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04/12/2025
Russia e Spazio Post-sovietico

La nuova guerra ibrida russa: una panoramica sulla trincea digitale del Cremlino fin qui

di Lorenzo Ruggiano

Le profetiche riflessioni di Baudrillard sull'emancipazione del simulacro dal referente reale trovano oggi notevoli conferme: il mondo digitale per molti versi ha preso il sopravvento sulla sua controparte fisica, in particolar modo i social media svolgono ormai un ruolo decisivo nella formazione delle opinioni, delle idee e del credo politico di tutti gli utenti. La Russia sembra aver compreso da subito la portata del nuovo paradigma mediatico e da più di un decennio sfrutta l’inadeguata regolamentazione di queste piattaforme digitali private per condurre una guerra informazionale che mina le fondamenta delle società democratiche.

Le profetiche riflessioni di Baudrillard sull’emancipazione del simulacro dal referente reale trovano oggi notevoli conferme: il mondo digitale per molti versi ha preso il sopravvento sulla sua controparte fisica, in particolar modo i social media svolgono ormai un ruolo decisivo nella formazione delle opinioni, delle idee e del credo politico di tutti gli utenti. La Russia sembra aver compreso da subito la portata del nuovo paradigma mediatico e da più di un decennio sfrutta l’inadeguata regolamentazione di queste piattaforme digitali private per condurre una guerra informazionale che mina le fondamenta delle società democratiche.

La Russia non è nuova alla guerra ibrida. Il fenomeno delle operazioni di influenza online sponsorizzate dallo stato russo non è altro che la naturale evoluzione delle “Active Measure” (Misure Attive), dottrina storica del KGB focalizzata proprio sulle sovversione ideologica dei popoli. Tuttavia, mai prima d’ora l’intelligence russa aveva avuto a disposizione un terreno tanto fertile come le piattaforme social per instillare la propria propaganda in occidente e orchestrare operazioni di disinformazione su larga scala. Le ingerenze di Mosca infatti non si limitano al tentativo di influenzare le singole elezioni, bensì puntano a una destabilizzazione profonda del tessuto sociale degli stati. Le campagne di disinformazione russa rappresentano uno strumento strategico particolarmente efficace che, a fronte di investimenti limitati e rischi contenuti, permette di erodere la fiducia nelle istituzioni democratiche e polarizzare l’opinione pubblica. 

Rispetto al periodo della Guerra Fredda, la Russia ha ridefinito gli obiettivi delle proprie attività di influenza. Se in passato lo sforzo era teso ad affermare la superiorità del modello sovietico, oggi lo scopo primario è minare dall’interno le società democratiche, esacerbando le divisioni esistenti, siano esse religiose, etniche, o economiche. La strategia di ingerenza russa inoltre non mira soltanto a convincere gli elettori delle proprie narrazioni infondate: anche quando ciò non riesce, il volume, l’intensità, le tecniche subdole con cui viene veicolata la propaganda provocano saturazione e inquinamento nell’ecosistema informativo, rendendo il lavoro di verifica dei fatti, così come l’identificazione delle fonti attendibili, un compito ben più oneroso. Secondo David Chavalarias, direttore di ricerca di un progetto europeo contro la disinformazione, rientra tra gli scopi delle campagne di disinformazione del Cremlino anche “occupare i fact-checker con contenuti rozzi e difficili da verificare”. In molti casi, i gruppi propagandistici filorussi inviano direttamente il materiale falso a giornalisti e fact-checker proprio per ingolfare gli ingranaggi dell’apparato informativo.  

