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21/01/2026
Cina e Indo-Pacifico

L’Inverno della democrazia Indonesiana: il Nuovo Codice Penale come Strumento di Consolidamento Illiberale

di Aniello Iannone

Il 2 gennaio 2026 ha segnato la storia della politica indonesiana con un’ambivalenza profonda. Da un lato, l'Indonesia ha reciso definitivamente il cordone ombelicale giuridico con il suo passato coloniale olandese. Dall'altro, il 2 gennaio,  potrebbe rappresentare il momento in cui lo spirito della Reformasi del 1998 è stato formalmente sepolto sotto il peso di centinaia di articoli legislativi. L'entrata in vigore del nuovo Codice Penale, accompagnata dall'attuazione del nuovo Codice di Procedura Penale nel novembre 2025 (KUHAP), non costituisce una semplice modernizzazione tecnica del sistema giudiziario del paese, ma rappresenta la cristallizzazione istituzionale di quel processo di regressione democratica che ha caratterizzato l'ultimo decennio della politica indonesiana. Non siamo di fronte, quindi, solo ad una svolta conservatrice, come spesso semplificato dalla stampa occidentale ossessionata dalle norme sulla moralità sessuale. Siamo di fronte a un'operazione di ingegneria costituzionale volta a blindare le élite politiche e a restringere sistematicamente lo spazio civico del paese. In un momento in cui la presidenza Prabowo sta definendo i suoi nuovi equilibri di potere, il nuovo codice fornisce allo Stato un arsenale repressivo sofisticato, segnando il passaggio definitivo da un sistema basato sul principio della legge come limite al potere, a uno in cui la legge diventa strumento primario di conservazione del potere stesso.

Il 2 gennaio 2026 ha segnato la storia della politica indonesiana con un’ambivalenza profonda. Da un lato, l’Indonesia ha reciso definitivamente il cordone ombelicale giuridico con il suo passato coloniale olandese. Dall’altro, il 2 gennaio,  potrebbe rappresentare il momento in cui lo spirito della Reformasi del 1998 è stato formalmente sepolto sotto il peso di centinaia di articoli legislativi. L’entrata in vigore del nuovo Codice Penale, accompagnata dall’attuazione del nuovo Codice di Procedura Penale nel novembre 2025 (KUHAP), non costituisce una semplice modernizzazione tecnica del sistema giudiziario del paese, ma rappresenta la cristallizzazione istituzionale di quel processo di regressione democratica che ha caratterizzato l’ultimo decennio della politica indonesiana. Non siamo di fronte, quindi, solo ad una svolta conservatrice, come spesso semplificato dalla stampa occidentale ossessionata dalle norme sulla moralità sessuale. Siamo di fronte a un’operazione di ingegneria costituzionale volta a blindare le élite politiche e a restringere sistematicamente lo spazio civico del paese. In un momento in cui la presidenza Prabowo sta definendo i suoi nuovi equilibri di potere, il nuovo codice fornisce allo Stato un arsenale repressivo sofisticato, segnando il passaggio definitivo da un sistema basato sul principio della legge come limite al potere, a uno in cui la legge diventa strumento primario di conservazione del potere stesso.

La rifeudalizzazione del potere e la burocratizzazione del dissenso

Il cuore politico della riforma risiede nella reintroduzione dei reati di offesa alla dignità del Presidente, del Vicepresidente e delle istituzioni statali. Questa mossa rappresenta un capovolgimento giurisprudenziale e storico,  nel 2006, la Corte Costituzionale indonesiana aveva abolito simili norme, argomentando che in una democrazia la dignità del sovrano non può prevalere sul diritto di critica del cittadino. Il ripristino di queste fattispecie, seppur trasformate in reati perseguibili su querela di parte, tradisce una concezione neo-patrimoniale dello Stato. La clausola che permette la critica se intesa come interesse pubblico o autodifesa è, dal punto di vista dell’analisi politica, una trappola semantica. In un sistema giudiziario dove l’indipendenza dei magistrati è sempre più compromessa dalle pressioni dell’esecutivo e degli oligarchi, chi definirà cosa costituisce davvero l’interesse pubblico? Questa vaghezza normativa crea un effetto raggelante immediato. Accademici, giornalisti e attivisti si troveranno costretti all’autocensura preventiva. Non è necessario arrestare mille dissidenti; basta arrestarne uno con l’accusa di aver insultato il governo mentre denunciava corruzione o malasanità, per silenziare preventivamente l’intera società civile. È la restaurazione di una logica quasi feudale, dove il detentore del potere non è un funzionario pubblico soggetto a scrutinio, ma un’entità sacrale da proteggere.

