La politica economica elaborata dall’Amministrazione Trump mira a sostenere la rinascita dell’industria statunitense scoraggiando le importazioni e contrastando i fenomeni di concorrenza sleale. Tuttavia, una policy basata su dazi imposti trasversalmente e senza la previsione di altri strumenti di politica industriale rischia di rivelarsi controproducente e mettere in seria difficoltà il settore manifatturiero e l’economia americana. In poche parole, rischia di sortire l’effetto opposto a quello auspicato.
Il reshoring delle attività manifatturiere rappresenta da almeno un decennio uno dei leitmotiv della politica statunitense, sostenuto da consensi bipartisan, mentre l’80% degli americani ritiene che la reindustrializzazione possa cambiare in positivo il Paese.
Come tutte le economie avanzate, da almeno quarant’anni gli Stati Uniti hanno sperimentato un progressivo hollowing out. Le ragioni della deindustrializzazione possono essere attribuite a fattori strutturali e congiunturali: tra i primi rientrano dinamiche quali globalizzazione, automazione e innovazione, mentre nel secondo gruppo fenomeni come il China Shock e la Grande Recessione. Oggi il settore manifatturiero contribuisce al 10% del PIL degli Stati Uniti, cifra comunque inferiore a molte economie avanzate come Germania (18%) e Italia (15%).
La scomparsa di interi settori e distretti industriali ha avuto pesanti effetti sociali, specialmente tra i blue collars del Midwest e dell’Appalachia, gli operai appartenenti al ceto medio bianco.
Se fino all’inizio del decennio scorso questi effetti erano stati sostanzialmente trascurati da Washington, la crescente polarizzazione emersa a partire dagli anni 2010 e la competizione con la Cina hanno riportato la manifattura al centro del dibattito. Nel 2016 Donald Trump era riuscito a capitalizzare il malcontento dei blue collars per ottenere la vittoria, con la promessa di dare nuova vita all’industria a stelle e strisce, un refrain che evidentemente ha dato i suoi frutti anche alle elezioni del 2024.
La ricetta proposta da Trump rimane ancorata all’imposizione di dazi sulle merci importate negli Stati Uniti, ma la portata della nuova politica commerciale differisce radicalmente da quella sperimentata durante il primo mandato del Tycoon.
Gli obiettivi della politica commerciale di Trump
I dazi annunciati da Trump il 2 aprile 2025 segnano un punto di svolta significativo nella politica estera e commerciale statunitense. Questo non solo perché si inseriscono in un quadro più ampio di manovre che hanno allontanato progressivamente gli Stati Uniti dal paradigma liberoscambista, ma anche per la loro portata effettiva e per la lista dei Paesi coinvolti.
Tra le molte ragioni dietro il cambio di rotta intrapreso da Washington, la più rilevante risiede nell’obiettivo di revival industriale a stelle e strisce. Spesso il presidente Trump ha attaccato diversi Paesi, specialmente la Cina, sostenendo che essi e le loro politiche di dumping siano la principale ragione del declino industriale americano. Le barriere tariffarie si configurano, pertanto, come il principale dispositivo di politica industriale adottato dalla seconda Amministrazione Trump.
I dazi possono essere considerati uno strumento di politica industriale, poiché il loro obiettivo principale è quello di proteggere l’industria domestica e limitare l’impatto della concorrenza. Se un bene importato dall’estero è soggetto a dazi, il suo prezzo finale sarà maggiorato in base all’aliquota imposta. Ciò dovrebbe rendere i prodotti americani più competitivi sul mercato interno, rendendo meno convenienti quelli importati e galvanizzare così il tessuto produttivo nazionale.
Tuttavia, si tratta di un paradigma che, alla prova empirica, non trova riscontro uniforme: l’efficacia dei dazi dipende da una serie di fattori, tra cui l’elasticità della domanda di beni di importazione e l’effettiva presenza di un’alternativa statunitense.
Inoltre, l’insistenza del Tycoon sul ricorso alla leva tariffaria è da attribuirsi ad un fattore ideologico.
