La visita della ministra degli Esteri nordcoreana in Russia e Bielorussia consolida un nuovo asse trilaterale tra Mosca, Minsk e Pyongyang, fondato sulla cooperazione militare, tecnologica e logistica. Questa alleanza, nata dalle sanzioni occidentali, configura una forma di “autarchia strategica” eurasiatica volta a ridefinire gli equilibri di potenza regionali. Per l’Europa e per l’Italia, il rafforzamento di questo triangolo implica una duplice impresa: preservare l’efficacia delle sanzioni, e al contempo prevenire una regionalizzazione del conflitto ucraino.
Il 26 ottobre 2025, la ministra degli Esteri nordcoreana Choe Son Hui ha compiuto una doppia missione diplomatica in Russia e Bielorussia, sancendo la nascita di un asse trilaterale tra regimi sottoposti a sanzioni e accomunati da una convergenza strategica. L’obiettivo condiviso è quello di aggirare l’isolamento imposto dal blocco euro-atlantico, costruendo canali alternativi di cooperazione militare, tecnologica e logistica. La formazione di questo blocco revisionista ai confini orientali dell’Europa rappresenta un atto di sfida diretto alla sicurezza continentale e all’ordine politico promosso dall’Occidente. Al tempo stesso, essa costituisce un banco di prova per la capacità dell’Unione Europea di agire come soggetto diplomaticamente autonomo e strategicamente coeso.
Mosca e Pyongyang: convergenza tattica, divergenze strategiche
Nell’estate del 2024, la firma del trattato di partenariato strategico tra Vladimir Putin e Kim Jong Un ha sancito l’istituzionalizzazione di una cooperazione militare fondata su una clausola di mutua difesa “con tutti i mezzi disponibili”. Questa intesa richiama la logica dei patti sovietici del XX secolo: non un’alleanza di valori, ma un patto di necessità tra due regimi accomunati dall’isolamento internazionale e dalla ricerca di sopravvivenza nel sistema globale. Dietro la convergenza tattica, tuttavia, emergono divergenze strategiche profonde: Mosca mira a utilizzare Pyongyang come sostegno operativo per prolungare lo sforzo bellico in Ucraina, mentre la Corea del Nord sfrutta il rapporto per consolidare la propria deterrenza e accrescere la legittimità del regime.
Per Mosca, la partnership con Pyongyang rappresenta una boccata d’ossigeno per il fronte ucraino: la Corea del Nord garantisce un flusso costante di munizioni, missili e artiglieria a basso costo, indispensabile a sostenere il logoramento del conflitto e compensare il crollo produttivo dell’industria militare russa, indebolita dalle sanzioni euro-atlantiche e dalla sospensione, nel biennio 2023–2024, di numerosi contratti con Paesi non allineati.
Per Pyongyang, invece, il patto apre un canale privilegiato verso tecnologie avanzate — in particolare nei settori spaziale e missilistico — finora fuori portata, e offre una rinnovata legittimità diplomatica. Il patrocinio russo funge da scudo politico e strategico, consentendo a Kim Jong Un di riaffermare la propria sovranità e di consolidare il proprio ruolo nel sistema internazionale, pur restando formalmente ai margini dell’ordine globale.
In questo quid pro quo geopolitico, la Russia ottiene un flusso di rifornimenti d’emergenza che le consente di mantenere alta la pressione militare in Ucraina, mentre la Corea del Nord rafforza la propria deterrenza e visibilità internazionale grazie al trasferimento di know-how tecnico e all’innovazione strategica. La relazione si fonda su un’economia parallela, un vero e proprio mercato interno della sicurezza, in cui armi, componenti e valuta circolano al di fuori dei circuiti SWIFT. Questo sistema si regge su triangolazioni con Iran e Cina, sull’impiego di navi cargo e su reti finanziarie criptate, strumenti concepiti per eludere i meccanismi di sanzione imposti da Stati Uniti e Unione Europea.
