Tra Belt and Road Initiative, corridoi infrastrutturali alternativi e progresso tecnologico, la Repubblica Democratica del Congo si colloca al centro delle nuove dinamiche di competizione globale. La retorica della trappola del debito e il confronto con l’Occidente, fa emergere i limiti del modello cinese win-win.
La Belt and Road Initiative (BRI) rappresenta uno dei principali strumenti attraverso cui la Cina mira a promuovere la crescita globale, ridurre il deficit infrastrutturale e rafforzare la connettività economica. In assenza di infrastrutture adeguate appare difficile lo sviluppo di scambi, di crescita e prosperità, alimentando un circolo vizioso di sottosviluppo. In questo quadro, la Repubblica Democratica del Congo (RDC) assume un ruolo centrale nel continente africano sia per la sua estensione territoriale, sia per la dotazione di risorse naturali.
La RDC e il paradosso dello sviluppo
La RDC è il secondo Paese più grande dell’Africa (dopo l’Algeria) e uno dei più ricchi al mondo in termini di risorse minerarie, biodiversità e potenziale idroelettrico. Nonostante sia il primo produttore mondiale di cobalto, risorsa cruciale per la transizione energetica, è classificata tra i Paesi più poveri del pianeta. Questo paradosso è aggravato dalla sua posizione geografica che priva il paese di sbocchi al mare, dalla scarsa integrazione infrastrutturale interna e dalle conseguenze delle guerre civili del 1996 e del 2003. In questo contesto di squilibri e povertà, la Cina ha ricoperto un ruolo cruciale, promuovendo il proprio modello di rapido sviluppo e crescita economica. Si concretizza così l’esportazione del grande progetto cinese One Belt, One Road (oggi noto come BRI), caratterizzato da ingenti investimenti infrastrutturali — porti, aeroporti, strade e ferrovie — con l’ambizione di collegare via terra e via mare la Cina all’Eurasia, all’America Latina, all’Australia e all’Africa. L’obiettivo è quindi quello di costruire una connettività globale delle reti di scambio, finalizzata a sostenere una nuova fase di industrializzazione più estesa e, nelle intenzioni, più equa, attraverso il rafforzamento della propria sfera di influenza commerciale ed economica.
L’intervento si fonda su due pilastri principali ovvero sul “contratto del secolo” del 2007 (anche conosciuto come Accordo Sicomines, dal nome di un consorzio di società statali cinese) e l’inserimento della RDC nella BRI nel gennaio 2021, che l’ha portata ad essere il 45° Paese africano partecipante. Per il governo congolese, guidato da Félix-Antoine Tshisekedi Tshilombo l’iniziativa rappresenta un’opportunità strategica per colmare il deficit infrastrutturale, collegando le 25 province alla capitale e implementando l’integrazione regionale con i Paesi confinanti. L’iniziativa, inoltre, mira a sviluppare infrastrutture digitali, rafforzare la connettività economica, politica e diplomatica e promuovere una “comunità dal destino condiviso per l’umanità”.
Criticità e limiti della BRI in RDC
La cooperazione tra la Cina e la RDC si fonda sul principio del win-win. Da questa prospettiva, tale cooperazione si inserisce in una visione di globalizzazione più equilibrata, attraverso la succitata promozione della comunità dal destino condiviso e dell’iniziativa Belt and Road. Questo principio si basa sul concetto di sharing economy inteso come condivisione di capitali, infrastrutture, tecnologie e know-how. In cambio dell’accesso alle risorse naturali, la Cina mira perciò a contribuire allo sviluppo infrastrutturale e industriale del Paese, presentando tale strategia come un modello di cooperazione orizzontale sia sul piano economico sia su quello politico. Sebbene questo approccio sia spesso percepito in modo positivo, in particolare da parte dei Paesi africani, numerosi analisti lo interpretano come una forma di nuovo colonialismo con caratteristiche cinesi. Tale modello, infatti, rafforza l’interdipendenza
economica sollevando interrogativi rilevanti sulle asimmetrie di potere e sull’effettiva distribuzione dei benefici.