Cronologia dei principali attori della disinformazione: Russian Web Brigades e Internet Research Agency 

Tra le manifestazioni più prominenti delle Active Measure contemporanee ci sono le cosiddette Russian Web Briagdes (le brigate russe del web), un esercito di bot e commentatori anonimi pagati dal Cremlino che infestano gli spazi digitali diffondendo posizioni pro-Russia e pro-Putin. Le prime accuse documentate sull’esistenza di queste brigate risalgono agli albori dell’internet commerciale. Già nel 2003 la giornalista francese Anna Polyanskaya (ex assistente di Galina Starovoytova, politica russa assassinata nel 1998) aveva pubblicato un articolo in cui denunciava come i contenuti presenti sui forum di Runet (l’internet russo), che fino al 1998 riflettevano prevalentemente valori liberali e democratici, dopo il 2000 avessero subito un drastico slittamento verso posizioni totalitarie e aderenti al governo di Mosca. Dimostrata l’efficacia di queste prime attività di manipolazione dei contenuti online, le Brigades trovarono una loro istituzionalizzazione nell’Internet Research Agency (IRA), società russa che per anni ha agito da nodo centrale delle operazioni di disinformazione. 

L’assetto organizzativo dell’IRA, basato su una struttura aziendale privata ma finanziata da un oligarca ben allineato al potere (Yevgeny Prigozhin), consentiva la creazione di uno strato di negabilità per il governo di Mosca qualora fosse stata accusata direttamente delle operazioni di influenza poste in essere dall’agenzia. Da subito l’IRA intensificò le campagne di disinformazione online, arrivando nel 2015 a impiegare più di 1000 dipendenti in un unico edificio. L’agenzia raggiunge l’apice della notorietà a seguito della pubblicazione di un report dell’intelligence statunitense che, come vedremo nel dettaglio in seguito, denunciava le interferenze russe nel processo elettorale per le presidenziali del 2016. Nonostante questa incriminazione e l’attenzione internazionale, i dati raccolti da uno studio dell’università di Oxford, hanno mostrato che le attività dell’IRA non si sono in alcun modo interrotte, anzi, in alcune campagne i tassi di engagement dei contenuti di disinformazione sono addirittura aumentati. Il tentativo di colpo di stato di Prigozhin del giugno 2023 portò alla dissoluzione dell’Internet Research Agency. 

La chiusura dell’IRA non è di certo corrisposta con la cessazione delle attività di disinformazione della Russia. Vi è stata piuttosto una riorganizzazione delle operazioni, che sono passate dal centralizzarsi attorno ad un struttura proxy aziendale/oligarchica, a una più diretta associazione con l’apparato militare ufficiale. Tutti i nuovi attori operativi, emersi già a partire dall’agosto del 2023 , si sono infatti rivelati in rapporto diretto con il GRU, indicando il superamento del modello IRA, che consentiva la “negabilità plausibile”, a favore di un approccio più apertamente statale, che permette maggior controllo e coordinazione. L’inefficacia delle risposte Occidentali alla scoperta delle attività dell’IRA, anche quando queste hanno riguardato le presidenziali statunitensi, potrebbe aver portato il Cremlino a non sentire nemmeno più la necessità di mascherare il coinvolgimento statale nelle sue operazioni di influenza. Le campagne di disinformazione russe post-IRA vedono le Brigades non più ramificarsi da un’unica matrice centrale, bensì dividersi in gruppi propagandistici diversificati che lavorano in parallelo, ciascuno specializzato in un certo ambito del web, in uno specifico contesto geopolitico o in una data tecnica di disinformazione. Un team di ricercatori della Clemson University ha identificato uno di questi gruppi, denominato “Storm-1516”, nato proprio da una costola dell’IRA e dove sembrerebbero aver preso impiego molti veterani dell’agenzia. Questa cellula dell’infrastruttura di influenza russa, che appare anche in un report del Microsoft Threat Intelligence, è stata particolarmente attiva nella campagna anti-Ucraina e durante le presidenziali statunitensi del 2024 

Il modello operativo della propaganda russa

Le offensive di disinformazione russe partono spesso dai media tradizionali domestici esplicitamente controllati dallo Stato, come Russia Today (RT) o Sputnik. Questi organi hanno il compito di fornire la base narrativa ufficiale e il quadro di riferimento per le operazioni successive. Essi offrono la prima legittimazione al messaggio, ancorando la disinformazione a una fonte che, per quanto faziosa, si presenta come parte di un circuito informativo strutturato. Successivamente la notizia viene riversata sulla rete di media alternativi, che siano siti web compiacenti o l’ecosistema generale dei social media. La funzione di questi canali è di fungere da cassa di risonanza, fornendo un ulteriore strato di legittimazione e mimetizzando la narrazione statale come notizia indipendente.  