Ancora più insidioso per la dinamica democratica è l’approccio alle manifestazioni pubbliche. L’Articolo 256 criminalizza l’organizzazione di proteste senza notifica alle autorità, punendo i trasgressori con pene detentive se la manifestazione causa disordini. In ottica politologica, questo trasforma un diritto costituzionale in una concessione amministrativa. La notifica in Indonesia è storicamente scivolata verso la necessità di un permesso de facto. Conferire alla polizia il potere discrezionale di trasformare una mancata notifica burocratica in un crimine penale è una tattica classica dell’autoritarismo burocratico. Per i movimenti sindacali e studenteschi, storici motori del cambiamento politico nell’Arcipelago, questo costituisce una minaccia esistenziale. Immaginiamo uno scenario di conflitto agrario o di sciopero selvaggio contro le pratiche di sfruttamento nelle zone industriali. Se i lavoratori scendono in piazza spontaneamente, sono ora, per definizione, criminali. Il codice fornisce così alle oligarchie economiche, e politiche uno scudo legale formidabile contro la mobilitazione sociale, permettendo di trattare le rivendicazioni politiche come problemi di ordine pubblico.

Il controllo sociale attraverso la morale e l’Iinformazione

Se la stampa internazionale si è concentrata sul divieto di sesso extraconiugale e convivenza, l’analista politico deve guardare oltre il moralismo per scorgere la funzione di controllo sociale. Rendendo questi comportamenti reati su denuncia dei familiari, lo Stato delega la sorveglianza alla cellula base della società: la famiglia. Questo frammenta la solidarietà sociale e potenzia il conservatorismo religioso come collante ideologico, utile a distrarre l’opinione pubblica dalle questioni di giustizia economica e corruzione.

Tuttavia, l’aspetto giuridicamente più destabilizzante è il riconoscimento formale del cosiddetto living law (Hukum Adat). Il codice permette di perseguire individui basandosi su leggi consuetudinarie non scritte, purché esistenti nella società locale. Questo introduce un pluralismo giuridico pericoloso. L’incertezza del diritto è nemica della libertà; se un cittadino non può sapere con certezza se la sua azione è reato, poiché il reato dipende da norme locali non codificate e variabili, vive in uno stato di costante vulnerabilità. Per le minoranze religiose, le donne e i gruppi vulnerabili, questo significa che la legge nazionale non garantisce più una protezione uniforme. Le élite locali possono strumentalizzare le norme viventi per perseguitare avversari politici o indesiderati, col beneplacito del codice penale nazionale. 

Infine, le norme sulla diffusione di notizie false o incerte che possono causare disordini chiudono il cerchio del controllo sull’informazione. In un’era che molti definiscono  post-verità, attribuire allo Stato il potere di decidere cosa sia vero e cosa sia falso, punendo penalmente l’errore o l’opinione dissidente etichettata come hoax, è tipico dei regimi ibridi. Durante le elezioni o le crisi politiche, queste norme permettono di colpire l’opposizione digitale e il giornalismo investigativo. Se un ricercatore pubblica dati sulla povertà o sulla corruzione che contraddicono la narrazione ufficiale del governo, rischia di essere accusato di diffondere notizie incerte che fomentano instabilità. La verità diventa monopolio dell’esecutivo.

L’Indonesia, armata di questo nuovo codice penale e procedurale, non è necessariamente destinata a diventare una dittatura militare vecchio stile alla Soeharto. È, tuttavia, qualcosa di più moderno e complesso; una democrazia illiberale consolidata, dove le elezioni si tengono regolarmente, ma dove lo spazio per il dissenso, la critica e l’alternativa politica è soffocato da una ragnatela di norme penali. Questo codice rappresenta il trionfo delle oligarchie che, sopravvissute al 1998, hanno lentamente eroso le istituzioni di controllo per ricostruire un sistema che garantisce la loro impunità. La riforma non serve a proteggere la società dal crimine, ma a proteggere lo Stato dalla società. Per chi osserva l’Indonesia, la sfida ora non è più capire se la democrazia sta arretrando, ma analizzare come le forze sociali e la società civile riusciranno a navigare e resistere all’interno di questa nuova gabbia d’acciaio legale. La battaglia per i diritti civili in Indonesia non è finita, ma dal 2 gennaio 2026, il campo di battaglia è diventato drasticamente più ostile.