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02/12/2025
Medio Oriente e Nord Africa

Oltre Tripoli: la riconfigurazione della presenza turca in Libia

di Raffaele Perrone

Tra i numerosi teatri in cui la Turchia ha esteso la propria proiezione esterna negli ultimi due decenni, quello libico resta uno dei più complessi e strategicamente rilevanti. Il Paese nordafricano, lacerato dal vuoto di potere seguito al crollo del regime di Muʿammar Gheddafi nel 2011, continua a configurarsi come un crocevia di competizioni regionali e globali in cui ambizioni geopolitiche, interessi economici e visioni divergenti dell’ordine mediterraneo si intrecciano. Dopo essersi imposta come sostenitrice del Governo di Accordo Nazionale (GNA) – successivamente sostituito dal Governo di Unità Nazionale (GNU) – Ankara ha intrapreso un processo di riallineamento tattico volto a ricomporre i rapporti con il generale Khalifa Haftar – capo delle forze armate della Libia orientale - e con le istituzioni radicate nella Cirenaica. Tale riposizionamento risponde alla volontà del presidente Recep Tayyip Erdoğan di attenuare i rischi derivanti dalla persistente frammentazione istituzionale del Paese e, al contempo, rafforzare la legittimità degli accordi stipulati con Tripoli. In questa prospettiva, la questione libica si configura come un banco di prova per testare la capacità turca di coniugare ambizione regionale e pragmatismo diplomatico.

Tra i numerosi teatri in cui la Turchia ha esteso la propria proiezione esterna negli ultimi due decenni, quello libico resta uno dei più complessi e strategicamente rilevanti. Il Paese nordafricano, lacerato dal vuoto di potere seguito al crollo del regime di Muʿammar Gheddafi nel 2011, continua a configurarsi come un crocevia di competizioni regionali e globali in cui ambizioni geopolitiche, interessi economici e visioni divergenti dell’ordine mediterraneo si intrecciano. Dopo essersi imposta come sostenitrice del Governo di Accordo Nazionale (GNA) – successivamente sostituito dal Governo di Unità Nazionale (GNU) – Ankara ha intrapreso un processo di riallineamento tattico volto a ricomporre i rapporti con il generale Khalifa Haftar – capo delle forze armate della Libia orientale – e con le istituzioni radicate nella Cirenaica. Tale riposizionamento risponde alla volontà del presidente Recep Tayyip Erdoğan di attenuare i rischi derivanti dalla persistente frammentazione istituzionale del Paese e, al contempo, rafforzare la legittimità degli accordi stipulati con Tripoli. In questa prospettiva, la questione libica si configura come un banco di prova per testare la capacità turca di coniugare ambizione regionale e pragmatismo diplomatico.

In seguito al collasso del regime di Gheddafi, la Turchia ha dapprima adattato un atteggiamento improntato alla cautela, limitandosi a sostenere i processi di transizione promossi dalle Nazioni Unite e a salvaguardare gli interessi economici consolidati durante l’era gheddafiana. Tuttavia, il rapido deterioramento del quadro interno, culminato con l’offensiva del generale Haftar contro Tripoli nel 2019, ha costretto Ankara a ridefinire la propria postura in chiave maggiormente assertiva. Il sostegno al governo di Tripoli ha così assunto i tratti di un intervento risoluto e, nel breve periodo, strategicamente efficace. L’impiego combinato di droni, consiglieri militari e capacità logistiche avanzate ha consentito alla Turchia di arrestare l’offensiva di Haftar, evitando il collasso della capitale e consolidando il ruolo del GNU quale interlocutore privilegiato della propria azione in Libia. In questo quadro, l’azione di Erdoğan rispondeva a una duplice finalità: garantire un accesso preferenziale ai futuri contratti di ricostruzione e rafforzare l’Accordo di delimitazione marittima del novembre 2019, che ampliava le pretese turche nel Mediterraneo orientale nel quadro strategico delineato dalla dottrina della “Mavi Vatan”. Ankara ha presentato il proprio intervento come parte di uno sforzo teso a garantire la sopravvivenza del governo tripolino, ma tale strategia ha presto incontrato alcuni vincoli strutturali. Il GNU non è riuscito a consolidare il proprio controllo neppure sulla parte ovest del Paese, mentre i tentativi del primo ministro Abdulhamid Dbeibah – nominato nel marzo 2021 dal Libyan Political Dialogue Forum, sotto l’egida delle Nazioni Unite – di rafforzare la propria posizione hanno alimentato le rivalità tra le milizie. Nonostante il vantaggio tecnologico, i ricorrenti scontri a Tripoli e la perdurante frammentazione istituzionale hanno messo in luce la fragilità del coinvolgimento militare turco, compromettendo la possibilità per Ankara di tradurre il vantaggio operativo in un effettivo consolidamento della propria influenza sul Paese.