È a questo punto che entrano in gioco le Web Birgades, il cui scopo è proprio la diffusione attiva di propaganda nel mainstream digitale attraverso account che appaiono autentici, in quanto cresciuti in modo organico sulla piattaforma e ,in alcuni casi, mai schierati politicamente fino al momento dell’attacco. Un’altra tecnica di dimostrata efficacia impiegata dal Cremlino per camuffare la propria propaganda è l’infiltrazione nel mondo dell’influencer marketing, un mercato di dimensioni enormi, caratterizzato da una grave mancanza di regolamentazione. L’utilizzo di influencer complici permette alla Russia di sfruttare la fiducia che il pubblico già ripone in una data personalità digitale per dare credibilità a notizie infondate e messaggi tendenziosi, aggirando al contempo i controlli di trasparenza e fact-checking più severi applicati ai media tradizionali o ai profili politici espliciti. 

In questo modo la Russia, pur vedendo i suoi canali ufficiali bloccati, è riuscita nella creazione di entità mediatiche di risonanza apparentemente indipendenti, capaci di coinvolgere e manipolari i frequentatori delle piattaforme. Inoltre, le stesse infrastrutture social su cui avvengono le operazioni di influenza comportano un ulteriore grande vantaggio: spesso gli utenti che la narrazione del Cremlino riesce a convincere diventano a loro volta ignari amplificatori della propaganda, garantendo alla diffusione un effetto a cascata che non richiede altri investimenti di risorse. Altro elemento molto rilevante in questo contesto è proprio il ruolo delle piattaforme digitali. In particolare, il funzionamento dei loro algoritmi di raccomandazione, addestrato alla massimizzazione del profitto e con ben poco interesse al contradditorio o tantomeno alla verifica di affidabilità dell’informazione, che  tende a chiudere gli utenti in echo chamber, in cui vengono ciclicamente riproposti contenuti simili a quelli con cui si è già interagito. Un “mi piace” messo distrattamente può comportare l’esposizione prolungata a diversi messaggi della stessa propaganda, moltiplicandone il potere di influenza. Questa polarizzazione algoritmica è una delle vulnerabilità più problematiche dei nuovi sistemi di informazione che le operazioni russe sfruttano con maggiore efficacia

L’ingerenza russa nelle elezioni presidenziali statunitensi 

L’interferenza del Cremlino nei processi democratici occidentali non ha di certo risparmiato le elezioni presidenziali statunitensi che, a partire dal 2016 e per tutte le tornate successive, hanno dovuto fare i conti con le incursioni della guerra ibrida russa.  

La campagna di disinformazione russa per le elezioni presidenziali del 2016 fu un’operazione di vasta portata, sviscerata nel dettaglio dal Rapporto Mueller, un documento di 448 pagine che descrisse l’intervento come “ampio e sistemico”.  L’IRA fu l’ingranaggio centrale di queste attività, impegnato nel coordinamento della vasta rete di bot e account umani attivi sulle piattaforme digitali allo scopo di influenzare il pubblico americano. Le indagini hanno rivelato alcuni dettagli operativi, inclusi i pagamenti mensili (circa 1,400$) che i membri delle Brigades ricevevano per avviare intenzionalmente conflitti online, offendere altri utenti e pubblicare contenuti provocatori o off-topic per distrarre e creare divisioni all’interno delle comunità online. Inoltre, sempre nel corso delle presidenziali del 2016, alcuni operatori russi riuscirono a penetrare nei sistemi informatici del Democratic National Committee (DNC). Il materiale rubato fu successivamente reso pubblico tramite WikiLeaks, con l’evidente obiettivo di massimizzare il danno politico al candidato democratico. Da sottolineare che il Rapporto Muller, così come il successivo report del Senate Intelligence Committee, non trovano prove conclusive di un esplicito coinvolgimento diretto di Donald Trump, a eccezione di alcune dichiarazioni incongruenti. 

