Da diversi anni le acque dell’Oceano Atlantico che bagnano le coste senegalesi e gambiane sono divenute luogo di concorrenza nelle attività di pesca, dove contrapposte vi sono le piccole imbarcazioni locali guidate da pescatori del posto e i moderni pescherecci europei e cinesi. La difficoltà nel resistere alle capacità delle imprese e delle imbarcazioni extracontinentali si è velocemente tramutata in crisi per il settore ittico locale, che ad oggi è riconosciuta come una delle principali motivazioni che spingono numerosi giovani locali a cercare di migrare verso l’Europa
Anche il nuovo anno è iniziato con un naufragio davanti le coste del Gambia, durante il quale almeno 39 persone hanno perso la vita e oltre novanta sono state messe in salvo dalla marina nazionale. La barca naufragata è una delle cosiddette “pirogues”, come vengono chiamate dai pescatori locali le imbarcazioni usate sia per la pesca che per le rotte migratorie. Queste, infatti, vengono frequentemente utilizzate per lasciare il continente africano e dirigersi verso quello europeo (la prima meta sono le isole Canarie), in una delle rotte marittime maggiormente frequentate. Stipate, conducono giovani donne e uomini verso le coste spagnole.
Secondo l’agenzia europea FRONTEX, nel 2024 le isole Canarie sono state raggiunte da oltre 47.000 migranti, riconfermandosi prima terra di approdo verso l’Europa. I punti di partenza principali restano le coste senegalesi e del vicino Gambia, dove dalle spiagge centinaia e centinaia di ragazzi e ragazze salgono sulle stesse barche usate dai pescatori, per affrontare l’Oceano. Tra i push-factor, proprio la crisi della pesca locale, tra le prime fonti lavorative di entrambi i Paesi.
La pesca illegale e la pesca intensiva industriale come condanna per la pesca artigianale
Le acque oceaniche dell’Africa occidentale sono tradizionalmente ricche di risorse ittiche, per cui naturalmente la pesca locale e la pesca artigianale hanno da sempre rappresentato una fonte lavorativa ed economica centrale per i Paesi di corrispondenza (circa il 6.3% della popolazione locale è impiegata nella pesca), oltre che risorse essenziali per l’alimentazione e la sicurezza alimentare locale. Sardine, alacce e bonga, che rappresentano la maggior parte del pescato in Senegal e Gambia, costituiscono numerosi nutrienti fondamentali per l’alimentazione quotidiana e nella lotta alla malnutrizione, soprattutto per i bambini nei villaggi di pescatori. Di fatto la popolazione locale si nutre in gran parte proprio del pescato, il quale viene successivamente essiccato o affumicato, sempre artigianalmente, inserendosi in una catena socio-lavorativa che include quindi non soltanto l’attività della pesca e di solito i giovani pescatori, ma anche le donne e le attività di lavorazione ed essiccazione, a cui esse sono tradizionalmente addette.
In questo tessuto quindi prettamente artigianale si inseriscono come competitori i pescherecci industriali, di provenienza principalmente europea, cinese e russa, che avallati spesso da scarsi controlli da parte delle marine nazionali, procedono con attività intensive ricollegabili ad attività di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN), vietata peraltro dal Regolamento (CE) n.1005/2008 nelle acque comunitarie ed in quelle internazionali. Dotate di strumenti ed apparecchiature nettamente più moderne, le navi industriali esercitano una pressione di pesca sugli stock ittici chiaramente superiore rispetto alle piccole imbarcazioni locali, provocando a queste ultime non poche difficoltà nel reperire anche stock di minore portata. I danni ambientali che una pesca industriale intensiva e non controllata provoca alla biodiversità marittima e alle risorse alieutiche sono preoccupanti: da rapporto del 2024 del Comitato per la pesca nell’Atlantico centrale orientale (CECAF), oltre 10 specie ittiche fondamentali per l’economia di Senegal e Gambia sono in una fase di dissolvenza, e la biomassa è calata del 63% dall’inizio della pesca intensiva.