Di fatti, Trump non ha mai fatto mistero della sua ammirazione nei confronti del presidente McKinley (1897-1901). McKinley è noto per essere stato il promotore del Tariff Act del 1890, legge che aumentava il dazio medio fino al 50% su tutti i beni importati negli Stati Uniti. Secondo Trump, la policy promossa da McKinley avrebbe dato slancio alla manifattura interna e, di conseguenza, all’intera economia americana.
Tuttavia, la nostalgia del Presidente per la Golden Age non tiene conto delle ovvie differenze tra gli Stati Uniti di McKinley e quelli di Trump, nonché del mutato contesto internazionale.
A fine 1800 il commercio internazionale rappresentava una minima parte del PIL mondiale e gli Stati Uniti erano una potenza in ascesa, che ricorreva ai dazi per proteggere le sue industrie nascenti.
Nel mondo globalizzato del XXI secolo, al contrario, una politica commerciale aggressiva rischia non solo di compromettere le relazioni tra gli Stati Uniti e le controparti, come di fatti sta già accadendo, ma può portare ad effetti diametralmente contrari a quelli auspicati.
Gli effetti dei dazi sulla manifattura americana: un primo bilancio
Sebbene gli effetti della nuova politica commerciale promossa dall’Amministrazione Trump potranno essere valutati in modo più compiuto nel medio-lungo termine, alcune conseguenze derivanti l’introduzione dei dazi risultano essere già chiaramente osservabili.
L’indice ISM ha riportato un progressivo rallentamento del settore manifatturiero a partire da febbraio 2025, con un recupero modesto a partire da agosto. Le aspettative per il mese di ottobre rimangono caute, prevedendo una crescita di 0,4% punti percentuali rispetto a settembre. Nonostante le previsioni siano state superate negli ultimi due mesi, i numeri rimangono decisamente modesti se confrontato con quelli dei mesi precedenti all’insediamento di Trump.
Stesso discorso per l’occupazione: nei mesi seguenti il suo insediamento, Trump aveva promesso, insieme ai dazi, un manufacturing boom, il quale tuttavia non su è verificato. I dati mostrano chiaramente che gli impiegati nel settore manifatturiero sono ad uno dei minimi storici, in calo persino rispetto agli anni di Biden. Inoltre, nel 2025 un quarto delle imprese sono state costrette a licenziare, con un picco registrato a luglio, i numeri più alti dalla pandemia.
Si potrebbe obiettare analizzando i dati degli investimenti promossi da grandi aziende negli Stati Uniti durante gli ultimi mesi. Tuttavia, si tratta di investimenti indirizzati principalmente al settore high tech e AI, che poco hanno a che fare con la manifattura e avranno effetti poco rilevanti sull’occupazione dei blue collars.
Un altro effetto non trascurabile ai fini della reindustrializzazione è l’enorme quantità di investimenti diretti esteri (FDIs) promessi da alcune grandi aziende a Donald Trump. Se l’attrattività è senza dubbio un aspetto positivo, gli investimenti esteri porteranno con essi maggiore domanda di dollari, rafforzandone il valore. Sul lungo periodo, questo renderà più complesso esportare all’estero in presenza di una valuta forte, rendendo le merci americane ancora meno competitive.
L’Amministrazione e la FED dovranno sicuramente lavorare su questo aspetto ed elaborare una politica monetaria ponderata.
La reindustrializzazione richiede un approccio olistico
L’Amministrazione Trump si è posta l’obiettivo di invertire una tendenza decennale: mentre i Paesi avanzati hanno sviluppato un vantaggio comparato nelle produzioni ad alto valore aggiunto e nella knowledge economy, le imprese hanno delocalizzato nei Paesi in via di sviluppo per rimanere competitive.