La bufera mediatica successiva allo smascheramento delle ingerenze russe nel 2016 ha reso l’opinione pubblica, i policymakers nonché le stesse piattaforme digitali più consapevoli della gravità della minaccia. Ciò ha portato la Russia, in occasione delle elezioni del 2020, a evolvere e sofisticare le proprie tattiche di influenza in modo che minimizzassero la diretta attribuibilità al Cremlino. Il documento dell’Intelligence Community statunitense sulla questione rivela infatti come l’uso massivo di bot localizzati in Russia, tipico del 2016, sia stato parzialmente sostituito dall’impiego di un numero maggiore di persone reali, spesso residenti in paesi terzi e in alcuni casi inconsapevoli di lavorare per entità legate al governo di Mosca. Inoltre il rapporto prende in esame il largo uso di una tattica definita information laundering (lavaggio di informazioni), un meccanismo attraverso il quale la propaganda generata dall’intelligence russa viene introdotta nel sistema informativo statunitense tramite intermediari percepiti come legittimi. Secondo l’Intelligence Community i proxy dell’intelligence russa hanno promosso e diffuso narrazioni fuorvianti o infondate su Joe Biden a organizzazioni mediatiche, funzionari di governo e individui di spicco statunitensi, inclusi alcuni vicini all’ex Presidente Trump e alla sua amministrazione. Emblematico il caso di Andrii Derkach, ex politico ucraino al soldo del Cremlino, sanzionato nel 2021 dal Dipartimento del Tesoro statunitense per aver cospirato con attori domestici, tra cui l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, al rilascio di informazioni false e registrazioni audio manipolate, con lo scopo di interferire nel processo elettorale secondo gli interessi del governo russo. Il modello operativo messo in atto nel caso Derkach ben illustra l’evoluzione strategica delle tattiche di disinformazione russa: se il contenuto fabbricato dai media russi viene ripreso e diffuso da figure politiche domestiche, l’operazione straniera assume la parvenza di un dibattito politico interno, sfruttando in questo modo la profonda polarizzazione partigiana esistente negli Stati Uniti che permette alla narrazione di venir accettata di buon grado dal pubblico target (i sostenitori di Trump in questo caso) come una rivelazione legittima piuttosto che come propaganda orchestrata dall’estero.

A seguito dell’invasione dell’Ucraina del 2022, una parte sostanziale degli sforzi delle operazioni di influenza russe si è reindirizzata sull’indebolimento della risoluzione occidentale nel sostegno alle truppe di Kiev. Ciò è particolarmente evidente nella campagna di disinformazione messa in atto in occasione delle elezioni presidenziali statunitensi del 2024. La propaganda russa, negli Stati Uniti così come in molti altri paesi europei, ha infatti cercato sistematicamente di addossare tutte le colpe dell’inflazione, dell’impennata dei prezzi di cibo ed energia, alle sanzioni occidentali e agli aiuti economici e militari inviati a supporto del fronte ucraino. Al contempo è stata portata avanti una narrazione che mirava a screditare la percezione dell’Ucraina in occidente, attraverso una serie di accuse infondate fatte girare sul web dalle Brigades e da influencer sponsorizzati dal Cremlino. Il ciclo elettorale del 2024 è stato inoltre il primo a vedere la piena e sistematica integrazione dell’intelligenza artificiale generativa per creare deepfakes, cioè video falsificati per mostrare eventi o situazioni, in realtà mai accaduti, che sostenessero le tesi della propaganda russa. Tra gli impieghi più significativi di questa tecnologia ci sono stati deepfake del comandante in capo delle forze armate ucraine, Valery Zaluzhny, che annunciava un colpo di stato contro il Presidente Zelensky, o ancora video manipolati che mostravano soldati ucraini che davano fuoco a un’effige di Donald Trump. Le elezioni del 2024 sono state anche teatro di una nuova tecnica di disinformazione assai subdola, già sperimentata in Europa, che ha preso il nome di Doppelganger. L’operazione Doppelganger consiste nella creazione di siti web che mimano l’aspetto e lo stile di autorevoli testate giornalistiche occidentali (tra i bersagli ci sono stati la CNN, il Washington Post, Le Monde, Der Spiegel, ANSA) su cui vengono pubblicate notizie false aderenti alla narrazione russa, pronte per essere poi diffuse sui social dalle Brigades. L’impostura è anche più raffinata di quanto ci si possa aspettare, in alcuni casi cliccando su altri articoli del sito clone, l’utente viene reindirizzato al sito ufficiale della testata, rendendo difficile accorgersi dell’inganno se non si controlla l’URL. 