Le conseguenze a livello socio-economico, poi, sono sempre più visibili: per oltre 17.400 “pirogues” senegalesi il lavoro nelle acque nazionali diventa sempre più precario a causa proprio dell’altissima concorrenza. Le difficoltà, quindi, concernono il settore impiegatizio, con i pescatori artigianali costretti a dover rinunciare al proprio mestiere, ma anche il settore dei trasporti, dell’artigianato legato alle imbarcazioni (dai meccanici ai riparatori), e ovviamente il settore della trasformazione del pesce, mestiere appunto tradizionalmente femminile, che rappresenta uno dei principali ambiti lavorativi per le donne senegalesi e gambiane, nonché uno dei mezzi principali di autonomia economica.
La rotta migratoria come nuova speranza
Nel momento in cui, quindi, la possibilità di esercitare il proprio lavoro viene meno, e la propria sicurezza alimentare è intaccata fortemente, la decisione di lasciare il proprio Paese diventa necessità. Da almeno cinque anni, il tasso di giovani pescatori senegalesi e gambiani che partono alla volta dell’Europa, dalle stesse spiagge dalle quali partivano per una nottata di lavoro, è fortemente aumentato. Se infatti tradizionalmente le persone spinte a migrare provenivano dalle zone rurali interne del Paese, soprattutto per quanto riguarda il Senegal, ad oggi il profilo migratorio è decisamente mutato, comprendendo non soltanto cittadini provenienti da contesti rurali tanto quanto da quelli urbani, ma anche da zone costiere, in precedenza meno propensi alla scelta migratoria. Purtroppo, nella vastissima maggioranza dei casi ci si riferisce ad una dinamica migratoria illegale condotta via mare, nel tentativo di approdare sulle coste delle vicine, seppure non così tanto distando di fatto circa 1600km, isole Canarie. Sulla rotta atlantica, nel solo 2024, sono morte 9.757 persone, prima di raggiungere terra.
In queste dinamiche illegali, sovente i pescatori vengono scelti da chi organizza i viaggi come comandanti delle stesse imbarcazioni per via delle conoscenze approfondite delle rotte e dei mezzi di utilizzo, o altre volte sono essi stessi ad organizzare le tratte, tramutando di fatto il lavoro di pescatore in quello di scafista. È questa l’esperienza ormai quotidiana raccontata da diversi pescatori senegalesi, nella città costiera di Saint-Louis, spesso testimoni di colleghi che hanno preso la decisione di migrare, o quella di percorrere altre vie di guadagno. Le testimonianze riportano di piccole barche dalle condizioni già precarie, usurate da anni di lavoro in mare, che stipate e rese ancor meno sicure dal peso di centinaia di persone, salpano dalle spiagge alla volta dell’Oceano. A chilometri di distanza, condizioni meteo permettendo, vi sono delle imbarcazioni più ampie che attendono le pirogues e consentono la traversata. I protagonisti di queste dinamiche non sono soltanto pescatori, ma anche studenti, famiglie, giovani lavoratori, provenienti dalle zone interne di Senegal e Gambia, o da altre zone del Sahel come la Mauritania. Queste coste, ad oggi, rappresentano uno degli snodi principali di migrazioni dall’Africa occidentale e da quella subsahariana. Mame Thiam Mbaye, giovane laureato senegalese, racconta quanto difficoltoso sia ottenere un visto per studio o lavoro dai consolati europei, seppur con carte in regola e conti bancari confermati. Facile immaginare poi a quanto possa ammontare la difficoltà di ottenere un permesso consolare per quelle situazioni in cui queste, seppur minime condizioni vantaggiose, non esistono.
Le dinamiche migratorie di cui sopra possono essere ricondotte ad un fenomeno migratorio economico dovuto quindi ad una necessità economica derivante da condizioni socio-economiche non vantaggiose né desiderabili nel proprio contesto di provenienza. Secondo le teorie neoclassiche degli studi sulle migrazioni, tali dinamiche sono definite volontarie. Queste condizioni però, comportano un’oggettiva difficoltà, se non impossibilità, ad esercitare il proprio lavoro, ad avere accesso ad un reddito dignitoso, a condurre una vita sicura in termini lavorativi ed alimentari. In questi termini, la dinamica migratoria si potrebbe definire, al contrario, forzata, e non volontaria, poiché vi sono delle condizioni tali per cui lasciare il proprio contesto diventa l’unica possibilità per rispondere alle mancanze dello stesso (in questo caso, per altro, dovute ad attori esterni).
