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30/12/2025
Africa Subsahariana

La terza via di Putin: strategia multipolare e ambiguità africane

di Silvia Caschera

Nel quadro della crisi dell’ordine liberale e del crescente disincanto africano verso l’Occidente, Mosca rilancia la propria presenza nel continente puntando su pragmatismo, sovranità e non allineamento. Attraverso summit multilaterali e richiami alla solidarietà storica, cerca di costruire un’alleanza più strutturata con l’Africa, affidando al Sudafrica un ruolo di ponte tra Mosca, BRICS+ e G20.

Nel quadro della crisi dell’ordine liberale e del crescente disincanto africano verso l’Occidente, Mosca rilancia la propria presenza nel continente puntando su pragmatismo, sovranità e non allineamento. Attraverso summit multilaterali e richiami alla solidarietà storica, cerca di costruire un’alleanza più strutturata con l’Africa, affidando al Sudafrica un ruolo di ponte tra Mosca, BRICS+ e G20.

La crisi dell’ordine liberale e il disincanto africano

La crisi dell’ordine liberale ha accelerato la frammentazione del sistema internazionale, aprendo spazi di manovra per attori che si propongono come alternativi all’egemonia occidentale. In questo contesto, l’Africa emerge come terreno strategico di riconfigurazione geopolitica, dove il disincanto verso le potenze tradizionali si traduce in una crescente apertura a modelli di cooperazione non allineati. Il vertice NATO de L’Aia del giugno 2025 ha cristallizzato questa dinamica: l’esclusione dei partner del “Dialogo Mediterraneo” dal confronto politico ha rafforzato la percezione di un’Alleanza ripiegata sulla difesa del fianco orientale e poco sensibile alle priorità di sicurezza del Sud Globale, alimentando la sensazione di marginalizzazione del continente

Nel vuoto così creato, la Russia si presenta come partner “non compromesso”, richiamando la solidarietà storica con i movimenti di liberazione africani e capitalizzando il valore simbolico del sostegno sovietico all’African National Congress, ma consapevole che questa memoria politica, soprattutto tra le nuove generazioni, non basta più senza risultati tangibili.Mosca si inserisce in questo spazio proponendo una “terza via” che si distacca tanto dalle logiche ideologiche della Guerra Fredda quanto dalle condizionalità del liberalismo occidentale. La sua offerta si struttura intorno a un discorso di sovranità, multipolarismo e non ingerenza, rivolto a élite africane che cercano margini di autonomia rispetto ai tradizionali partner euro-atlantici e cinesi

Tuttavia, la visibilità delle iniziative russe nel continente resta limitata, anche a causa della sospensione delle trasmissioni satellitari dei media russi in molti paesi africani, che ha ridotto la capacità di Mosca di costruire una narrativa diretta e radicata. Ne deriva l’urgenza di sviluppare nuovi canali informativi e collaborazioni con media locali, senza i quali la “terza via” rischia di restare una proposta essenzialmente elitaria, poco percepita a livello sociale.

La mutazione della presenza russa: dalla Wagner all’Africa Corps

L’evoluzione più significativa della strategia russa in Africa nel biennio 2024-2025 riguarda la trasformazione della sua presenza sul terreno. Superata la fase della “negabilità plausibile” legata alle attività della Wagner, Mosca ha avviato un processo di statalizzazione della forza attraverso l’Africa Corps, struttura formalmente riconducibile al Ministero della Difesa. Questo passaggio da un dispositivo ibrido a uno più istituzionalizzato segnala la volontà di radicare nel lungo periodo la proiezione russa nel Sahel e in altre aree del continente, con un approccio articolato che combina sicurezza, accesso alle risorse e influenza politico-diplomatica.

Nei paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel, in particolare Mali, Burkina Faso e Niger, l’Africa Corps ha rilevato le infrastrutture e le reti precedentemente utilizzate dalla Wagner, offrendo addestramento, protezione dei regimi e controllo di aree ricche di materie prime. In cambio, Mosca ottiene concessioni minerarie e fedeltà politica in sedi multilaterali cruciali per la gestione del dossier ucraino. L’Africa diventa così un “secondo fronte” della competizione con l’Occidente: la proiezione militare e paramilitare nel Sahel e nel Mediterraneo allargato fornisce al Cremlino leve asimmetriche per condizionare l’Europa, dalla gestione dei flussi migratori alla destabilizzazione del suo vicinato meridionale, con l’obiettivo di logorare la coesione euro-atlantica e distrarre risorse e attenzione dal sostegno a Kiev.