Le incursioni della propaganda russa in Europa nel 2025: le elezioni di Germania e Moldavia 

Tra le più recenti attività di ingerenza russe in Europa risultano particolarmente significative le campagne di disinformazione condotte  nel corso delle ultime elezioni in Germania e in Moldavia. 

La Germania in quanto centro economico e politico del continente europeo è storicamente un obiettivo prioritario per le operazioni di influenza russa. Le elezioni anticipate che si sono tenute nel febbraio del 2025 hanno rappresentato una ghiotta occasione per il Cremlino di canalizzare con ancora più vigore le attività di disinformazione che, da almeno una decade, venivano esercitate nel paese. L’Alternative für Deutschland (AfD), partito di estrema destra tedesco, è stato il principale beneficiario della propaganda di Mosca. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato come molte delle operazioni russe in Germania avessero lo specifico intento di generare consensi per l’AfD, così da destabilizzare i partiti più tradizionali e moderati. 

Gli schemi operativi con cui sono state portate avanti le narrazioni russe sono gli stessi già sperimentati in precedenza: continua l’impersonificazione di media legittimi tramite doppelganger (Der Spiegel e Welt tra le vittime), così come l’utilizzo di deepfakes che nel caso tedesco hanno riguardato il ministro dell’economia e del clima Robert Habeck e la ministra degli esteri Annalena Baerbock, esponenti dei Verdi e figure chiave nel supporto all’Ucraina. Per quanto sia impossibile isolare la disinformazione russa come unica causa del successo dell’estrema destra, il risultato storico dell’ AfD, che ha raddoppiato i propri consensi attestandosi come principale partito d’opposizione, suggella il raggiungimento degli obiettivo di destabilizzazione del Cremlino. 

Le elezioni parlamentari della Moldavia, tenutesi nel settembre del 2025, hanno segnato un momento decisivo per la traiettoria geopolitica del paese. La consultazione poteva infatti esser inquadrata nei termini di un nuovo referendum, stavolta implicito dopo quello ufficiale del 2024 vinto per un soffio dalla frangia europeista, sul  ruolo internazionale della Moldavia, bisecata tra l’integrazione nell’Unione Europea e il mantenimento delle relazioni con Mosca risalenti all’era sovietica. Come riportato dall’esperto di campagne di influenza russe Eugen Muravschi, il Cremlino considera la Moldavia “parte della sua zona di influenza storica e legittima”, manifestando da tempo la chiara volontà di impedire al paese di avvicinarsi all’Occidente.  Tale opposizione è risultata in quelle che NewsGuard descrive come pesanti ingerenze nel processo elettorale.  Le attività di disinformazione esercitate in Moldavia ricadono nella più ampia operazione Matrioska, già operativa nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2024 e nelle parlamentari tedesche del 2025. Nel contesto delle elezioni moldave si è assistito a un bombardamento di disinformazione massiccio, arrivando secondo NewsGuard a una media di tre notizie false a settimana pubblicate dall’apparato d’influenza di Mosca. 

