e a sfruttare la posizione geografica di paese-ponte tra i fornitori energetici sovietici e i consumatori europei. Le scoperte di gas naturale nel Mar Nero e nel Mediterraneo Orientale, specialmente negli ultimi quindici anni, hanno dato nuovo slancio alla visione del paese come hub del gas e, allo stesso tempo, hanno acuito le tensioni nell’area.
Con le recenti decisioni di Gazprom però, la strategia dell’hub energetico ha subito una battuta d’arresto. In seguito ai danneggiamenti del gasdotto Nord Stream dell’ottobre 2022, la Russia rese pubblica l’intenzione di continuare a esportare il gas naturale in Europa attraverso la Turchia, mantenendo le stesse capacità del Nord Stream russo-tedesco (circa 55 miliardi di m3 all’anno).
Dopo lunghe trattative e valutazioni, negli ultimi giorni Gazprom ha stabilito che la strategia non era percorribile. Secondo l’accordo iniziale, la Turchia intendeva vendere autonomamente il gas russo sul mercato, con Gazprom che avrebbe dovuto ricoprire unicamente il ruolo di fornitore, lasciando così alle aziende turche il ruolo di gestione dell’infrastruttura. Naturalmente, l’azienda russa non ha concesso questo margine di manovra alle controparti turche. Inoltre, le capacità dei gasdotti turchi di portare gas nei paesi dell’UE non consentivano di aumentare il flusso fino a 55 miliardi di m3 .
Oltre alle ragioni tecniche, è opportuno considerare anche quelle di natura politica. La Commissione Europea ha infatti dichiarato che intende porre fine alle importazioni di gas e GNL entro la fine del 2027. La proposta includerà anche la fine dei contratti a lungo termine che si estendono anche oltre il 2030. L’accordo turco-russo porrebbe così Ankara in posizione opposta rispetto alla Commissione, costituendo un rischio per i rapporti economici con l’UE.
Una Turchia che fosse diventata hub energetico, avrebbe generato la reazione degli USA, che dall’inizio della guerra in Ucraina hanno incrementato le forniture di gas ai paesi europei. In particolare, l’export di LNG americano in Europa è cresciuto del 20% rispetto al 2024.
Ankara si trova quindi di fronte a due scenari: se da un lato il mancato accordo con Gazprom priva il paese di un investimento significativo, dall’altro costituisce motivo di avvicinamento all’orbita statunitense. L’annuncio di Trump di dazi generalizzati al 10% nei confronti di Ankara ha rassicurato il sistema economico turco. Il ministro delle finanze, Mehmet Simsek, ha ricordato che il focus del paese si concentra sullo stimolo alla domanda interna e non sulle esportazioni, fattore che limiterebbe l’impatto delle tariffe sulle aziende anatoliche. Inoltre, la Turchia ha stretto accordi di libero scambio con 54 paesi, esclusi gli Stati Uniti e l’UE; con quest’ultima però c’è in essere un accordo doganale che rimuove le restrizioni commerciali.
Secondo il presidente della Camera di Commercio di Istanbul, Sekib Avdagic, le società con sede in paesi minacciati da dazi più elevati, come in Cina o Vietnam, potrebbero decidere di aprire sedi in Turchia, sviluppando così nuove relazioni commerciali. D’altra parte, un’eventuale perdita di competitività dei prodotti europei avrebbe un impatto inevitabile sulle aziende turche, che esportano beni intermedi utilizzati nella produzione europea.
Sebbene il ruolo di hub energetico potesse costituire sia una necessità, vista l’esigua produzione energetica interna, che un’opportunità per la Turchia, i costi di questa operazione si sono rivelati più alti dei possibili benefici. Incrinare i rapporti con i paesi europei e gli Stati Uniti, avrebbe infatti rappresentato una debolezza per il ruolo strategico della Turchia; debolezza che né Ankara né Bruxelles possono permettersi in questo momento storico.