La Libia rimane divisa tra amministrazioni rivali: da un lato il GNU, dall’altro il Governo di Stabilità Nazionale con sede a est e sostenuto dalla Camera dei Rappresentanti e dall’Esercito Nazionale Libico (LNA) guidato da Haftar. In un simile contesto, ogni intesa conclusa con una delle parti tende a essere immediatamente contestata dall’altra, generando un’impasse giuridico-politica che rende pressoché impraticabile qualsiasi forma di cooperazione istituzionalizzata. Il memorandum marittimo del 2019, celebrato ad Ankara come un successo diplomatico, è stato oggetto di un netto rigetto da parte delle autorità della Libia orientale, con la Camera dei Rappresentanti che ne ha formalmente negato la ratifica, contestandone la legittimità giuridica e la validità politica. Anche l’accordo del 2022 relativo all’esplorazione di idrocarburi tra la Turkish Petroleum Corporation (TPAO) e la National Oil Corporation (NOC) è stato sospeso dalla magistratura di Tripoli, rivelando l’intrinseca fragilità giuridico-istituzionale di tali intese e la difficoltà di conferirvi una legittimazione politica compiuta. Di fatto, il ruolo turco è rimasto confinato a una sola parte di uno Stato diviso, riducendo la capacità di Ankara di incidere sul suo futuro assetto politico. Tali esperienze hanno indotto la Turchia a una ricalibrazione tattica e all’adozione di una postura flessibile, volta a preservare la continuità della propria influenza sul Paese.

L’evoluzione della strategia turca

Il nuovo approccio di Ankara si articola lungo tre assi – sicurezza, economia e diplomazia – concepite come componenti di una strategia multidimensionale orientata alla costruzione di una presenza duratura. Tra queste, la dimensione securitaria si è finora rivelata la più rilevante. Dalla fine del 2023, Ankara ha intrapreso una serie di iniziative volte ad ampliare la propria influenza anche nella Libia orientale. Nell’agosto 2025, la corvetta turca TCG Kınalıada ha attraccato a Bengasi, svolgendo esercitazioni congiunte con unità navali libiche sotto lo slogan “One Libya, One Army”. L’evento è stato seguito da un incontro bilaterale finalizzato a esplorare forme di cooperazione in materia di sicurezza tra İbrahim Kalın, alla guida dell’Organizzazione nazionale d’intelligence turca (Millî İstihbarat Teşkilatı), e Khalifa Haftar, accompagnato dal figlio Saddam. Nell’aprile 2025, la visita ufficiale di Saddam Haftar ad Ankara – con colloqui con il generale Selçuk Bayraktaroğlu e il ministro della Difesa Yaşar Güler – ha consolidato tali aperture, preludio a un accordo di cooperazione militare comprendente il trasferimento di droni, l’addestramento di 1.500 unità del LNA e missioni di consulenza per la modernizzazione delle forze armate.

Parallelamente, Ankara ha ampliato la propria presenza economica nella Libia orientale. Nel gennaio 2025, la Turkish Airlines ha ripreso i voli per Bengasi dopo oltre un decennio di sospensione, passo simbolico verso la normalizzazione. Inoltre, il 14 aprile 2025, il Fondo per la ricostruzione della Libia orientale, guidato da Belqasem Haftar, ha firmato contratti con imprese turche per la ricostruzione di infrastrutture a Bengasi, al-Bayda, Derna e Tobruk. Le società edili turche, protagoniste dell’economia libica prebellica, si preparano così a un ritorno su larga scala. Tale percorso è culminato nel giugno 2025 con la firma di un memorandum d’intesa tra la NOC e la TPAO, che ha concesso ad Ankara diritti di esplorazione offshore di petrolio e gas, rafforzando l’integrazione delle imprese turche nelle catene energetiche libiche.