I progetti della BRI costituiscono difatti un rischio di aumento del rapporto debito/prodotto interno lordo (PIL) per alcuni partecipanti, generando pressioni finanziarie e nuove vulnerabilità economiche. In questo contesto si sviluppa il concetto di “trappola del debito”, secondo cui la Cina avrebbe concesso alla RDC prestiti di entità tale da rendere difficoltosa la loro restituzione, vincolando economicamente il Paese. Questa dinamica ha rafforzato pertanto la dipendenza del Paese da Pechino, divenuto uno dei suoi principali partner commerciali ed esportatori di risorse strategiche. Si stima, infatti, che nel 2021 circa il 70% dei minerali congolesi fosse sotto controllo cinese.
Fin dal principio, l’impegno cinese è stato fortemente influenzato dalla necessità di individuare nuovi mercati per assorbire la propria sovracapacità industriale in un contesto di rallentamento della crescita economica interna. Sebbene molti progetti realizzati nell’ambito della BRI contribuiscano allo sviluppo di infrastrutture, di industria e di connettività in Africa, essi risultano particolarmente vantaggiosi solo per le imprese cinesi, che impiegano manodopera e materiali provenienti dalla stessa Cina, limitando il coinvolgimento dei lavoratori locali a mansioni a bassa qualificazione.
Nonostante i benefici infrastrutturali, la cooperazione sino-africana presenta pertanto numerose criticità, tra cui l’opacità delle procedure di appalto, pratiche corruttive, il rischio di indebitamento e rilevanti conseguenze ambientali e sociali. La popolazione locale tende, infatti, a trarre vantaggi marginali e indiretti, che si manifestano prevalentemente dopo il completamento delle opere, ad esempio attraverso un miglioramento della connettività o l’accesso a impieghi di basso livello nei settori industriali e infrastrutturali.
La competizione globale tra Cina e Stati Uniti in RDC
Dopo la pandemia di COVID-19, Stati Uniti e Unione Europea hanno rafforzato la loro presenza nella RDC con l’obiettivo di contenere l’espansione dell’influenza cinese, cresciuta attraverso la BRI. In questo contesto, sono state lanciate iniziative alternative come la Build Back Better World (B3W) nel 2021 e, successivamente, la Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII) nel 2022, volte a promuovere sviluppo infrastrutturale, la sostenibilità e una buona governance. La competizione tra il modello cinese e quello occidentale si articola peraltro anche sul piano valoriale, contrapponendo l’approccio pragmatico della Cina ai principi democratici e di trasparenza promossi da Stati Uniti e Unione Europea.
Uno degli snodi principali di questa rivalità è rappresentato dal Corridoio di Lobito, definito dall’ex presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, “un investimento che cambia le regole del gioco” e che rappresenta una via di trasporto attraverso l’Angola, lo Zambia e la RDC, volta a facilitare il commercio, la crescita economica e l’aumento del coinvolgimento locale e regionale nelle dinamiche globali. Il Corridoio – originariamente progettato per collegare il sud della RDC e il nord-ovest dello Zambia tramite il porto di Lobito in Angola – prevede la costruzione di quasi 350 miglia di ferrovia in Zambia e fornisce una via diretta verso l’Oceano Indiano attraverso la Tanzania.
Tuttavia, sotto la presidenza di Trump, il ritiro degli Stati Uniti dalle istituzioni tradizionali di sviluppo e la conseguente chiusura della USAID, ha creato un vuoto nel finanziamento infrastrutturale. Con molti Paesi africani lasciati con alternative occidentali limitate, la Cina si pone di colmare tale vuoto, intensificando il proprio coinvolgimento nei paesi africani soprattutto nei settori precedentemente supportati dalla USAID come il settore energetico, delle infrastrutture sanitarie e della connettività rurale.
