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20/11/2025
Italia

Portaerei a propulsione nucleare per la Marina: asset o spreco di risorse?

di Ferdinando Sorbilli

La proposta di dotare la Marina Militare di una portaerei a propulsione nucleare (anche nota con l’acronimo CVN) segna una svolta concettuale assoluta per la postura geopolitica della Marina italiana, aprendo un dibattito cruciale tra l'ambizione di acquisire un'autonomia strategica e la necessità di adattare gli investimenti alla crescente vulnerabilità imposta dalla competizione asimmetrica nel regione del Mediterraneo allargato.

La proposta di dotare la Marina Militare di una portaerei a propulsione nucleare (anche nota con l’acronimo CVN) segna una svolta concettuale assoluta per la postura geopolitica della Marina italiana, aprendo un dibattito cruciale tra l’ambizione di acquisire un’autonomia strategica e la necessità di adattare gli investimenti alla crescente vulnerabilità imposta dalla competizione asimmetrica nel regione del Mediterraneo allargato.

L’ipotesi che l’Italia sviluppi una portaerei di nuova generazione a propulsione nucleare è stata esplicitamente menzionata nel Documento Programmatico Pluriennale (DPP) 2025–2027, documento varato a cadenza annuale (e con valenza triennale) che orienta la pianificazione strategica della Difesa. Questa possibilità è stata resa pubblica dal Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, l’Ammiraglio di Squadra Enrico Credendino, in un’intervista di giugno 2025, dove ha confermato che il piano di budget della Marina, che si estende fino al 2040, contempla la valutazione di una portaerei a energia nucleare, oltre all’adozione massiva di droni di ogni tipo e dispositivi per la cyberwar. Ad oggi, soltanto due nazioni al mondo, gli Stati Uniti e la Francia, schierano portaerei a propulsione nucleare.

L’utilità principale di queste unità, nel contesto militare e geostrategico, risiede nella loro capacità di garantire un’autonomia virtualmente illimitata e una maggiore velocità, potendo operare per decenni senza la necessità di rifornimento di carburante. Per l’Italia, nazione marittima per eccellenza, questa scelta rappresenterebbe un deciso slancio alla propria capacità “expeditionary(ossia le capacità di una flotta di essere efficacemente impiegata in teatri operativi lontani dal proprio territorio nazionale), essenziale per rafforzare la postura strategica e la funzione di proiezione nazionale in uno scenario competitivo. La Marina Militare italiana, infatti, ha compreso chiaramente che non può esserci un Mediterraneo sicuro senza una presenza diretta negli oceani Indiano e Pacifico, estendendo l’area di interesse strategico oltre il Mediterraneo allargato fino al Golfo di Guinea, al Mar Rosso e all’Oceano Indiano occidentale.

Autonomia strategica e opzione “dual use”: perché la Marina vuole la CVN

La prospettiva di una CVN italiana è sostenuta da solide argomentazioni che toccano la sfera operativa, geopolitica e industriale. Il vantaggio operativo primario risiede nell’autonomia strategica e nella persistenza. Le attuali portaerei italiane, la Cavour (commissionata nel 2009) e la nave d’assalto anfibio Trieste (commissionata a fine 2024 e di recente entrata in servizio), sono a propulsione convenzionale e, pur essendo all’avanguardia, sono limitate da una significativa dipendenza logistica, vincolate dalla disponibilità di carburante. Una CVN, operando per decenni senza rifornimento di combustibile nucleare, può garantire durate di impiego più lunghe e una presenza continua in teatri lontani, dove la Marina è già impegnata in operazioni attive (come ad esempio l’Operazione Aspides, operazione di pattugliamento navale dell’Unione Europea finalizzata al mantenimento della sicurezza dei traffici navali nel Mar Rosso, a seguito dei numerosi attacchi condotti da parte dei miliziani Houthi).

