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29/07/2025
News, Taiwan Spotlight

Taiwan e Sudafrica: una scelta sbagliata che premia la coercizione cinese

di Redazione Taiwan Spotlight

Il primo aprile 2025, il governo sudafricano ha annunciato senza alcun preavviso la ridenominazione degli uffici di collegamento taiwanesi a Johannesburg e Città del Capo, ribattezzandoli “Taipei Commercial Office”. Dietro quella che potrebbe sembrare una semplice questione amministrativa si nasconde invece un gesto politico grave e carico di significati: il Sudafrica ha deciso unilateralmente di degradare il livello della rappresentanza taiwanese, senza consultare Taipei, in aperta violazione dell’accordo bilaterale firmato nel 1997 per regolare le relazioni non ufficiali tra i due Paesi.

Il primo aprile 2025, il governo sudafricano ha annunciato senza alcun preavviso la ridenominazione degli uffici di collegamento taiwanesi a Johannesburg e Città del Capo, ribattezzandoli “Taipei Commercial Office”. Dietro quella che potrebbe sembrare una semplice questione amministrativa si nasconde invece un gesto politico grave e carico di significati: il Sudafrica ha deciso unilateralmente di degradare il livello della rappresentanza taiwanese, senza consultare Taipei, in aperta violazione dell’accordo bilaterale firmato nel 1997 per regolare le relazioni non ufficiali tra i due Paesi.

Taiwan ha reagito con fermezza, come era giusto che fosse. Il Ministero degli Esteri ha immediatamente protestato presso il Dipartimento per le relazioni internazionali del Sudafrica (DIRCO), sottolineando che la decisione è irrispettosa e contraria ai principi di parità e dignità su cui si fondano le relazioni diplomatiche, anche quando non formalmente riconosciute. Il declassamento degli uffici rappresenta, di fatto, una forma di marginalizzazione politica che va ben oltre la forma simbolica.

Non è la prima volta che Taiwan deve fronteggiare mosse di questo tipo. Ma ciò che rende il caso sudafricano particolarmente preoccupante è il contesto geopolitico in cui avviene. Negli ultimi anni, Pretoria ha rafforzato in modo significativo i suoi legami con Pechino. Il Sudafrica è infatti uno dei membri più attivi dei BRICS, un gruppo di potenze emergenti di cui la Cina è il perno centrale, e ha ripetutamente sostenuto posizioni allineate a quelle del Partito Comunista Cinese su diversi dossier internazionali. Il recente gesto nei confronti di Taiwan appare così come un’ulteriore concessione alla narrativa cinese sulla “Cina unica”, una narrativa che mira a cancellare la presenza internazionale di Taipei, anche laddove essa opera nel pieno rispetto della legalità internazionale.

Il Sudafrica giustifica la propria scelta facendo riferimento alla Risoluzione 2758 dell’ONU, che nel 1971 assegnò alla Repubblica Popolare Cinese il seggio cinese alle Nazioni Unite. Ma quella risoluzione, com’è noto, non tratta in alcun modo il tema del futuro politico di Taiwan né tantomeno autorizza atti unilaterali che penalizzano l’isola. Utilizzarla come giustificazione è una forzatura giuridica e politica, che dimostra quanto forte sia ormai la pressione esercitata da Pechino anche su Paesi che, come il Sudafrica, un tempo avevano relazioni costruttive e rispettose con Taipei.

Non a caso, l’episodio ha suscitato l’attenzione anche negli Stati Uniti. Il presidente del Sottocomitato per l’Africa della Camera dei Rappresentanti, Chris Smith, ha espresso preoccupazione per l’atteggiamento sudafricano, definendo “deludente” e “controproducente” la decisione di rinominare gli uffici taiwanesi. Smith ha colto l’occasione per denunciare pubblicamente l’influenza sempre più invasiva della Cina in Africa, dove progetti infrastrutturali, aiuti economici e pressioni politiche si intrecciano in una rete diplomatica che lascia sempre meno spazio all’autonomia delle scelte.

Taiwan, dal canto suo, non chiede privilegi. Chiede solo di essere trattata con equità, nel rispetto degli accordi esistenti e del diritto internazionale. La sua presenza in Africa, così come in altre regioni del mondo, si fonda su principi di cooperazione pacifica, sostegno allo sviluppo e rispetto reciproco. Tentare di cancellarla con atti amministrativi unilaterali non solo è ingiusto, ma rappresenta un precedente pericoloso che rischia di compromettere il fragile equilibrio della diplomazia internazionale.

Il ministro degli Esteri di Taiwan, Lin Chia-lung, ha giustamente ringraziato il deputato Smith per il suo sostegno e ha rinnovato l’appello al governo sudafricano: revocare la decisione e tornare a un dialogo rispettoso. In gioco non c’è solo il nome di un ufficio: c’è il riconoscimento della dignità di un interlocutore affidabile, democratico e rispettato a livello globale.

Difendere Taiwan significa difendere il diritto delle democrazie a esistere senza essere messe ai margini da regimi autoritari. E significa anche opporsi a una deriva diplomatica che, in nome di interessi geopolitici, sacrifica il rispetto, la memoria degli accordi, e la libertà di scelta dei popoli.

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