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05/01/2026
Medio Oriente e Nord Africa

L’ora X di Teheran: chi guiderà l’Iran dopo Khamenei?

di Selvaggia Maresca

Emergenze idriche, crisi di legittimità, tensioni generazionali, sindrome dell’assedio e isolamento strategico scandiscono il tempo politico dell’Iran contemporaneo. Tra ricorrenti aspettative di regime change forzato e il peso crescente del fattore anagrafico sulla leadership, Teheran avvia il conto alla rovescia verso la scelta della nuova Guida Suprema. Non un semplice avvicendamento, ma un passaggio potenzialmente rifondativo. Così, giocare contro il tempo, decifrando logiche e traiettorie, diventa essenziale per comprendere il futuro dell’Iran e l’equilibrio, sempre più fragile, dell’intera regione.

Emergenze idriche, crisi di legittimità, tensioni generazionali, sindrome dell’assedio e isolamento strategico scandiscono il tempo politico dell’Iran contemporaneo. Tra ricorrenti aspettative di regime change forzato e il peso crescente del fattore anagrafico sulla leadership, Teheran avvia il conto alla rovescia verso la scelta della nuova Guida Suprema. Non un semplice avvicendamento, ma un passaggio potenzialmente rifondativo. Così, giocare contro il tempo, decifrando logiche e traiettorie, diventa essenziale per comprendere il futuro dell’Iran e l’equilibrio, sempre più fragile, dell’intera regione.

Maslahat-e nezam: pragmatismo e flessibilità 

L’architettura della Repubblica Islamica dell’Iran prevede un meccanismo formalmente definito per la selezione della Guida Suprema, affidato all’Assemblea degli Esperti, organo eletto a suffragio universale ma sottoposto al filtro preventivo del Consiglio dei Guardiani. Gli articoli 107 e 109 della Costituzione delineano requisiti stringenti di natura dottrinale, morale e politica, inscrivendo la successione nel solco dell’ideale khomeinista del velayat-e faqih, ovvero la supremazia del giurisperito islamico quale garante ultimo dell’ordine politico e religioso.

Tuttavia, l’unica successione finora realizzatasi, quella del 1989, ha reso manifesta una distanza strutturale tra norma e prassi. La designazione di Ali Khamenei, all’epoca privo del requisito religioso della marja‘iyya-ye taqlid (“fonte di emulazione”), non rappresentò una deroga contingente bensì una ricalibratura sistemica. In altre parole, non fu la scelta politica ad adeguarsi al dettato costituzionale, ma il contrario: i parametri normativi vennero rimodellati ex post per conferire legittimità giuridica a una decisione maturata in sede politica. 

Tale passaggio rivela la logica profonda del sistema: in contrasto con un’erronea lettura occidentale che vuole l’Iran prigioniero di un’ideologia sclerotizzante, la Costituzione non opera come vincolo rigido, ma come dispositivo estremamente adattivo, subordinato a un principio meta-costituzionale largamente condiviso: il maslahat-e nezam (“l’interesse superiore del sistema”), ovvero l’imperativo esistenziale di preservare la continuità del potere, l’unità dell’élite e la sopravvivenza del progetto rivoluzionario. In presenza di un livello di insoddisfazione stimato attorno al 92% e di persistenti tentativi esterni di regime change e all’interno di un contesto che, va ricordato, si presenta estremamente complesso, plurale e talvolta contraddittorio, ne consegue che, finché Teheran non avrà acquisito la certezza di aver garantito la propria sopravvivenza, anche le future dinamiche successorie saranno orientate meno dalla rigidità formale o dal sapere teologico e più da valutazioni pragmatiche legate agli equilibri interni e regionali. Si configura così una realpolitik esercitata da politici con il turbante, in grado di consolidare il primato della dimensione politica a scapito di quella strettamente religiosa.

Contrapposizione fazionale e generazionale

L’Iran si articola in un sistema altamente segmentato e stratificato, in cui il conflitto politico non si gioca tra partiti strutturati ma all’interno del sistema stesso, tra blocchi informali, clientelismo e personalizzazione del potere. 

Sotto il profilo analitico, le principali fazioni politiche possono essere ricondotte a tre ambiti – conservatori, pragmatici e riformisti – ma è all’interno del fronte conservatore che si concentrano i rapporti di forza più rilevanti in funzione del processo successorio. La “vecchia guardia” o “principialisti”, composta dai protagonisti della rivoluzione del 1979, conserva ancora posizioni chiave negli organi istituzionali e negli apparati religiosi, ma è demograficamente e simbolicamente in declino. La “seconda generazione”, comunemente definita ultraradicale e forgiata nelle strutture dei Pasdaran, ha progressivamente occupato i vertici decisionali ed economici, costituendo oggi il principale bacino di influenza. 

