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29/01/2026
Stati Uniti e Nord America

Gli Stati Uniti e i BRICS+: tra competizione e convergenze

di Vincenzo Fiorillo

Il confronto tra Washington e il gruppo dei Paesi BRICS+ sta ridefinendo le logiche della governance globale. L’espansione del gruppo, con l’ingresso di Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Egitto ed Etiopia nel 2024, e dell’Indonesia nel 2025, testimonia la volontà di costruire un ordine internazionale più multipolare e meno dipendente dalle istituzioni economiche a guida occidentale. Di fronte a questo mutamento, gli Stati Uniti si trovano a dover bilanciare la strategia di contenimento nei confronti dei nuovi centri di potere con la necessità di mantenere un dialogo funzionale con le principali economie emergenti.

Il confronto tra Washington e il gruppo dei Paesi BRICS+ sta ridefinendo le logiche della governance globale. L’espansione del gruppo, con l’ingresso di Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Egitto ed Etiopia nel 2024, e dell’Indonesia nel 2025, testimonia la volontà di costruire un ordine internazionale più multipolare e meno dipendente dalle istituzioni economiche a guida occidentale. Di fronte a questo mutamento, gli Stati Uniti si trovano a dover bilanciare la strategia di contenimento nei confronti dei nuovi centri di potere con la necessità di mantenere un dialogo funzionale con le principali economie emergenti.

Gli Stati Uniti riconoscono da tempo il potenziale dei Paesi BRICS come attori emergenti sulla scena internazionale, ma non li considerano rivali geopolitici. Come dichiarato nel 2024 dalla portavoce della Casa Bianca dell’Amministrazione Biden, Karine Jean-Pierre, «non stiamo assistendo all’evoluzione dei BRICS in una sorta di rivale geopolitico». Di segno diverso risulta invece l’approccio dell’Amministrazione Trump, caratterizzato da toni meno diplomatici: il presidente Donald Trump ha infatti minacciato ritorsioni nei confronti di quei Paesi che dovessero allinearsi al blocco. In tale contesto, Washington appare chiamata a coniugare strategie di contenimento con forme mirate di adattamento, al fine di preservare la propria capacità di influenza nel nuovo equilibrio multipolare. 

In origine, il gruppo dei BRICS si configurava come una semplice piattaforma di cooperazione tra economie emergenti. Tuttavia, il suo allargamento ha suscitato preoccupazioni negli Stati Uniti, contribuendo all’emergere di diversi ambiti di frizione, tra cui i più evidenti sono il settore finanziario, con le iniziative di de-dollarizzazione e la creazione di istituzioni alternative, e il settore geostrategico e di sicurezza. Di conseguenza, l’ascesa del blocco BRICS+ e le implicazioni della sua espansione influenzano in modo determinante la strategia di politica estera statunitense.

Dalla cooperazione economica alla competizione strategica

Nel campo finanziario, la creazione di istituzioni parallele come la New Development Bank (NDB) e il Contingent Reserve Arrangement (CRA) si configura come una rete capace di proiettare potere politico e finanziario alternativo rispetto alle principali istituzioni multilaterali di riferimento. L’allargamento a BRICS+ ha inoltre rafforzato il peso diplomatico del gruppo, specialmente nei rapporti Sud-Sud, aumentando la capacità di attrazione verso potenziali nuovi membri. 

Tuttavia, il gruppo rimane ancora sottorappresentato nelle principali organizzazioni internazionali, un fattore che alimenta la spinta alla cooperazione, nonostante l’eterogeneità degli interessi nazionali. Tale esigenza di maggiore rappresentanza accomuna anche Paesi potenzialmente rivali: basti pensare a Cina e India, spesso descritte come poli di un equilibrio instabile, che nell’agosto 2025, in occasione dello Shanghai Cooperation Organization Summit, hanno rafforzato la cooperazione, richiamando all’esigenza di gestire le relazioni da una prospettiva strategica e di lungo termine, definendosi partner e non rivali. 

D’altro canto, gli Stati Uniti puntano a influenzare selettivamente alcuni membri, in particolare Brasile e la stessa India, al fine di impedire la coesione di un fronte antioccidentale. Non a caso, la Cina ha recentemente accusato Washington di tentare di interferire nelle sue relazioni con Nuova Delhi.

