L’attuale situazione a Suwayda chiarisce come la transizione siriana, guidata dal presidente ad interim Ahmed al-Sharaa, presenti diversi elementi di precarietà, nonostante il marcato sostegno di gran parte del quadro internazionale, a partire dagli Stati Uniti e l’Unione Europea, i principali Paesi arabi, la Turchia, ma anche alcuni degli strenui alleati del precedente regime di Bashar al-Assad, come la Russia e la Cina. La perdurante difficoltà damascena nel gestire le proprie forze armate porta Sharaa a prestare il fianco ad attori locali e internazionali, come autonomisti drusi e Israele, poco interessati al rilancio di una Siria sovrana.
Le tensioni nella regione a maggioranza drusa sono esplose lo scorso 11 luglio, in seguito al temporaneo rapimento di un autista druso, e il furto del suo veicolo, da parte di alcuni miliziani arabi beduini; in risposta, il giorno seguente alcune forze druse hanno sequestrato a loro volta diversi membri della comunità beduina, innescando una escalation di scontri e offensive militari nei rispettivi territori, con dozzine di morti e feriti in poche ore.
Le ostilità tra le due comunità hanno radici storiche, e negli anni più recenti, si sono consolidate anche a causa di un’accesa competizione attorno all’economia di guerra, in particolare nei settori del traffico di stupefacenti e del contrabbando di armi e beni.
A Damasco, i quadri del neo-presidente Ahmed al-Sharaa hanno considerato lo scoppio della crisi come una potenziale opportunità per estendere la sovranità damascena alla provincia di Suwayda, forzando una pacificazione; il governatorato infatti, sin dallo scoppio del conflitto civile, gode di un’estesa autonomia, concordata con il precedente regime di Assad.
L’invio delle truppe governative nella regione ha però portato a un’ulteriore escalation di violenza tra le forze di Damasco, milizie druse e beduine, a cui si è aggiunto l’intervento militare di Israele.
Le forze druse
Il principale oppositore nella regione di Ahmed al-Sharaa è lo sceicco Hikmat Salman al-Hijri.
Nel corso del conflitto civile al-Hijri ha quasi sempre sostenuto il regime di Bashar al-Assad e, dopo la sua caduta, ha assorbito nel suo circolo alcuni ufficiali del passato esercito assadista. Al-Hijri negli anni si è inoltre dimostrato vicino alla longa manus iraniana nella regione.
Conseguentemente, la dialettica governativa in queste settimane dipinge lo Sceicco e gli uomini a lui affiliati come gli unici ostili a un’integrazione nella Siria del presidente Sharaa, e come i soli a essere coinvolti in scontri con le forze regolari e le milizie beduine.
La situazione presenta però alcune sfumature che le autorità damascene sembrano voler minimizzare.
La figura di al-Hijri, prima dello scoppio delle recenti ostilità, si è trovata principalmente da sola ad opporsi a un rientro del governatorato nelle dinamiche politiche, amministrative ed economiche siriane.
Al tempo stesso va però evidenziato come l’ingresso delle forze governative nella regione sia stato accolto con ostilità anche da altre fazioni druse, inizialmente più propense al dialogo con Damasco, quali ad esempio le forze Rijal al-Karama e Liwa al-Jabal.
L’unica realtà locale ancora convintamente sostenitrice di un’integrazione con il governo transitorio è la milizia del giovane leader Laith al-Balous.
A spingere le diverse forze druse verso una mobilitazione armata contro l’esercito siriano sono state le molteplici violazioni commesse dai soldati regolari stessi; infatti, come già successo lungo la costa lo scorso marzo, dove centinaia di civili alawiti furono uccisi nel contesto di un tentato golpe assadista, anche a Suwayda le forze di Sharaa si sarebbero macchiate di violenti crimini ai danni della popolazione locale.
A sua volta, lo Sceicco Hijri si è reso co-responsabile della degenerazione securitaria con dichiarazioni infiammatorie, chiamando alla resistenza armata contro Damasco, opponendosi pubblicamente ai toni più concilianti di altri ecclesiastici drusi, firmando e rinnegando intese e facendo frequenti appelli per un intervento (armato) internazionale.
L’intervento di Israele
L’appello a un intervento estero di al-Hijri si è concretizzato in un’operazione militare dello Stato di Israele, il quale ha inflitto pesanti perdite all’esercito siriano, e ha visto la stessa Damasco essere oggetto di bombardamenti aerei.