Come accennato precedentemente, la nuova politica commerciale potrebbe rivelarsi inefficace e persino controproducente per la reindustrializzazione. I dazi, da soli, non basteranno a stimolare la crescita del settore manifatturiero se non accompagnati da altri strumenti di politica industriale di natura orizzontale e verticale. Cercare di riportare anche solo una parte della manifattura sul suolo nazionale richiede sforzi enormi e un intervento attivo del governo federale su più fronti volto a stimolare gli investimenti.
L’Amministrazione Biden si è distinta in questo senso con l’Inflation Reduction Act, stanziando una quantità ingente di sussidi per sostenere l’industria green. L’IRA rientra nella categoria delle politiche industriali strutturali, di orientamento mission approach: in poche parole, il governo si pone come partner del settore privato per modificare la struttura dell’economia in base a obiettivi prefissati.
Tuttavia, l’Amministrazione Trump ha mostrato scarso interesse per questo tipo di orientamento, preferendo un approccio laissez-faire, minando le politiche del suo predecessore, e ricorrendo solo ai dazi per far riemergere la manifattura.
Chiaramente non esiste una ricetta univoca e, inoltre, gli obiettivi di reindustrializzazione incontrano una serie di ostacoli non trascurabili, a partire dalla ricostruzione delle filiere.
La deindustrializzazione, infatti, ha portato alla progressiva estinzione di molti cluster industriali, distretti nei quali le aziende producevano beni complementari, molti dei quali non vengono neanche più prodotti negli USA. Di conseguenza, può accadere che i produttori statunitensi debbano sostenere alti costi di trasporto oppure importare direttamente determinate componenti dall’estero.
Anche se si volesse riportare la produzione di questi beni negli Stati Uniti si porrebbe il problema dell’investimento iniziale da sostenere, oltre alla ricerca di manodopera sufficientemente specializzata.
Si stima che il settore manifatturiero avrà bisogno di 1,9 milioni di lavoratori nel periodo 2024-2033.
Con una disoccupazione eccezionalmente bassa e politiche migratorie restrittive, incluse le espulsioni di massa, difficilmente le aziende riusciranno a reperire capitale umano, ne consegue la necessità di investire in formazione e attirare manodopera qualificata.
Non bisogna poi trascurare gli effetti controproducenti dei dazi sulla produzione interna: difatti, l’economia del settore manifatturiero è fortemente interconnessa a livello globale. Ne consegue che i dazi porteranno le imprese americane a sostenere costi maggiori per le componenti provenienti dall’estero, finendo per vanificare gli effetti della protezione tariffaria. Il 51% delle importazioni negli Stati Uniti, infatti, è composto da beni intermedi, come prodotti chimici, componenti elettroniche e semiconduttori, necessari per produrre prodotti finiti. Su questi ultimi, inoltre, Paesi come la Cina hanno imposto restrizioni in risposta ai dazi, mettendo in ulteriore difficoltà le imprese statunitensi.
Si potrebbe obiettare che per settori specifici i dazi abbiano sortito effetti positivi, come testimoniato dall’aumento della produzione di alluminio e acciaio dopo il 2017. Tuttavia, i dati mostrano chiaramente che l’aumento del prezzo di alluminio e acciaio importati ha offerto un’occasione ai produttori statunitensi per alzare a loro volta i prezzi, provocando danni economici considerevoli ad altri settori, tra cui l’industria automobilistica, offuscando l’aumento dell’occupazione nella siderurgia.
Mentre un’imposizione targetizzata dei dazi può dunque effettivamente sortire dei benefici, anche se con delle ombre, la politica commerciale della seconda Amministrazione Trump va nella direzione diametralmente opposta, dato che le barriere tariffarie sono state adottate trasversalmente a tutti i settori e merci.
In conclusione, nonostante Trump auspichi alla reindustrializzazione degli Stati Uniti, pensare di raggiungere questo obiettivo solamente con i dazi risulta alquanto irrealistico. Per favorire la rinascita del settore manifatturiero occorre un mix di politiche industriali coordinate e un ripensamento della politica commerciale, per sostenere e non compromettere gli sforzi del settore privato.