Il ruolo del Sudafrica, tra ambizioni globali e vincoli interni

All’interno di questo quadro, il Sudafrica assume un ruolo centrale come snodo tra Africa, Russia e spazi di governance globale. La partecipazione di Pretoria all’Iniziativa Africana per la Pace nel conflitto russo-ucraino ha rafforzato l’immagine del paese come mediatore potenziale, capace di dialogare simultaneamente con Mosca, Kiev, Bruxelles e Washington. Tuttavia, la fragilità del contesto politico interno, segnata dalla formazione di un governo di coalizione, da tensioni sociali e da un’economia sotto pressione, rende meno lineare la traduzione di questa ambizione in una diplomazia coerente e sostenuta nel tempo.

Sul piano multilaterale, il Sudafrica rappresenta per il Cremlino un partner prezioso all’interno dei BRICS, dove si promuove un ordine mondiale più equo e rappresentativo. L’allargamento a BRICS+ e i progetti di piattaforme alternative per il commercio di cereali, per la regolazione dei prezzi dei metalli preziosi o per sistemi di pagamento non ancorati al dollaro rispondono a esigenze reali di autonomia finanziaria, soprattutto per paesi sottoposti a sanzioni o vulnerabili agli shock dei mercati globali. Ma la distanza tra dichiarazioni e risultati concreti resta ampia: l’eterogeneità politica e strategica dei membri limita l’operatività delle proposte, mentre l’Africa, pur evocata come protagonista del nuovo ordine multipolare, continua spesso a restare ai margini dei processi decisionali effettivi.

Opportunità e limiti dell’alleanza russo-africana

La cooperazione tra Russia e Africa, con il Sudafrica al centro di molte dinamiche, si propone come risposta a bisogni reali del continente: sicurezza, energia, agricoltura, sicurezza alimentare, istruzione, gestione delle risorse naturali. Mosca offre tecnologie nucleari, forniture di cereali a prezzi calmierati, accordi nel settore minerario e proposte di piattaforme commerciali indipendenti dai circuiti dominati dall’Occidente. In teoria, questa agenda mira a rafforzare l’autonomia economica africana e a ridurre la dipendenza da vecchi e nuovi poli di potere.

Nella pratica, però, i limiti strutturali della Russia appaiono evidenti. Un’economia colpita dalle sanzioni, centrata sulle esportazioni energetiche e priva di una robusta base industriale rende difficile sostenere nel lungo periodo progetti su vasta scala. La dimensione securitaria tende a prevalere su quella dello sviluppo, producendo un modello che garantisce la sopravvivenza delle élite ma non affronta in profondità le cause dell’instabilità e della povertà. A ciò si somma un deficit di trasparenza: l’assenza di meccanismi di monitoraggio indipendenti e il mancato coinvolgimento della società civile africana alimentano sospetti sull’opacità degli accordi, che rischiano di rimanere confinati a un dialogo tra governi e apparati di sicurezza.

Prospettive per un nuovo ordine globale

La proposta russa di una “terza via” si inserisce in un contesto segnato da instabilità sistemica, crisi del multilateralismo e polarizzazione crescente tra blocchi. L’idea di un ordine multipolare fondato sulla sovranità, sul rispetto delle differenze culturali e sulla cooperazione tra paesi del Sud globale intercetta una domanda reale di riequilibrio geopolitico. Tuttavia, la capacità di Mosca di trasformare questo paradigma in un progetto credibile e duraturo è frenata da contraddizioni evidenti tra principi proclamati e pratiche sul terreno: il richiamo alla non ingerenza si scontra con forme di intervento che rafforzano regimi fragili senza rafforzare le istituzioni, mentre la retorica della solidarietà storica rischia di svuotarsi se non accompagnata da benefici concreti per le popolazioni.

Per l’Africa, la sfida è affermare una propria autonomia strategica evitando di diventare semplicemente il teatro di una competizione tra potenze. Ciò implica la capacità di negoziare partenariati che non si limitino a sostituire una dipendenza con un’altra, ma che contribuiscano a uno sviluppo sostenibile, a una maggiore giustizia sociale e a una stabilità fondata su istituzioni solide. Il Sudafrica, pur limitato da vincoli interni, tenta di collocarsi come attore globale capace di mediare tra Nord e Sud, tra Occidente e mondo BRICS, ma il suo margine di manovra resta condizionato dalle dinamiche interne e dalla complessità delle coalizioni multilaterali.

In questo scenario, la “terza via” russa può rappresentare un’opportunità solo se saprà emanciparsi dalla dimensione prevalentemente securitaria, investendo in sviluppo, trasparenza e inclusione. Altrimenti, rischia di restare una via intermedia, più evocata che praticata, un dispositivo tattico utile a Mosca per resistere all’isolamento e a molte élite africane per ampliare il proprio spazio di manovra, ma insufficiente a costituire il pilastro di un nuovo ordine globale realmente condiviso.

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