Le migrazioni, in quanto fenomeni interconnessi, sono tradizionalmente il risultato di diversi fattori, possibilità, abilità, aspirazioni e desideri. Sempre con riferimento agli studi sulle migrazioni, i fattori di influenza vengono suddivisi tra push-factors e pull-factors, dove con i primi si vuole intendere condizioni negative che spingono, appunto, le persone a voler migrare, mentre con i secondi ci si riferisce a condizioni invece positive che tendono ad attrarre le persone verso un nuovo contesto. Chiaramente, la crisi della pesca locale per Senegal e Gambia si è tradotta in una condizione fortemente negativa, per cui centinaia di locali sono stati spinti a muoversi via mare.
Il paradosso europeo
L’Europa diventa quindi la possibilità di perseguire un’alternativa alla situazione precaria e di crisi della pesca locale ed artigianale. L’aspetto paradossale, però, è che, come sopra anticipato, le navi industriali che praticano la pesca illegale, la pesca intensiva e provocano conseguenze drammatiche nell’ambiente ittico tanto quanto in quello sociale, sono in larga maggioranza europee. Più precisamente, battono spesso bandiera locale, soprattutto in Senegal, ma sono di proprietà principalmente europea o cinese, con la partecipazione di azionisti locali. Anche per via dell’utilizzo di imbarcazioni apparentemente locali, queste imprese straniere riescono comunque a navigare in acque territoriali, senza incorrere in sanzioni, senza dover rispettare limiti imposti ad aziende e a pescherecci stranieri. Inoltre, l’operato straniero, e nello specifico europeo, ha comportato anche una netta modifica alla forma di mercato relativa alle risorse ittiche: da un consumo quasi esclusivamente locale, il mercato ittico è diventato sempre più di esportazione, con l’export di prodotti rivolti all’UE di oltre 208 milioni di dollari l’anno, nel periodo compreso tra il 2019 e il 2022.
Il paradosso, quindi, consiste nel fatto che gli stessi attori esteri che impongono le partenze migratorie a causa dei loro interventi illegali, delle loro modifiche strutturali e della concorrenza sleale che praticano verso le comunità locali, siano gli stessi che impediscono le migrazioni tramite vie legali e fortemente criminalizzano le scelte migratorie. Gli accordi bilaterali tra l’Agenzia europea FRONTEX e il Senegal, ad esempio, o la Mauritania, sono espressione di tale condotta, determinata nell’impedire i viaggi via mare e facilitare i rimpatri: nello specifico della realtà senegalese, tra il 2006 e il 2009 vennero messe in atto diverse operazioni (conosciute come HERA I, II, III) in collaborazione tra FRONTEX e la marina senegalese, destinate di fatto a pattugliare la tratta Atlantica; dal 2022 inoltre è in atto un negoziato tra UE e Senegal per consegnare a questo lo status di membro dell’Agenzia (negoziato per il quale è stata promossa una relazione in Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affare interni al Parlamento europeo).Contemporaneamente non si opera in alcun modo per facilitare l’emissione di visti da parte dei consolati europei, in ottemperanza alle politiche migratorie nazionali degli stati UE, che sono ad oggi, per praticamente tutti i membri, fortemente restrittive Per quanto riguarda invece le politiche migratorie nazionali degli Stati di partenza, queste risultano essere spesso deboli a livello strutturale e infrastrutturale, con frammentazioni interne alle governance tra diversi attori ed istituti, e un approccio sicuritario di stampo europeo, sia nel caso della Politica Migratoria Nazionale del Senegal del 2015 (unica adottata nel Paese), sia per quella del Gambia del 2020 (anch’essa adottata come unico riferimento).
Chiaro è quindi come nuovamente l’operato del Nord Globale, ed in questo caso soprattutto europeo e cinese, guidato dai propri guadagni, crei delle spirali fortemente instabili e precarie nelle stesse comunità del Sud Globale per le quali esprime profondo interesse. Le dinamiche migratorie, fenomeni questi perenni e naturali per l’essere umano, ne conseguono in maniera costante, testimoniando il risultato della guerra al profitto: da un lato la profonda difficoltà per i locali di abitare terre che già per secoli sono state sfruttate, dall’altro la continua necessità degli stessi di reiventarsi in qualche nuova parte del mondo.