Il report della società finlandese CheckFirst e dell’organizzazione non profit internazionale Reset Tech mostra come, nei mesi che hanno preceduto le elezioni, la leader moldava del principale partito europeista Maia Sandu sia stata citata da articoli diffamatori riconducibili all’operazione Matrioska molto più frequentemente (quasi tre volte tanto) rispetto a figure di alto profilo quali il presidente ucraino Zelensky e il presidente francese Macron. Un’inchiesta della BBC ha inoltre identificato 90 account TikTok legati alla rete Matrioska che si occupavano di diffondere propaganda pro-Russia sulla piattaforma, accumulando complessivamente più di 23 milioni di visualizzazioni. Tra i gestori degli account figuravano anche cittadini del paese, reclutati e coordinati tramite Telegram, che dietro pagamento creavano e diffondevano sui social network contenuti aderenti alle narrazioni del Cremlino. Non sono poi mancate neanche in questa occasione le impersonificazioni fraudolenti di testate internazionali. Tra le fake news proposte da doppelganger russi, una di spiccata viralità sosteneva che ci fossero stati brogli nell’elezione presidenziale del 2024 che aveva visto trionfare Sandu. Il video che per primo riportò la notizia, comparso per la prima volta su un canale Telegram affiliato a Mosca, utilizzava il logo della BBC e attribuiva la paternità della scoperta al gruppo di giornalismo investigativo olandese Bellingcat, includendo anche una citazione del fondatore Eliot Higgins. Pochi giorni dopo lo stesso Higgins ha confermato a NewsGuard che il video è completamente falso e la notizia priva di fondamento.

Le contromisure possibili alla disinformazione 

Nella sfida alla disinformazione che le democrazie occidentali si trovano ad affrontare, la responsabilizzazione delle piattaforme digitali resta un obiettivo primario. Per una disinfestazione efficace degli spazi online dagli agenti della propaganda estera servirebbero infatti regolamentazioni ben più stringenti nei confronti di questi colossi tech, soprattutto rispetto ai contenuti che veicolano e ai meccanismi algoritmici che privilegiano la polarizzazione. Alcune misure implementate di recente, come Il Digital Services Act (DSA) della Commissione europea o l’introduzione di un albo degli influencer in Italia, sono senza dubbio passi nella direzione giusta, ma di certo non sanificano tutte le storture dell’infrastruttura social che continuerà ad essere un superbo vettore della disinformazione. Resta dunque l’imperativo di un massiccio investimento nell’educazione digitale dei cittadini

A tal proposito, in un articolo dell’European Union Institute for Security Studies emerge il concetto di sicurezza cognitiva, cioè la sempre più necessaria protezione delle vulnerabilità percettive e comportamentali umane che vengono sfruttate dalle operazioni di influenza digitali. Secondo l’Institute for Security Studies si dovrebbe riconoscere che la manipolazione dell’informazione è una minaccia alla sicurezza nazionale al pari degli attacchi militari convenzionali o delle incursioni cibernetiche. La sicurezza cognitiva in questo senso non riguarda soltanto la protezione dell’infrastruttura informativa, ma la difesa stessa dei processi di formazione del pensiero e dell’opinione pubblica. Come è stato discusso fin qui, le operazioni di disinformazione russe infatti non si limitano a diffondere notizie false, agiscono a un livello più profondo, alterando i parametri stessi attraverso cui i cittadini valutano la realtà, erodendo la capacità di discernimento critico e minando la fiducia reciproca necessaria al funzionamento di una società democratica. Sviluppare strategie di sicurezza cognitiva significa dunque costruire una forma di resilienza, prima individuale e poi collettiva, contro la manipolazione digitale. Ciò richiede anzitutto dei programmi di alfabetizzazione mediatica che vadano oltre la semplice identificazione delle fake news e che forniscano piuttosto strumenti per comprendere i meccanismi psicologici e sociali che rendono efficace la propaganda, per sviluppare consapevolezza riguardo le tecniche di manipolazione emotiva, per riconoscere le echo chamber algoritmiche in cui si rischia costantemente di essere intrappolati.

In definitiva, è ormai chiaro come la guerra all’informazione non sia un fenomeno transitorio o circoscritto a momenti di particolare tensione geopolitica, bensì una dimensione permanente del confronto tra modelli politici alternativi. Ignorare questa situazione o minimizzare la portata delle operazioni di influenza russe significherebbe consegnare al Cremlino un vantaggio strategico potenzialmente decisivo. La risposta occidentale deve allora farsi altrettanto sistemica e coordinata quanto l’offensiva che si trova a fronteggiare, riconoscendo che la difesa della democrazia passa oggi inevitabilmente anche attraverso la trincea digitale.

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