L’accordo di cooperazione militare siglato nel marzo 2025 tra Croazia, Albania e Kosovo sta ridefinendo gli equilibri geopolitici nei Balcani occidentali. Un’intesa che risponde alle crescenti tensioni regionali e alle interferenze esterne. Tuttavia, l’esclusione deliberata di Belgrado dal nuovo assetto di sicurezza euro-atlantico intensifica la polarizzazione nella regione.
I Balcani occidentali vivono oggi uno dei momenti più delicati della loro storia recente. Le tensioni crescono di giorno in giorno: dalla ventilata secessione della Republika Srpska, che potrebbe riaccendere un conflitto capace di coinvolgere l’intera regione, alle frequenti manifestazioni che scuotono Belgrado.
È in questo contesto che, il 18 marzo scorso, i ministri della Difesa di Croazia, Albania e Kosovo (Ivan Anušić, Pirro Vengu ed Ejup Maqedonci) si sono ritrovati a Tirana per siglare uno storico accordo trilaterale di cooperazione nel settore della difesa e della sicurezza. Un’intesa che non è solo un documento tecnico, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti geopolitica. Per Zagabria e Tirana la visione è chiara: la Croazia, già saldamente ancorata all’Unione Europea e alla NATO, rappresenta il modello che l’Albania sta perseguendo da anni. Entrambe le capitali vedono nell’accordo uno strumento essenziale per consolidare l’integrazione del Kosovo nell’architettura euro-atlantica.
I pilastri della cooperazione trilaterale
L’accordo si articola su quattro assi strategici, ciascuno pensato per rafforzare la cooperazione regionale e l’integrazione occidentale. Il primo pilastro punta sullo sviluppo delle capacità di difesa e della cooperazione industriale. I tre Stati lavoreranno insieme per sviluppare e acquisire tecnologie militari, condividendo risorse e catene di approvvigionamento. L’obiettivo è costruire un’industria della difesa più competitiva e resiliente, capace di garantire soluzioni multinazionali per potenziare la prontezza operativa.
Il secondo pilastro riguarda il potenziamento dell’interoperabilità attraverso formazione, educazione ed esercitazioni comuni. Saranno incentivate attività congiunte per lo scambio di competenze nel reclutamento, sviluppo e mantenimento del personale militare, compresi i riservisti. Verranno ampliate le opportunità formative presso accademie e istituti militari, intensificando le esercitazioni bilaterali e trilaterali con la partecipazione di NATO e Unione Europea, per assicurare che le forze siano pronte ad affrontare minacce condivise.
Il terzo elemento si focalizza sul contrasto alle minacce ibride e il rafforzamento della resilienza. L’accordo stabilisce azioni congiunte per fronteggiare sfide quali cyber attacchi, disinformazione e ingerenze esterne, che minacciano la sicurezza nazionale e regionale. Cruciale sarà la condivisione di informazioni e intelligence tra i tre partner, con l’obiettivo di migliorare la prontezza operativa e la capacità di risposta a eventi critici, anche attraverso la protezione delle infrastrutture strategiche.
Il quarto punto esprime un netto impegno a sostenere l’integrazione euro-atlantica. Le parti si propongono di allineare le proprie politiche e posizioni nei forum multilaterali della sicurezza e della difesa, consolidando la cooperazione con la NATO e altre strutture euro-atlantiche, per promuovere interessi comuni e rafforzare la stabilità dell’area.
Le reazione regionali e l’escalation delle tensioni
Pur non configurandosi come una minaccia diretta, l’accordo veicola un messaggio inequivocabile a Belgrado e alle sue aspirazioni espansionistiche, nonché all’interferenza ingombrante della Russia. Come infatti ha sottolineato il ministro kosovaro Maqedonci “è un messaggio per coloro che cercano di minacciare la regione. Dimostriamo loro che siamo uniti e che non permetteremo a nessuno di destabilizzare la regione”.
Belgrado ha definito l’intesa una provocazione e annunciando che non rimarrà inattiva di fronte a una mossa geopolitica di tale portata. E infatti, nell’aprile 2025, Serbia e Ungheria hanno sottoscritto a loro volta un accordo di cooperazione militare, presentato dai media serbi come una contromossa all’alleanza trilaterale. Tuttavia, come ha chiarito l’esperto militare serbo Aleksandar Radic, si tratta di progetti di cooperazione specifici nell’ambito di un accordo quadro già esistente dal 2023, piuttosto che di una vera alleanza militare. Anche la Repubblica Srpska ha annunciato l’intenzione di aderire a questa cooperazione, inasprendo ulteriormente il clima regionale.
Un elemento significativo è l’esclusione del Montenegro dall’accordo trilaterale. Il deterioramento dei rapporti con la Croazia risale al 2024, quando Podgorica ha sostenuto la risoluzione di Jasenovac relativa al campo di sterminio croato della Seconda Guerra Mondiale dove furono sterminati migliaia di serbi. Una decisione che Zagabria ha interpretato come un tradimento, incompatibile con la fiducia necessaria per l’accordo.
Il messaggio politico dell’intesa appare cristallino nelle parole del ministro croato Anušić: “Sono finiti i tempi in cui la Croazia doveva chiedere a Belgrado cosa era autorizzata a fare e come doveva agire”. Nonostante le rassicurazioni del premier croato Plenković che il memorandum “non ha natura ostile”, l’accordo alimenta inevitabilmente le rivalità che caratterizzano da decenni i rapporti serbo-croati.
Prospettive future e rischi di escalation
Nonostante il clima di scontro, gli analisti escludono un conflitto armato immediato. Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, non ha ritenuto necessario porre la situazione all’ordine del giorno della riunione dei ministri degli Esteri dell’Alleanza Atlantica. Come ha osservato Vuk Vukasanovic, ricercatore senior presso il Belgrade Center for Security Policy, nonostante l’escalation retorica, i paesi della regione non dispongono delle risorse sufficienti per un conflitto su larga scala. Soprattutto, le élite locali temerebbero per le proprie posizioni di potere in caso di guerra.
Ciononostante, la regione ha vissuto un significativo riarmo negli ultimi anni. La Croazia ha reintrodotto il servizio militare obbligatorio e ha acquistato dei caccia Rafale dalla Francia, mentre negozia la fornitura di carri armati Leopard. Anche la Serbia ha finalizzato contratti per l’acquisto di velivoli da combattimento multiruolo e sta acquisendo sistemi d’arma da Russia e Cina.
La presenza NATO nella regione rimane schiacciante: tutti i paesi confinanti con la Serbia, eccetto il Kosovo, sono membri dell’alleanza. Gli Stati Uniti mantengono la grande base militare di Camp Bondsteel in Kosovo, nonostante la volontà di Trump di ridurre del 20% le truppe americane.
L’accordo potrebbe aprirsi in futuro anche alla Bulgaria, alla Macedonia del Nord e forse alla Turchia, configurandosi come un tentativo di accerchiamento che fa sentire la Serbia sempre più minacciata. Questa dinamica di polarizzazione crescente nei Balcani occidentali rappresenta una sfida significativa per la stabilità regionale, ma anche un’opportunità per consolidare l’ancoraggio euro-atlantico di Paesi chiave dell’area in un momento di particolare incertezza geopolitica globale.