Conseguentemente, le controparti druse hanno riacquistato il controllo della propria regione espellendo i governativi e, galvanizzate dal sostegno israeliano, hanno successivamente attaccato diversi villaggi beduini, colpendo obiettivi civili e rendendosi responsabili di molteplici massacri.
L’intervento dell’aeronautica israeliana (IAF) a Suwayda è stato da alcuni indicato come figlio di una “incomprensione” a Baku, dove le delegazioni di Damasco e Tel Aviv si trovano impegnate a negoziare una graduale normalizzazione dei rapporti, sotto l’egida statunitense.
Una tesi sì plausibile, ma non sufficiente a chiarire le motivazioni dietro l’intervento israeliano.
Israele, dalla caduta del regime di al-Assad, ha assunto una postura fermamente ostile verso le nuove autorità siriane.
Netanyahu ha infatti unilateralmente dichiarato nullo l’accordo di disengagement del 1974, nonostante le rassicurazioni damascene, e occupato ampie porzioni di territorio nella Siria meridionale. Inoltre, lo scorso dicembre, l’aeronautica israeliana ha colpito sistematicamente con centinaia di attacchi arsenali e infrastrutture dell’esercito siriano, con l’obiettivo di compromettere gravemente le capacità operative del governo transitorio.
Infine, negli scorsi mesi Netanyahu e i suoi ministri hanno chiarito il loro rifiuto rispetto al ritorno della sovranità damascena nel sud del Paese e in particolare a Suwayda, indicando come red line l’invio di truppe governative nella zona, rivendicando infine il ruolo di garanti della comunità drusa. Un espediente politico e narrativo, quest’ultimo, volto a mascherare l’intenzione israeliana di ergersi ad arbitro supremo del processo di integrazione siriana, dettandone di fatto le condizioni e, se necessario, bloccandolo.
La leadership israeliana, nonostante la vocale opposizione al passato regime di Bashar al-Asad, per anni ingranaggio cruciale dell’Asse della Resistenza, gradisce ancor meno il nuovo governo transitorio di Ahmed al-Sharaa. La “vecchia” Siria infatti, in piena guerra civile, ed effettivamente sovrana nelle sole regioni occidentali, era un debole vicino di casa, che garantiva all’establishment israeliano piena operatività. Inoltre Bashar al-Assad, nonostante la formale alleanza con l’Iran, aveva nel corso degli anni fortemente ridimensionato le sue partecipazioni alle attività dell’Asse. Emblematico qui il mancato supporto agli alleati coinvolti negli eventi successivi al 7 ottobre e, ancor di più, la più recente e sospettata collaborazione con l’intelligence israeliana nell’individuare asset iraniani in Siria.
La “nuova” Siria, al contrario, dato il passato jihadista di Ahmed al-Sharaa, è percepita come una pericolosa incognita e minaccia alla sicurezza internazionale del Paese, e la condivisa opposizione nei confronti dei sovversivi schemi iraniani non è sufficiente agli occhi di Tel Aviv.
L’esecutivo damasceno risulta quindi aver peccato di ingenuità.
La partecipazione di Israele ai negoziati di normalizzazione e il forte sostegno statunitense al presidente Sharaa hanno alimentato nei comandi siriani un’eccessiva overconfidence.
Inoltre, né il Presidente né i suoi consiglieri sembrano aver tenuto conto dei più recenti sviluppi regionali, che hanno visto Israele intervenire militarmente su più fronti, segnalando una crescente propensione all’impiego immediato delle proprie forze armate ogni volta che percepisce l’esistenza di minacce alla propria sicurezza nazionale.
Un esercito di milizie
Gli eventi di Suwayda, e la destabilizzante postura israeliana, indicano la presenza di molteplici sfide e difficoltà lungo il cammino transitorio della Siria post-Assad.
La figura dello Sceicco al-Hijri chiarisce come siano presenti leader restii ad abbandonare il potere, l’influenza e le ricchezze accumulate negli anni di conflitto. Inoltre, il ruolo ricoperto da alcuni ex-ufficiali baathisti negli scontri, segnala come le cellule del vecchio regime assadista continuino a rappresentare una significativa minaccia per la leadership damascena e la società civile siriana.
Particolare attenzione va posta sul continuo ripetersi di violenze settarie e arbitrarie da parte delle forze governative, contro civili siriani appartenenti alle minoranze religiose.
