Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
27/10/2025
Italia

L’Italia e la “Coalizione dei Volenterosi”: prima di tutto la lealtà transatlantica

di Matteo Mazziotti di Celso

Alcuni Paesi europei, soprattutto la Francia, propongono l’invio di unità militari in Ucraina nell’ambito della cosiddetta “coalizione dei volenterosi. Il governo Meloni si oppone categoricamente all’invio di soldati italiani su suolo ucraino. La ragione è da ricercare nella ferma volontà del governo di rimanere allineato alla politica americana sul conflitto ucraino. 

Alcuni Paesi europei, soprattutto la Francia, propongono l’invio di unità militari in Ucraina nell’ambito della cosiddetta “coalizione dei volenterosi. Il governo Meloni si oppone categoricamente all’invio di soldati italiani su suolo ucraino. La ragione è da ricercare nella ferma volontà del governo di rimanere allineato alla politica americana sul conflitto ucraino. 

Il governo italiano si oppone in modo categorico a qualsiasi dispiegamento di unità militari sul territorio ucraino nell’ambito della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”. Come dichiarato nel settembre 2025, l’unico contributo che l’Italia è disposta a offrire riguarda “il sostegno a un potenziale cessate il fuoco attraverso iniziative di monitoraggio e addestramento condotte al di fuori dei confini ucraini”. Roma è dunque aperta a partecipare alla supervisione di un cessate il fuoco, ma rimane contraria a un impiego di forze sul terreno.

La posizione del governo è stata chiara e coerente nel tempo. Già nel marzo 2025, quando iniziarono le discussioni sulla coalizione, l’Italia si oppose all’idea di schierare una forza di pace europea in Ucraina. Propose invece di affidare tali attività a Paesi neutrali, ritenuti più idonei a garantire un’attuazione imparziale.

Le ragioni politiche della scelta del governo

La riluttanza italiana a inviare truppe in Ucraina si fonda su due fattori principali. Il primo, e più significativo, è la determinazione di Roma ad agire in pieno coordinamento con Washington. Come osservano diversi analisti, il governo Meloni sta conducendo un delicato esercizio di equilibrio tra Unione Europea e Stati Uniti: intende restare aperto alle iniziative europee senza però oltrepassare le preferenze strategiche di Washington, come ribadito in occasione dell’ultima riunione della Coalizione del 24 ottobre. Questo allineamento è stato esplicitato dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha dichiarato: “non votiamo nulla che vada contro gli americani”. Poiché il presidente Trump non ha approvato la Coalizione dei Volenterosi, ed ha esplicitamente escluso l’invio di truppe statunitensi in Ucraina, il governo italiano non ha alcuna intenzione di sostenere iniziative non in linea con la posizione di Washington.

Il secondo motivo, meno decisivo, riguarda la politica interna. Il dispiegamento di truppe incontra l’opposizione sia dei partiti di opposizione sia di alcune componenti della coalizione di governo, in particolare la Lega, che ha adottato una posizione pacifista sul tema. Tuttavia, i vincoli interni appaiono secondari. L’influenza della Lega sulla politica estera rimane limitata, poiché le decisioni riguardanti l’Ucraina sono in larga misura determinate dalla Presidenza del Consiglio e, in misura minore, dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e da Forza Italia.

Per questo motivo, le condizioni politiche che potrebbero consentire un ruolo italiano più attivo sono principalmente di natura internazionale piuttosto che interna. Un cambiamento della posizione statunitense nei confronti della Coalizione sarebbe probabilmente il fattore decisivo. Se il presidente Trump dovesse esprimere pubblicamente il suo sostegno all’iniziativa e garantire un solido appoggio militare americano, l’Italia potrebbe riconsiderare la propria posizione e offrire un contributo più consistente alle attività della coalizione.

Il ruolo dell’opinione pubblica

Tuttavia, anche se il contesto politico dovesse mutare, la disponibilità del governo a intervenire si scontrerebbe comunque con un vincolo rilevante: l’opinione pubblica italiana. In primo luogo, il sentimento pubblico sulla guerra rimane profondamente diviso: molti italiani sono spaccati sul sostegno a Kyiv, sulle responsabilità del conflitto e sugli ostacoli al raggiungimento della pace. Inoltre, essi non percepiscono la minaccia russa con la stessa intensità in cui viene percepita nei Paesi dell’Est Europa. In secondo luogo, la società italiana ha storicamente mostrato una bassa tolleranza per le perdite in combattimento. Gli studi sulla partecipazione italiana alle guerre in Afghanistan e in Iraq hanno mostrato che, quando le narrazioni ufficiali si sono fatte più realistiche nel descrivere la natura delle operazioni di combattimento, il sostegno pubblico è diminuito drasticamente e gli atteggiamenti verso le missioni sono diventati sempre più ostili.

Questi due fattori combinati rendono probabile che un eventuale dispiegamento di truppe italiane nell’ambito della Coalizione dei Volenterosi sarebbe politicamente sostenibile solo a determinate condizioni militari, ossia in presenza di un cessate il fuoco reciprocamente accettato e garantito dagli Stati Uniti. Uno scenario di questo tipo ridurrebbe significativamente il rischio di una ripresa delle ostilità e, di conseguenza, quello di un coinvolgimento diretto delle forze italiane in combattimento. Al contrario, la partecipazione a una forza di intervento in condizioni in cui i combattimenti potrebbero riprendere appare altamente improbabile, anche se le circostanze politiche fossero favorevoli.

Gli ostacoli capacitivi

Oltre ai vincoli legati all’opinione pubblica, la disponibilità del governo a intervenire è condizionata anche dalla reale capacità militare del Paese, una variabile che dipende dal tipo di missione previsto. Nel caso di una forza di rassicurazione dispiegata dopo un cessate il fuoco o un accordo di pace (come proposto dal presidente Macron in seguito alla riunione della Coalizione dei Volenterosi del 4 settembre), il contributo italiano sarebbe probabilmente modesto in termini numerici. Nel 2025, infatti, l’Italia mantiene una media di circa 8.000 soldati impegnati all’estero in una quarantina di missioni, principalmente in Europa orientale, Libano, Kosovo e Iraq, mentre quasi 7.000 militari sono impiegati in operazioni di sicurezza interna. I vertici militari, in particolare dell’Esercito e della Marina, hanno ripetutamente avvertito che questo livello di impegno lascia le forze armate in una condizione di forte sovraimpiego. L’invio di un contingente terrestre in Ucraina richiederebbe quindi una riduzione di alcune missioni esistenti, limitando la capacità dell’Italia di fornire un contributo terrestre significativo.

Al contrario, nel caso di una Sky Shield parziale – una zona di protezione aerea guidata dall’Europa sopra l’Ucraina occidentale, operata da basi aeree situate all’interno dell’UE – la capacità dell’Italia sarebbe probabilmente maggiore, poiché la sua aeronautica sembra possedere livelli di prontezza più elevati rispetto alle forze terrestri. Tuttavia, la partecipazione a una Sky Shield completa – una zona di protezione aerea operata direttamente dal territorio ucraino – comporterebbe rischi operativi e politici molto più elevati, rendendo l’impegno italiano assai meno probabile.