A un anno dall’inizio della seconda presidenza Trump, il consenso presidenziale appare instabile e fortemente condizionato da tensioni economiche, sociali, fratture di partito e scelte di politica estera controverse. In vista delle elezioni di midterm del 2026, il calo dell’approvazione, le divisioni nel Partito Repubblicano e il ruolo crescente del Congresso nella limitazione dell’azione presidenziale delineano uno scenario incerto, che preoccupa anche il Presidente.
Il primo anno della seconda presidenza di Donald Trump si sta concludendo in un clima di forte tensione sia interna sia internazionale, con eventi politicamente e socialmente rilevanti che stanno contribuendo a definire il contesto in cui si svolgeranno le elezioni di metà mandato nel 2026. Le midterm elections rappresentano non solo una sorta di referendum sull’operato del Presidente, ma anche un momento in cui il Congresso può ridefinire i limiti della capacità legislativa dell’Amministrazione e influenzare significativamente le strategie di politica estera e interna. Sul piano interno, fattori economici come il perdurare dell’inflazione e sociali come le tensioni scoppiate in seguito all’uccisone di una donna da parte di un agente dell’ICE, contribuiscono a plasmare il sentiment dell’elettorato. Anche la politica estera, se ha impatto sulla politica interna, costituisce un elemento determinante nel definire la percezione dell’elettorato, soprattutto in un momento in cui le tensioni internazionali aumentano in numero e intensità. L’operazione Absolute Resolve attuata in Venezuela e le minacce rivolte alla Groenlandia sottolineano l’intensità dell’approccio internazionale di Trump, con implicazioni dirette sia sulla postura strategica statunitense, che si sta decisamente spostando verso Ovest, sia per il futuro della NATO. In questo contesto, il discorso di fine anno di Trump è stato un momento emblematico in quanto ha offerto indicazioni significative su come il Presidente intende costruire consenso in vista delle midterm e sul tipo di narrativa politica che guiderà l’agenda elettorale dei prossimi mesi.
Il discorso con cui Trump si prepara alle elezioni di midterm: un esempio di strategic narrative
Con un discorso di 18 minuti trasmesso in prima serata dalla Diplomatic Reception Room della Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha insieme ripercorso i mesi passati dalla sua rielezione e ha anticipato le sue ambizioni per il 2026. Trump ha mantenuto toni fortemente autocelebrativi e ha manipolato le statistiche a proprio favore, parlando di successi non effettivamente raggiunti e omettendo informazioni importanti. Tale discorso può essere interpretato come uno dei passaggi preparatori al vero banco di prova elettorale per la seconda presidenza Trump, ovvero le elezioni di midterm per il rinnovo integrale della Camera e di un terzo del Senato. Rappresentano un momento in cui l’elettorato può premiare o sanzionare la Casa Bianca a due anni dalle elezioni presidenziali incidendo direttamente sulla capacità del Presidente di portare avanti la propria agenda legislativa.
Trump ha sostenuto che l’economia statunitense è in ripresa e che il Paese è «più forte e più rispettato che mai», pur in presenza di dati reali che mostrano un sentimento pubblico tutt’altro che entusiasta verso la gestione dell’economia. Trump ha poi tenuto fede anche ai suoi toni tipicamente polemici e combattivi, attaccando il suo predecessore e scaricando le colpe su Biden di molte delle difficoltà attuali.
Durante il discorso, Trump è stato più volte fuorviante rispetto alle statistiche, omettendo dati e esagerandone altri. La costruzione di una narrazione favorevole ai Presidenti fatta durante i loro stessi discorsi non è nuova, ma Trump è un buon esempio di come se ne possa abusare. Le analisi sulla comunicazione politica e sul populismo contemporaneo hanno ampiamente evidenziato come la retorica di Trump sia di base anticonformista e come si fondi su strutture narrative ricorrenti, caratterizzate dall’uso di un linguaggio semplificato, dalla contrapposizione costante tra un “popolo autentico” e l’élite politica e soprattutto da una forte volontà di creare della polarizzazione. I discorsi del Presidente statunitense spesso non sono orientati ad affrontare i dati reali, ma piuttosto a creare dei framework narrativi che pretendono di interpretare la realtà all’interno di alcune cornici in grado di orientare la percezione pubblica degli eventi. Una caratteristica ricorrente di questo modus operandi è la semplificazione della realtà in modo da interpretarla in modo univoco e dicotomico.