L’integrazione delle ex-milizie ribelli sotto l’autorità del Ministero della Difesa è ancora in corso d’opera, ma gli eventi recenti sottolineano la necessità di una accelerazione del processo. Necessità già emersa in seguito agli scontri dello scorso marzo, che indicarono l’incapacità di Damasco nel controllare l’operato di forze armate nominalmente sotto il suo controllo.
In parallelo, è imperativa l’istituzione di meccanismi di investigazione che portino ad una effettiva accountability.
Una commissione indipendente, su mandato governativo, ha recentemente pubblicato un suo rapporto sulle stragi di marzo, e l’esecutivo damasceno ne ha promessa una similare per gli eventi di Suwayda; positivi atti di trasparenza, impensabili sotto il precedente regime di Bashar al-Assad, ma è necessaria una loro concretizzazione in inchieste giudiziarie per superare la pura apparenza.
Sempre in merito alla composizione delle nuove forze armate siriane, degno di nota è un recente rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, attinente lo Stato Islamico, al-Qaeda e affiliati.
L’indagine in parte rassicura, segnalando un fatto in realtà già ben noto, ovvero l’assenza di intese e rapporti tra la leadership di al-Qaeda e Ahmed al-Sharaa, quest’ultimo indicato come “pragmatico”.
Al tempo stesso, gli Stati Membri segnalano come singoli soldati e miliziani del Presidente rimangano “ideologicamente legati” ad al-Qaeda. Si stima inoltre che in Siria siano ancora presenti circa 5.000 foreign fighters, alcuni dei quali in precedenza membri o affiliati di Hay’at Tahrir al-Sham, oggi disillusi dal nuovo corso politico del leader del gruppo. Infine il rapporto sottolinea, proprio facendo riferimento all’opera di integrazione militare, come il governo fatichi ad assimilare le fazioni jihadiste più oltranziste, e segnala inoltre il desiderio della divisione afghana dello Stato Islamico di spostare alcuni suoi miliziani in Siria.
Nonostante le problematiche qui sopra elencate, le autorità transitorie siriane non sembrano aver perso il cruciale sostegno statunitense.
La diplomazia americana si è particolarmente spesa in questi mesi nel sostenere la figura di Ahmed al-Sharaa, e il mantenimento di un buon rapporto con Washington è fondamentale su più dossier.
Washington è infatti impegnata a mediare più negoziazioni in sostegno alle delegazioni siriane, le più importanti quelle a Baku con Israele, e quelle a Parigi con le Forze Democratiche Siriane, ancora in controllo di gran parte del nord-est della Siria.
Gli Stati Uniti ricoprono inoltre un ruolo chiave sul dossier più importante, quello economico.
La legittimità di Ahmed al-Sharaa, infatti dipende anche dal rilancio dell’economia nazionale.
La prima vittoria è stata ottenuta con la firma, da parte del presidente Trump, di estese esenzioni alle sanzioni applicate alla Siria, permettendo il ritorno di investimenti nel Paese.
E proprio in merito agli investimenti, il supporto statunitense si è rivelato strategico nel facilitare gli interventi economici recentemente annunciati dai leader di Turchia, Qatar e Arabia Saudita.
Il risollevamento dell’economia siriana è per Ahmed al-Sharaa di cruciale importanza, in quanto come detto da esso dipende molta della sua legittimità. Di pari importanza è però una genuina e condivisa riconciliazione nazionale, che abbia luogo di pari passo con una progressiva integrazione e transizione securitaria a un sistema sì condiviso, ma centralizzato.
Dove ciò non si renda possibile, i vertici siriani dovranno armarsi di coraggio, ed estromettere gli elementi più intransigenti.
La società civile siriana, comprensibilmente esausta da più di quattordici anni di conflitto e repressione assadista, desidera e merita un radicale cambiamento.
Le autorità transitorie si trovano a dover affrontare monumentali sfide, non risolvibili in pochi mesi o anni.
I primi segnali, e l’atteggiamento assunto sul palcoscenico internazionale, hanno ad oggi raccolto la fiducia dei principali attori esteri. Al tempo stesso, dichiarazioni e promesse vanno con il tempo convertite in fatti concreti, altrimenti le tensioni non sopite hanno già ampiamente dimostrato di poter riportare il Paese sul precipizio.