La dimensione giuridico-diplomatica introduce un ulteriore livello di complessità nella strategia turca. Come già osservato, per quasi sei anni, la Camera dei Rappresentanti ha respinto il memorandum marittimo del 2019, definendolo illegittimo. Eppure, nel 2025, lo stesso organo ha istituito un comitato tecnico incaricato di riesaminare e potenzialmente ratificare l’accordo. In caso di ratifica, la Turchia otterrebbe un notevole successo politico, trasformando un accordo contestato in uno strumento legittimo e rafforzando le proprie rivendicazioni nel Mediterraneo orientale. Oltre alla sua valenza formale di delimitazione delle giurisdizioni marittime, un simile esito consentirebbe ad Ankara di ridefinire la propria presenza in Libia in modo da comprendere l’intero Paese, passaggio cruciale per accrescere la legittimità della sua posizione. In questo quadro, la riapertura del consolato turco a Bengasi, avvenuta alla fine del 2024, ha assunto un forte valore simbolico, segnando un ulteriore passo verso l’apertura di un canale diplomatico ufficiale con le autorità orientali.

Considerata nel suo complesso, l’evoluzione della strategia turca non può essere ridotta a un semplice aggiustamento tattico. Essa rivela l’ampiezza del progetto di Ankara, orientato alla costruzione di una rete d’influenza resiliente, capace di adattarsi alla volatilità libica e di mantenere un margine di manovra su entrambi i poli del potere. Se l’instabilità di Tripoli dovesse compromettere gli interessi turchi, i legami con Bengasi offrirebbero uno strumento di riequilibrio; se, al contrario, la posizione di Haftar dovesse indebolirsi, gli investimenti nell’ovest garantirebbero continuità. Questo approccio duale consentirebbe inoltre alla Turchia di proporsi come mediatore nei processi di riconciliazione e di riforma del settore della sicurezza. La formula del sostegno a una “Libia unita e unificata” non è dunque mera retorica, ma una narrazione volta a legittimare la presenza turca come forza d’integrazione nazionale, strumento utile a radicare l’influenza di Ankara su centri di potere contrapposti al fine di trasformarli in leve complementari della propria proiezione regionale.

La Libia come specchio della politica estera turca

L’evoluzione del ruolo della Turchia in Libia costituisce un caso emblematico della flessibilità e della capacità adattiva che da tempo caratterizzano la politica estera di Ankara. La storia recente mostra una costante propensione ad adeguare le proprie scelte ai mutamenti regionali, alternando fasi di cautela ad altre improntate a una maggiore assertività. Sin dall’ascesa dell’AKP, la Turchia ha ridefinito il proprio approccio verso i Paesi vicini, combinando strumenti di soft power con mezzi coercitivi, soprattutto in seguito allo scoppio delle rivolte arabe. Nel contesto libico, ciò che appariva come un intervento difensivo in favore delle autorità di Tripoli si è evoluto in una strategia di espansione dell’influenza turca, in cui le dimensioni militare, economica e diplomatica convergono in un progetto coerente e di lungo periodo. 

Tuttavia, la strategia di Ankara non può essere ridotta a una semplice operazione di riduzione del rischio; essa riflette piuttosto la volontà di modellare le traiettorie politiche, economiche e di sicurezza di uno Stato frammentato, consolidando la propria influenza senza alienarsi completamente né Mosca né gli alleati della NATO. Le implicazioni di tale postura superano di gran lunga il perimetro libico. Ankara ha dimostrato che una potenza di medie dimensioni, ma dotata di ambizioni strategiche e di una solida infrastruttura militare può, attraverso un uso calibrato della forza, superare attori più grandi ma più esitanti. Nel teatro libico, Europa, Russia e Stati Uniti hanno ripetutamente manifestato difficoltà nell’elaborare una linea d’azione coerente. Al contrario, la Turchia ha saputo capitalizzare l’instabilità, forgiare intese pragmatiche e trasformare opportunità tattiche in vantaggi strategici duraturi. 

In definitiva, Ankara ha reso la Libia il centro della propria proiezione esterna, terreno su cui consolidare il proprio ruolo di media potenza e la propria autonomia strategica nel Mediterraneo allargato. Per i decisori europei il messaggio appare chiaro: la presenza turca in Libia complica le controversie marittime ma apre nuovi spazi di cooperazione. La presenza di Ankara può infatti fungere da contrappeso alla proiezione russa e contribuire a una stabilizzazione parziale in un contesto nel quale le iniziative occidentali hanno fallito. La vera sfida per l’Europa risiederà nella capacità di definire una linea d’azione condivisa di fronte all’ascesa della Turchia: stabilire se opporsi o cooperare con Ankara nei processi d’integrazione istituzionale, nella cooperazione energetica e nella gestione dei flussi migratori.

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