L’incapacità della prima generazione di produrre figure ampiamente condivise e la crescente assertività della componente ultraradicale rendono poco plausibile l’ascesa di una Guida dotata di forte autonomia religiosa o di un profilo autenticamente arbitrale. La selezione del successore sarà verosimilmente il risultato di un compromesso intra-fazionale asimmetrico. Le implicazioni sono significative. Sul piano interno, l’ascesa della seconda generazione ultraradicale, più ideologica, più dura, più fanatica, rischia di consolidare un assetto sempre più rigido e militarizzato del potere, riducendo ulteriormente gli spazi di mediazione politica e di riforma economico-sociale. Sul piano esterno, ciò delineerebbe una politica estera più assertiva e meno incline al compromesso, con effetti destabilizzanti soprattutto sulle relazioni con l’Occidente e sul dossier nucleare. Alcune delle recenti violazioni delle tradizionali “linee rosse” osservate sotto Khamenei possono, di fatti, essere lette come concessioni tattiche alle pressioni degli ambienti più radicali, riluttanti verso pazienza strategica e shadow wars, e favorevoli all’arricchimento dell’uranio a fini militari.

L’interpretazione dominante del velayat-e faqih 

Il velayat-e faqih costituisce il principio centrale attraverso cui il potere politico iraniano è teologicamente legittimato e istituzionalmente strutturato. La sua natura intrinsecamente dinamica implica che la definizione concreta dei poteri e della legittimità della futura Guida Suprema dipenderà dalla lettura dominante del principio stesso, in un contesto iraniano che, pur tendendo a una laicizzazione sostanziale, rimane formalmente inscritto all’interno di un discorso e di un linguaggio di matrice islamista.

L’interpretazione oggi dominante – il velayat-e motlaq-e faqih – attribuisce alla Guida un’autorità di derivazione divina, sostanzialmente autonoma dal consenso popolare e sovraordinata alle istituzioni repubblicane. In questo modello, la sovranità si concentra nella figura della Guida, mentre gli organi elettivi operano in posizione subordinata. Se tale lettura continuerà a prevalere, la successione favorirà candidati in grado di garantire continuità istituzionale e controllo politico, anche a scapito di un elevato prestigio religioso, accentuando la personalizzazione del potere. 

In contrapposizione, una lettura costituzionalista del velayat-e faqih, sostenuta da ambienti riformisti, concepisce l’autorità della Guida come mediata dal consenso sociale e dall’interazione con le istituzioni rappresentative, in particolare con l’Assemblea degli Esperti. In questo scenario, la Guida assumerebbe una funzione prevalentemente di garanzia ideologico-religiosa, favorendo una leadership più collegiale e un parziale riequilibrio tra i poteri, pur senza mettere in discussione il principio fondativo del sistema.

Infine, persiste una tradizione quietista, radicata nello sciismo prerivoluzionario, che limita il velayat-e faqih alla sfera religiosa, escludendone l’applicazione diretta al governo politico. Sebbene marginale sul piano istituzionale, essa continua a esercitare un’influenza latente nel dibattito teologico. In un contesto di transizione o di crisi di legittimità, tale interpretazione potrebbe riemergere come riferimento critico per una possibile riconsiderazione dell’assetto khomeinista.

In definitiva, l’ora X di Teheran non segnerà tanto una cesura definitiva quanto l’ennesima riconfigurazione adattiva di un sistema che, nonostante i ripetuti e prematuri epitaffi sulla sua imminente dissoluzione, ha costantemente dimostrato una significativa capacità di resilienza. La successione alla Guida Suprema si configurerà piuttosto come uno stress test istituzionale, destinato a misurare fino a che punto il maslahat-e nezam possa continuare a subordinare ideologia, architettura costituzionale e dottrina religiosa a una razionalità di potere sempre più centralizzata e securitizzata. Il vero nodo, dunque, non è se la Repubblica Islamica sopravvivrà, ma quale forma assumerà un ordine politico che, per continuare a esistere, dovrà svuotare progressivamente il religioso di sostanza decisionale, preservandone al contempo la funzione simbolica di legittimazione.

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