Il vertice ASEAN di Kuala Lumpur ha segnato un momento rilevante nell’evoluzione del rapporto tra Stati Uniti e Sud-est asiatico. L’incontro ha confermato che la cooperazione non si articola più attraverso formule diplomatiche generiche, ma si costruisce attorno a strumenti economici e iniziative securitarie mirate, in un contesto regionale in cui la flessibilità strategica dell’ASEAN si riduce progressivamente. Washington vede nella regione un punto di snodo essenziale per la stabilità dell’Indo-Pacifico; l’ASEAN riconosce la necessità di mantenere un rapporto solido con gli Stati Uniti, pur cercando di evitare che questa relazione diventi esclusiva o eccessivamente vincolante. Qui Kuala Lumpur ha reso visibile questa tensione.
Al vertice ASEAN di Kuala Lumpur, gli Stati Uniti hanno adottato una strategia in linea con la loro crescente attenzione alla dimensione economica della competizione globale, in un contesto di complessiva positiva percezione della venuta del Tycoon nel Sud-est Asiatico. Rimangono tuttavia delle sfide e poche questioni risolte in definitiva, stante l’uso dei dazi come strumento di pressione che ha rappresentato il punto di partenza della conversazione politica. Per affrontare questa potenziale minaccia al proprio sviluppo economico, diversi Paesi dell’ASEAN si sono prodigati nel negoziare direttamente con Washington in tale occasione, accettando compromessi su settori tecnologici, esportazioni sensibili e controlli sulle riesportazioni.
Dopo ripetuti annunci di dazi e misure tariffarie ai Paesi della regione, infatti, nonostante il contesto multilaterale che caratterizza l’ASEAN, i diplomatici e leader della Malaysia (in primis), Thailandia, Cambogia si sono prodigati per ottenere accordi tariffari per ridurre o limitare la portata di certe misure tariffarie, nonché di azzerare dazi su certi beni, e rafforzare la cooperazione in alcuni settori industriali considerati da ambo le parti strategici. In modo simile, il Vietnam sembra aver concordato un quadro generale per un successivo accordo di simile natura. In aggiunta, con Malaysia e Thailandia l’amministrazione Trump ha siglato degli accordi per l’approvvigionamento di terre rare, oggetto sempre più crescente di competizione geoeconomica.
Indubbiamente, tali accordi hanno segnato un positivo sviluppo delle relazioni tra Stati Uniti e questi Paesi: nello specifico, diversi leader (specie Anwar, primo ministro Malaysiano) hanno sfruttato l’occasione di siglare accordi con Trump per rafforzare la propria legittimità domestica tramite performances in politica estera, in un contesto di crescenti incertezze circa lo sviluppo della regione generato dalle tensioni tra Washington e Pechino. In tale senso, infatti, la portata di tali accordi non può considerarsi conclusiva e definitiva, specie per quanto riguarda la questione della riesportazione di merci cinesi tramite tali Paesi. Questa pratica, anche detta transshipment (termine che descrive la pratica di cambiare il vettore di merci su container), permetterebbe di esportare prodotti cinesi, altrimenti sottoposti a dazi maggiori, sfruttando gli sconti concessi ai Paesi ASEAN. Anche secondo i recenti accordi, gli Stati Uniti sembrano voler mantenere ampi poteri di definizione della fattispecie, di ispezione e di blocco per evitare il ricorrere di tale pratica, generando di fatto asimmetrie importanti nelle nuove relazioni commerciali.
La pressione commerciale non è stata solo un mezzo punitivo, ma una leva per riorientare le catene del valore presenti nel Sud-est asiatico e ridurre vulnerabilità percepite come strategiche. Parallelamente a questa logica di condizionalità, gli Stati Uniti hanno presentato un pacchetto di iniziative cooperative che supera l’immagine di potenza esclusivamente coercitiva. Programmi per la sicurezza marittima, investimenti in infrastrutture critiche, supporto alla formazione tecnica e rafforzamento del partenariato strategico testimoniano la volontà di mantenere una presenza articolata nella regione. L’approccio risultante è duplice; da un lato, gli Stati Uniti cercano di proteggere i propri interessi attraverso strumenti economici stringenti; dall’altro, promuovono iniziative che mirano a consolidare legami di più lungo periodo con i membri dell’ASEAN. Ed è qui che il summit ha evidenziato come questa strategia multilivello stia diventando il tratto distintivo della politica statunitense verso il Sud-est asiatico. Una strategia basata su combinazioni di incentivi, vincoli e investimenti che mira a definire il contesto economico e politico in cui gli Stati membri operano.