Per Bruxelles, questa interdipendenza militare mina la coerenza del regime sanzionatorio e amplifica la capacità offensiva di Mosca. Parallelamente, il riarmo nordcoreano, alimentato dal trasferimento di tecnologie e competenze russe, accresce il rischio di una nuova spirale di tensione in Asia orientale. L’Unione Europea si trova così costretta a fronteggiare simultaneamente due crisi interconnesse: la guerra convenzionale sul confine orientale e il riemergere della minaccia nucleare nella penisola coreana, entrambe alimentate da un medesimo asse narrativo che collega Eurasia e Pacifico.
Minsk come cerniera eurasiatica
Nel nuovo asse Mosca–Minsk–Pyongyang, la tappa bielorussa assume un valore strategico cruciale, evidenziando il ruolo crescente di Minsk come piattaforma di intermediazione e resilienza sistemica tra la Russia e i partner “non allineati” alla pax americana. In un contesto di isolamento diplomatico e finanziario sempre più rigido nei confronti di Mosca, la Bielorussia si configura oggi come uno snodo logistico, finanziario e politico di congiunzione tra l’economia di guerra russa e una rete di Stati revisionisti intenzionati a erodere le fondamenta dell’ordine liberale occidentale.
Il regime di Aleksandr Lukashenko ha saputo capitalizzare la propria posizione di stato vassallo ma autonomamente utile, offrendo un territorio funzionale all’elusione delle sanzioni, alla sperimentazione di circuiti finanziari paralleli e all’accoglienza di personale tecnico e industriale straniero impegnato in programmi di cooperazione dual-use. La Bielorussia diventa così uno stato-cuscinetto economico e tecnologico, che fornisce canali di transito e di approvvigionamento formalmente al di fuori del perimetro delle restrizioni internazionali. Tale funzione di filtro e compensazione ha progressivamente trasformato Minsk in un laboratorio di resilienza per economie autarchiche sottoposte a pressione sanzionatoria, nonché in un banco di prova per nuovi modelli di cooperazione industriale a bassa tracciabilità.
All’interno di questo quadro emergono triangolazioni industriali e tecnologiche che coinvolgono la componentistica bielorussa, i sistemi d’arma russi e il possibile supporto tecnico-logistico nordcoreano. Le informazioni disponibili indicano che la cooperazione trilaterale includerebbe la produzione congiunta di munizionamento, veicoli militari e apparati elettronici a duplice uso, delineando una filiera alternativa della difesa capace di sfidare apertamente l’architettura occidentale di non proliferazione. Minsk diventa così il cardine operativo di una catena produttiva sotterranea, dove le competenze industriali post-sovietiche si fondono con le capacità tecnologiche asiatiche, dando vita a un ecosistema di sicurezza integrato e potenzialmente destabilizzante.
La posizione geostrategica della Bielorussia amplifica inoltre il rischio di flussi di materiali sensibili e tecnologie dual-use lungo i confini orientali dell’Unione Europea, in particolare attraverso i corridoi logistici che collegano Brest, Smolensk e Kaliningrad. Ciò impone a Bruxelles e agli Stati membri un rafforzamento dei meccanismi di tracciamento, intelligence e contrasto alle reti di intermediazione grigie che si sviluppano nel perimetro post-sovietico.
Parallelamente, si accentua la pressione sul fronte polacco-baltico e sulla sicurezza energetica europea. Minsk funge infatti da piattaforma logistica per il trasferimento di componenti critici e da snodo infrastrutturale per i corridoi energetici russo-orientali, sostenendo un flusso crescente di risorse, materiali e carburanti diretti verso mercati terzi ostili al sistema euro-atlantico. Questa dinamica erode l’efficacia del regime sanzionatorio dell’Unione Europea, indebolendo la capacità di deterrenza economica e minando la stabilità delle catene di approvvigionamento continentali.