Il nuovo progetto cinese
L’influenza cinese nella RDC si è progressivamente rafforzata, intrecciando gli aiuti allo sviluppo con una strategia volta all’espansione degli interessi commerciali. La competizione con Stati Uniti ed Europa per l’accesso a minerali strategici e terre rare ha spinto Pechino a riorientare la propria strategia, mantenendo solo sul piano retorico il principio del win-win.
Durante l’ultimo summit del Forum sulla cooperazione sino-africana (FOCAC) tenutosi dal 4 al 6 settembre del 2024, il presidente cinese ha avviato una strategia volta ad attenuare la “trappola del debito” con un approccio basato sulla retorica dei progetti “piccoli ma belli”. Invece di concentrarsi esclusivamente sulle mega infrastrutture, la Cina punta oggi sull’importazione di prodotti agricoli di nicchia — come miele, vaniglia e zafferano — creando legami economici più diffusi e migliorando la percezione popolare. La cooperazione Cina-Africa intende dunque rafforzare un dialogo politico, scambi umani e governance condivisa, sostenendo uno sviluppo inclusivo attraverso commercio agevolato, infrastrutture, digitalizzazione, agricoltura, sanità ed energia verde. A supporto di queste iniziative, il presidente Xi ha previsto un investimento di 360 miliardi di RMB in tre anni, a sostegno della visione di governance globale più equa maturata dal presidente congolese. Contrariamente alla retorica della “trappola del debito”, il presidente definisce gli investimenti cinesi come strumenti che hanno permesso alla RDC di “rafforzare la propria capacità di integrarsi nell’economia globale”. Si tratta di un colpo diretto alla narrativa della Partnership for Global Infrastructure and Investment occidentale, presentata come un’alternativa “virtuosa”.
Nonostante la strategia win-win si presenti come un modello di cooperazione equo e orizzontale, spesso contrapposto alla narrativa del nuovo colonialismo cinese, l’analisi empirica mette in luce aspetti meno evidenti del progetto di sviluppo promosso da Pechino. Nel 2025, le tensioni tra le compagnie minerarie cinesi e il governo della RDC sono aumentate progressivamente, quando nel Sud Kivu, alcuni cittadini cinesi sono stati arrestati con l’accusa di gestione illegale di attività minerarie, mentre il Ruanda ha assunto il controllo di parte delle risorse congolesi. Nello stesso anno a Lubumbashi, un grave incidente ha contaminato le vie d’acqua con milioni di metri cubi di elettroliti, portando alla sospensione delle attività della Congo Dongfang International Mining, sussidiaria della Zhejiang Huayou Cobalt Company. Tutto ciò è stato in larga parte occultato, consentendo alla potenza cinese di mantenere sia il controllo sull’estrazione, sulla raffinazione e sulla lavorazione pesante dei minerali critici. Ne è emerso un ecosistema minerario-industriale integrato, che rende difficile per l’Africa (e l’Occidente) inserirsi in modo autonomo e competitivo nelle catene globali del valore.Negli ultimi tempi, con l’avanzare dell’innovazione tecnologica e la crescente competizione sull’intelligenza artificiale, Pechino si presenta come leader nel mercato globale delle batterie, investendo in tecnologie alternative che non richiedono cobalto o nichel, come batterie agli ioni di sodio o al litio-ferro-fosfato. Tuttavia, con la diffusione di tali soluzioni, la domanda di minerali strategici della RDC può subire un significativo ridimensionamento, lasciando infrastrutture costose e risorse svalutate, mentre la Cina mantiene il proprio primato grazie all’automazione e al controllo delle catene del valore. Diventa quindi cruciale per i Paesi africani negoziare partenariati che includano ricerca e sviluppo locali, per non rimanere passivamente subordinati a scelte tecnologiche decise altrove. L’Africa, da parte sua, vive un nuovo risveglio e avanza con determinazione verso gli obiettivi di modernizzazione fissati dall’Agenda 2063 dell’Unione Africana. Il futuro dello sviluppo congolese dipenderà perciò dalla capacità delle élite politiche di negoziare accordi più equi e orientati al benessere della popolazione.