Quest’ultimo discorso è un ottimo esempio delle strategie narrative di Trump. Il discorso politico diventa anche in questa occasione uno strumento di identificazione e mobilitazione emotiva e riduce la complessità delle dinamiche interne e internazionali. Trump, ad esempio, ha affermato che “negli ultimi 11 mesi abbiamo apportato più cambiamenti positivi a Washington di qualsiasi altra Amministrazione nella storia americana” contrapponendo quello della sua Amministrazione all’operato degli “ultimi quattro anni”. Ha poi sostenuto che ora invece il governo “lotta per le persone rispettose della legge e laboriose del nostro Paese, coloro che fanno funzionare questa nazione”. Ha sottolineato poi successi simbolici, semplificando profondamente l’effettiva situazione geopolitica internazionale dicendo di aver “risolto otto guerre in dieci mesi” o ridotto l’inflazione e i costi dei beni di consumo, trasformando dati complessi in messaggi semplici.
Un anno sulle montagne russe secondo i dati sul tasso di approvazione
Al di là della retorica trumpiana, i dati possono aiutare a comprendere quanto effettivamente il suo operato sia apprezzato dagli americani e quanto ciò che è stato detto il 18 dicembre sia realistico. Secondo il The Economist/YouGov Poll condotto tra il 5 e l’8 dicembre 2025, una maggioranza significativa degli intervistati (57%) ritiene che gli Stati Uniti stiano “andando nella direzione sbagliata”, mentre solo il 32% percepisce un andamento positivo per il Paese. Questo dato generale indica insoddisfazione diffusa, collocato temporalmente poco prima del discorso di fine anno di Trump. Analizzando più specificamente il grado di approvazione dell’operato presidenziale, i dati del The Economist/YouGov Poll indicano che l’approvazione complessiva di Trump si aggira intorno al 39%, con particolare insoddisfazione rispetto alla gestione economica e al costo della vita. La polarizzazione del consenso emerge in modo chiaro dai dati demografici: mentre il sostegno tra gli elettori repubblicani rimane elevato, la maggioranza degli elettori indipendenti e democratici esprime giudizi negativi, determinando un rating netto spesso “sottozero” su molte questioni chiave.
Come emerge anche da dati presentati dal New York Times, l’indice di gradimento di Trump è piuttosto basso. Sebbene il suo secondo mandato sia stato accolto in modo leggermente migliore dagli elettori rispetto al primo, Trump ha iniziato quello attuale con un indice di gradimento netto inferiore a quello di qualsiasi altro Presidente a partire da Bill Clinton. Dopo mesi di stabilità, il tasso di gradimento del presidente Trump ha subito un calo a metà novembre che è la somma sia di un aumento della disapprovazione del suo operato, sia di una diminuzione dei consensi. Buona parte del calo nel rating di approvazione è attribuito alla percezione pubblica che l’economia non stia migliorando al ritmo desiderato e che molte famiglie siano ancora colpite da costi di vita elevati dovuti al perdurare dell’inflazione.
Più in generale, il The Economist ha definito il primo anno della nuova Amministrazione come un giro sulle montagne russe, riportando dei dati che effettivamente mostrano continui cali e rialzi nel tasso di approvazione. Un percorso definito come “accidentato”: dopo un inizio con un indice netto di +2, il consenso è sceso fino a –18 all’inizio di dicembre, ha avuto una breve ripresa durata un paio di settimane, per poi calare nuovamente a –17 nei giorni immediatamente prima di Natale. Inoltre, le elezioni di novembre 2025 hanno visto i Democratici ottenere vittorie significative in stati chiave come Virginia, New Jersey e New York, indicando segnali di riorganizzazione e recupero politico.
Tutte le fratture interne del Partito Repubblicano
“Dovete vincere le elezioni di medio termine perché, se non le vinciamo troveranno un motivo per mettermi sotto accusa”, ha detto Trump ai legislatori repubblicani durante un ritiro a Washington lo scorso 6 gennaio. Queste parole mettono in luce, da un lato, la consueta preoccupazione di ogni Commander in Chief per il risultato delle midterm, dato che storicamente il partito del Presidente tende a perdere seggi in entrambe le Camere, con perdite medie significative e un impatto negativo sul sostegno legislativo dell’agenda presidenziale.