Da ultimo, infatti, gli Stati Uniti hanno colto l’occasione per rafforzare la cooperazione militare, con diverse iniziative da parte del Segretario alla Guerra Hegseth. In particolare si segnalano due iniziative di rilievo, la firma di un Accordo di Cooperazione di Difesa con la Malaysia e il rafforzamento della cooperazione militare marittima con le Filippine tramite la creazione della “Task Force Philippines”. L’accordo con la Malaysia denota come, almeno in questa congiuntura, gli Stati Uniti sembrano disinvolti nell’accettare la “neutralità attiva” Malese, che spesso porta Kuala Lumpur a ingaggiare le Grandi Potenze in modo equo sullo stesso livello, che come detto sopra, è altresì strumentale alle élite di governo. Diverso invece sembra il caso delle Filippine, dove invece la creazione della “Task Force” sembra essere la prosecuzione del percorso di riavvicinamento iniziato dall’amministrazione Biden con Marcos Jr., in un contesto di ricerca di nuove forme istituzionali per il mantenimento dell’alleanza tra Manila e Washington.
In definitiva, vista dalla prospettiva del Sud-Est Asiatico come “blocco” rappresentato dall’ASEAN, le risposte dei vari Paesi hanno confermato i limiti del regionalismo sud-est asiatico. Come spesso è accaduto anche nei confronti della Cina, affrontando urgenti pressioni da Washington i Paesi membri hanno continuato a privilegiare la negoziazione bilaterale. Ogni capitale ha cercato di ottenere dal confronto con gli Stati Uniti vantaggi immediati in ambito commerciale e tecnologico. Ciò sicuramente riflette anche una logica interna dell’ASEAN, che valorizza la sovranità nazionale e la non interferenza, e lascia ampi spazi di discrezionalità agli Stati.
Il summit ha però mostrato come questa caratteristica si stia trasformando in un limite strutturale. L’approccio statunitense, fondato su una combinazione di pressione economica e cooperazione selettiva, tende a rafforzare il ricorso da parte degli Stati membri a percorsi negoziali individuali, indebolendo la capacità del blocco di presentarsi come interlocutore unitario. La gestione disomogenea delle questioni tariffarie, le divergenze sulle priorità economiche e la mancata convergenza su alcuni temi politici hanno reso evidente la difficoltà dell’ASEAN nel definire una risposta coerente, con il rischio di innescare meccanismi competitivi tra i vari Paesi e esacerbare le differenze tra “vincitori e perdenti” nella diplomazia regionale.
Nonostante ciò, il summit non ha mostrato un’ASEAN passiva. In più casi, i governi hanno sfruttato il dialogo con gli Stati Uniti per ottenere margini di flessibilità commerciale o per diversificare opportunità economiche in un contesto regionale segnato da crescente incertezza. Questa capacità di adattamento è reale, ma opera all’interno di uno spazio politico che continua a ridursi. La maggiore assertività statunitense, unita alle esigenze economiche dei singoli Stati, limita il numero di opzioni effettivamente percorribili.
Il vertice ha quindi reso visibile una tensione centrale dove l’ASEAN resta un forum indispensabile per la presenza americana nella regione, ma fatica a trasformare la propria centralità diplomatica in una centralità decisionale. La logica intergovernativa che negli anni ha garantito stabilità ora rischia di tradursi in inefficacia in presenza di attori esterni sempre più assertivi. Kuala Lumpur ha chiarito che la relazione tra Stati Uniti e ASEAN sta entrando in una fase nuova. Washington mira a rafforzare la propria posizione nella regione attraverso strumenti economici vincolanti e iniziative di cooperazione calibrate sulle proprie priorità strategiche. L’ASEAN, pur riconoscendo l’importanza della partnership, deve confrontarsi con limiti interni che riducono la capacità di rispondere collettivamente e orientare la direzione della cooperazione.
La relazione appare quindi destinata a svilupparsi in un quadro di cooperazione crescente ma strutturalmente asimmetrica. Gli Stati Uniti avranno un ruolo sempre più determinante nella configurazione dell’economia politica regionale, mentre l’ASEAN dovrà decidere se continuare a trattare attraverso canali nazionali o se rafforzare la dimensione regionale per negoziare su basi più equilibrate. In ogni caso, il summit di Kuala Lumpur ha mostrato che il rapporto Stati Uniti–ASEAN rimarrà uno dei pilastri decisivi dell’ordine asiatico dei prossimi anni. La sfida per il Sud-est asiatico sarà preservare uno spazio decisionale sufficiente per non diventare un semplice destinatario delle priorità statunitensi, ma un attore capace di orientare almeno in parte le regole della cooperazione.