In termini di capacità, la propulsione nucleare offre un elevato output elettrico, cruciale per alimentare sistemi d’arma avanzati non realizzabili su navi convenzionali. Questi includono l’utilizzo di catapulte elettromagnetiche, necessarie per il lancio di velivoli più pesanti come gli F-35C o la versione navalizzata del GCAP, e per i sistemi d’arma a energia diretta (che attualmente costituiscono oggetto di ricerca congiunta da parte di MBDA Italia e Leonardo, dopo che questi hanno siglato un memorandum of understanding nel dicembre 2024 a tal riguardo). L’eliminazione delle grandi riserve di carburante per la propulsione libera, inoltre, garantirebbe maggiore spazio a bordo per carburante avio, munizioni, sensori e infrastrutture di manutenzione, supportando un maggiore sortie rate (ossia il numero di missioni aeree possono essere compiute in un determinato periodo di tempo). La capacità di transitare ad alta velocità e l’incremento di autonomia migliorerebbero la resilienza in ambienti contesi e l’interoperabilità con le forze alleate.

Geopoliticamente, la CVN è considerata un’affermazione strategica di lungo periodo. Consentirebbe all’Italia di affrancarsi, almeno parzialmente, dalla dipendenza operativa da potenze come Stati Uniti e Francia, elevandola al rango di potenza di proiezione medio-globale. Questo rafforzerebbe in modo decisivo il fianco sud della NATO, contribuendo in modo autonomo alla sicurezza collettiva e garantendo la deterrenza necessaria in aree strategiche.

Il progetto è strettamente legato a un ambizioso sforzo tecnologico-industriale. La costruzione di tale unità andrebbe di pari passo con la ricerca condotta da Fincantieri, denominata “Minerva” (Acronimo di “Marinizzazione di impianto nucleare per l’energia a bordo di vascelli armati”). Questo progetto, finanziato con 2,1 milioni di euro, è guidato da Fincantieri in associazione con Ansaldo Nucleare e l’Università di Genova. Parallelamente, la nascita di Nuclitalia a maggio 2025, una joint venture controllata da Enel (51%), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%), si focalizza sullo studio degli Small Modular Reactor (SMR). Questi mini-reattori, considerati adatti per applicazioni navali non solo su portaerei ma anche su incrociatori o fregate, rappresentano un’opportunità di valorizzare la filiera italiana del nucleare e rendere l’Italia all’avanguardia in questa applicazione.

Vulnerabilità asimmetrica e vincoli operativi: perché la CVN sarebbe una pessima scelta

Nonostante i chiari vantaggi di proiezione, il progetto suscita severe critiche, sia sul fronte strategico che su quello tecnico-militare. I critici contestano l’idea che l’area del Mediterraneo allargato richieda navi tradizionalmente concepite per le marine “oceaniche”, suggerendo che l’autonomia illimitata sia meno cruciale in questo bacino. Sostengono che l’Italia dovrebbe privilegiare l’investimento in capacità duali, distribuite e interoperabili più adatte all’“estero vicino” (individuato nelle regioni del Mediterraneo centrale, del Mar Rosso e nel Nord Africa).

La critica più pressante riguarda la vulnerabilità nell’era dei missili ipersonici e degli sciame di droni. Una portaerei nucleare è considerata un bersaglio enorme, la cui perdita risulterebbe strategicamente e finanziariamente insostenibile. L’Ammiraglio Credendino ha evidenziato l’insostenibilità di utilizzare missili da milioni di euro per abbattere droni che costano meno di 50.000 euro, spingendo la Marina a ricalibrare i sistemi d’intercettazione basati sui cannoni Oto Melara integrati con radar Leonardo. Di fronte a questa minaccia, i sostenitori della cautela suggeriscono che sarebbe strategicamente più lungimirante investire nella “miniaturizzazione” delle unità da battaglia e, in particolare, nello sviluppo di una flotta di sottomarini d’attacco a propulsione nucleare (SSN) e di veicoli sottomarini senza equipaggio (UUV), mezzi invisibili e letali per la sorveglianza autonoma degli abissi.