Inoltre, per Trump in particolare ci sono una serie di ragioni per cui preoccuparsi, come ad esempio il recente voto al Senato “War Powers Resolution” che ha visto l’avanzamento di una risoluzione volta a limitare l’autorità del Presidente di condurre ulteriori azioni militari in Venezuela senza esplicita approvazione del Congresso. In una prima votazione la mozione era stata portata avanti con 52 voti a favore e 47 contrari, con cinque Repubblicani di Trump che hanno votato (insieme ai Democratici) a favore dell’avanzamento della questione, a cui Trump ha risposto su Truth Social affermando che “i Repubblicani dovrebbero vergognarsi” dei senatori che hanno sostenuto il voto preliminare. Successivamente, in una votazione decisiva la misura è stata bloccata dopo che due dei Repubblicani inizialmente favorevoli hanno cambiato posizione, portando il Senato a un pareggio 50-50 risolto dal voto decisivo del Vicepresidente, indicativo però delle fratture interne al GOP e della tensione sul ruolo dei poteri esecutivi e legislativi in materia di politica estera. Preoccupa anche l’attuale maggioranza risicata dei Repubblicani sia al Congresso, che ad oggi detengono 218 seggi su un totale di 435, che al Senato dove i Repubblicani hanno il controllo con un margine di 53 a 47. A preoccupare maggiormente sarebbe l’intenzione dei Democratici, come ricordato da Trump ma anche dallo Speaker della Camera Mike Johnson, di avviare una procedura di impeachment, nel caso in cui i Repubblicani perdessero la maggioranza. Più in generale, è emerso chiaramente come l’Amministrazione percepisca queste elezioni come un momento in cui la posta in gioco è altissima e come la potenziale fine della fase legislativa di Trump.
Inoltre, i Repubblicani stanno attraversando una fase di frattura interna e di slegamento dalle iniziative del Presidente. Ad esempio, lo scorso 8 gennaio 17 Repubblicani della Camera hanno votato con i Democratici su una legge volta a estendere per tre anni i crediti d’imposta potenziati dell’Affordable Care Act, nonostante l’opposizione di Mike Johnson e l’impopolarità dei sussidi dell’Obamacare all’interno del partito repubblicano e l’opposizione dello stesso Trump all’estensione.
Anche sul fronte della politica estera la maggioranza repubblicana mostra segni di spaccatura, in particolare rispetto alle recenti minacce di acquisire la Groenlandia. Diverse figure di spicco del GOP hanno criticato apertamente l’idea di usare la forza per ottenere il controllo dell’isola autonoma danese, sottolineando la necessità di rispettare la sovranità dell’alleato NATO e di privilegiare la cooperazione multilaterale rispetto a iniziative unilaterali che potrebbero includere l’uso della forza. Alcuni senatori e rappresentanti hanno definito le proposte che includono opzioni militari come “pericolose” e “imbarazzanti” per la leadership americana, riflettendo una crescente preoccupazione sul potenziale impatto di tali posizioni sulle relazioni transatlantiche e sull’unità del partito.
In questo clima di tensione interna, emerge con chiarezza come i recenti interventi pubblici del Presidente, come il discorso pronunciato al World Economic Forum di Davos, siano sempre diretti al pubblico interno e concepiti in funzione della competizione elettorale per le midterm. Questi discorsi hanno mantenuto una struttura narrativa e contenuti coerenti con le esigenze di mobilitazione dell’elettorato statunitense, con Trump che non ha mai perso l’occasione di citare l’ex Presidente Biden e i suoi errori e i successi economici della propria Amministrazione.
Trump entra quindi nell’anno delle midterm avendo di fronte a sé diverse sfide, sia interne al suo partito, sia interne al Paese, sia riguardo alle scelte di politica estera. Le decisioni dell’Amministrazione dovranno essere calibrate tenendo conto di tre dimensioni in particolare: le necessità strategiche e internazionali, che richiedono un equilibrio tra neo-imperialismo e gestione delle alleanze; le volontà dei membri interni al partito; e la performance economica, che continua a rappresentare uno dei problemi più rilevanti per l’elettorato. Il successo nel conciliare questi elementi determinerà in larga misura la capacità del Presidente di consolidare consenso e influenzare l’esito delle elezioni di metà mandato, così come il proseguimento della sua agenda politica e il posizionamento internazionale degli Stati Uniti.