In ultima analisi, la Bielorussia si consolida come cerniera eurasiatica, punto di convergenza tra la strategia di proiezione russa e le ambizioni revisioniste di attori extraeuropei. Attraverso Minsk, il fronte ucraino e quello asiatico si saldano in un’unica linea di frizione geopolitica, trasformando il cuore dell’Europa orientale nel laboratorio avanzato della nuova guerra ibrida globale.
Le sfide per l’Europa e per l’Italia: deterrenza, resilienza e diplomazia
L’asse Mosca–Minsk–Pyongyang si colloca all’interno di un ecosistema anti-occidentale più ampio, che comprende – in misura variabile – Iran e Cina. Questi attori formano una rete di cooperazione informale, talvolta definita CRIN o CRINK, accomunata da una visione revisionista dell’ordine internazionale e dalla volontà di costruire un sistema alternativo di relazioni strategiche, economiche e tecnologiche. Teheran fornisce supporto militare diretto a Mosca attraverso droni, munizionamenti e consulenze tattiche, mentre Pechino, pur mantenendo una postura ufficialmente neutrale, esercita una tolleranza attiva nei confronti della coalizione revisionista, garantendo sostegno economico, logistico e diplomatico. La partecipazione congiunta di Putin e Kim Jong Un alla parata militare di Pechino nel 2025 ha sancito la formalizzazione simbolica di questa convergenza, confermando l’emergere di un sistema parallelo di potere eurasiatico, fondato su interdipendenze militari e politiche che minano l’ordine euro-atlantico.
Per l’Europa, la stabilizzazione di tale blocco comporta tre ordini di rischio – strategico, tecnologico e politico – che richiedono una risposta integrata e coerente. Sul piano strategico, il conflitto ucraino rischia di regionalizzarsi e di generare nuove linee di frattura lungo il fianco orientale della NATO e dell’Unione Europea. L’afflusso di armamenti nordcoreani, la proliferazione di droni a basso costo e la diffusione di operazioni ibride – dai cyberattacchi alle campagne di disinformazione mirata nell’Europa orientale – accentuano la vulnerabilità del continente, trasformando l’Ucraina in un laboratorio di resilienza per la sicurezza euro-atlantica. Sul piano tecnologico, la principale sfida riguarda la crescente interdipendenza tra catene di valore civili e militari. L’economia globale del dual-use permette penetrazioni strategiche attraverso la tecnologia commerciale, rendendo necessaria una deterrenza integrata e multidimensionale che includa cyberspazio, infrastrutture critiche e supply chain. L’Europa deve pertanto rafforzare i controlli sulle esportazioni sensibili, promuovere una convergenza strutturale tra intelligence economica e difesa industriale, e sviluppare una capacità autonoma d’innovazione in grado di ridurre la dipendenza tecnologica da attori esterni.
Per l’Italia, questo scenario complesso rappresenta una sfida ma anche un’opportunità strategica. Roma può riscoprire la propria vocazione diplomatica di ponte tra Occidente e Asia, sostenendo iniziative di de-escalation e dialogo multilaterale in sede ONU e UE, e valorizzando le proprie competenze nei settori dell’osservazione satellitare, della cyber-intelligence e della sorveglianza dual-use. Il Defence Production Programme 2025–2027 e la Bussola Strategica Europea offrono l’occasione di rafforzare la cooperazione industriale intraeuropea, promuovendo un modello di autonomia strategica capace di sostenere la competitività e la sicurezza tecnologica. Al tempo stesso, il Mediterraneo allargato rimane un fronte critico di vulnerabilità, dove Mosca e Pyongyang replicano schemi di penetrazione indiretta attraverso traffici d’armi, operazioni di influenza e attività cibernetiche. In questo contesto, l’Italia – come l’Unione – dovrà scegliere tra un isolamento difensivo e una diplomazia di contenimento intelligente, fondata su tre pilastri interconnessi: deterrenza, resilienza e proiezione strategica. Solo l’integrazione coerente di questi elementi potrà preservare la sicurezza europea, garantire la tenuta delle sue catene industriali e assicurare una voce autonoma e credibile all’Unione nel nuovo equilibrio eurasiatico del XXI secolo.