La realizzazione di una CVN imporrebbe anche un cambio epocale nella dottrina della linea di volo. Si dovrebbe abbandonare il modello STOVL (Short Take-Off and Vertical Landing) utilizzato sugli attuali Cavour e Trieste in favore del sistema CATOBAR (Catapult Assisted Take-Off Barrier Arrested Recovery), necessario per velivoli pesanti come gli F-35C o i futuri caccia navalizzati del programma GCAP (al quale l’Italia partecipa assieme al Regno Unito e al Giappone). Questo richiederebbe l’acquisizione di tecnologia elettromagnetica (EMALS) che l’Europa attualmente non possiede, oltre a sollevare interrogativi su come l’Italia navalizzerebbe un caccia di sesta generazione.  Inoltre, una portaerei di grandi dimensioni (il cui tonnellaggio è stato stimato nell’ordine delle 60.000 tonnellate) non potrebbe transitare attraverso il Canale Navigabile di Taranto, rendendo necessaria la costruzione o l’adeguamento di nuove basi portuali.

Infine, il fattore nucleare rappresenta un tema culturalmente e politicamente sensibile in Italia. I reattori navali utilizzano uranio arricchito a livelli molto più elevati (fino al 90%) rispetto al nucleare civile, il che aumenta il rischio in caso di incidenti. Nonostante i porti italiani (tra cui Napoli, Taranto, La Spezia) ospitino regolarmente naviglio nucleare alleato (USA, Francia, UK), associazioni come Peacelink denunciano la cronica mancanza di trasparenza sui piani di emergenza per la cittadinanza e l’assenza di controlli adeguati sulla radioattività ambientale. La difficoltà nel garantire un’adeguata schermatura e assistenza in caso di incidente in mare è un ulteriore elemento di rischio ambientale e strategico.

Ambizione contro realismo: cosa serve davvero alla Marina?

Il dibattito sulla portaerei nucleare si colloca all’incrocio tra la necessità di una svolta di sistema e la ponderazione dei rischi specifici del moderno campo di battaglia. Da un lato, la CVN è vista come lo strumento essenziale per assicurare un’autonomia operativa e una capacità di deterrenza che proietti l’Italia stabilmente nel club delle potenze navali globali. L’investimento, stimato tra gli 8 e 10 miliardi di euro nell’arco di 15-18 anni, è giustificato dai sostenitori in virtù di un ciclo di vita operativo stimato di oltre quarant’anni e dell’impatto positivo sulle filiere industriali nazionali.

Dall’altro lato, le riserve riguardano la sostenibilità strategica a lungo termine. I critici temono che l’enorme costo di una singola, seppur potente, unità navale possa sottrarre risorse cruciali a investimenti in mezzi (come sottomarini SSN o droni sottomarini UUV) più adatti a garantire la sicurezza e il controllo degli abissi, fondamentali in un Mediterraneo dove la competizione sottomarina con la Russia è costante. Vi è il rischio concreto, secondo i critici, di investire una considerevole quantità di risorse in un progetto che potrebbe rivelarsi tecnologicamente obsoleto o eccessivamente vulnerabile entro l’orizzonte operativo post-2040. 

Tuttavia, secondo i suoi sostenitori, il progetto per la realizzazione di una CVN italiana, se adeguatamente finanziato sia per quanto riguarda l’unità stessa che tutte le necessarie opere infrastrutturali delle quali avrebbe bisogno per poter essere impiegata, rappresenterebbe un banco di prova per la maturità geopolitica, industriale e culturale del Paese. L’attuazione di tale progetto non richiede solo la marinizzazione degli SMR ma la garanzia di un consenso strategico e istituzionale duraturo, capace di sostenere lo sforzo finanziario attraverso crisi economiche e cambi di governo per i molti anni necessari alla sua realizzazione. La scelta finale si giocherà, quindi, sul bilanciamento tra l’aspirazione a una presenza globale sempre maggiore e la necessità di affrontare con realismo e rigore le sfide tecniche, tattiche e politiche legate a un sistema d’arma così complesso e culturalmente divisivo, specialmente date le resistenze all’impiego del nucleare civile, sebbene in tal senso si registri un crescente sostegno da parte di parte della popolazione, come attestato dall’iniziativa referendaria “Energia nucleare? Si grazie” che ha raccolto più di 50,000 firme pochi giorni. Non investire nella Marina sarebbe un errore strategico, ma farlo senza una visione coerente rischierebbe di trasformare il tutto in una mera (costosissima) illusione.

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