La sfida economico-finanziaria: de-dollarizzazione e potere monetario

Il ruolo del dollaro quale valuta di riserva globale resta il principale strumento di influenza statunitense. Tuttavia, le iniziative del blocco BRICS+ volte a ridurre la dipendenza dal dollaro, tra cui l’impiego di valute locali negli scambi bilaterali, l’erogazione di prestiti della NDB e lo sviluppo di sistemi di pagamento digitali alternativi, costituiscono una sfida diretta all’egemonia finanziaria di Washington. L’obiettivo ultimo risiede nel conseguimento della sovranità finanziaria, necessaria a neutralizzare i rischi derivanti dalle crescenti tensioni geopolitiche e dall’uso del dollaro come strumento di pressione internazionale. 

Il progetto di un sistema di pagamento comune, caldeggiato dal blocco già nel 2019, è culminato nel lancio di BRICS Pay, un sistema di messaggistica finanziaria, concepito come «un’infrastruttura strategica per un ecosistema finanziario decentralizzato, sostenibile e inclusivo». Esso non si configura come sostituto dei circuiti SWIFT o Visa/MasterCard, bensì come un’architettura parallela e interoperabile che permette pagamenti in valute locali. L’obiettivo dichiarato non risiede tanto nell’ostilità verso il dollaro in sé, quanto nel superamento della sua egemonia assoluta, mirando a una diversificazione che garantisca maggiore resilienza ai membri del blocco. 

Analisi empiriche basate sui dati del Currency Composition of Official Foreign Exchange Reserves (COFER) dell’International Monetary Fund hanno evidenziato un declino della quota del dollaro nelle riserve valutarie allocate da banche centrali e governi. Tuttavia, ad aumentare sono state valute di riserva non tradizionali, tra cui il dollaro australiano, il dollaro canadese, il renminbi cinese, il won sudcoreano, il dollaro di Singapore e le valute nordiche. Inoltre, è stato evidenziato il ricorso a un mutamento nella gestione delle riserve da parte delle banche centrali in risposta al rischio di sanzioni finanziarie internazionali. Tali misure restrittive hanno spinto gli istituti di emissione a ridurre l’esposizione verso valute soggette a potenziali congelamenti, privilegiando l’oro fisico.

Sebbene la de-dollarizzazione rimanga circoscritta, con la quota del dollaro nelle riserve globali passata dal 70% del 2000 all’attuale 59%, il fenomeno riveste un valore simbolico che consolida la legittimità politica del blocco BRICS+. Ciononostante, la profondità dei mercati statunitensi e l’elevata liquidità del dollaro costituiscono vantaggi strutturali difficilmente insidiabili nel breve termine. Per Washington, la strategia di contenimento si articola su due direttrici: arginare le spinte anti-dollaro e, allo stesso tempo, rafforzare i legami bilaterali con i membri del gruppo. 

Nell’ottica della preservazione dell’egemonia monetaria statunitense, le misure coercitive adottate da Washington nei confronti del Venezuela, incluse le sanzioni economiche, il blocco navale camuffato da “lotta al narcotraffico” e la cattura di Nicolas Maduro, possono essere interpretate come una risposta alle dinamiche di progressiva de-dollarizzazione del commercio estero venezuelano. L’allontanamento dal dollaro nelle transazioni energetiche, unito alla crescente adozione dello  yuan cinese e all’uso di asset digitali per aggirare le sanzioni, ha rappresentato una minaccia diretta all’architettura del petrodollaro. Caracas, grazie alle sue vaste riserve petrolifere e al partenariato con il blocco BRICS+, rappresentava un catalizzatore per la potenziale erosione dell’ordine monetario a guida statunitense, rendendo il controllo del settore energetico venezuelano una priorità per la sicurezza nazionale di Washington. 

Geopolitica e sicurezza: convergenze impossibili?

Sul piano della sicurezza internazionale, le divergenze tra Stati Uniti e BRICS+ si manifestano nella gestione delle crisi regionali e nel controllo delle catene tecnologiche strategiche. Il blocco si pone come portavoce delle istanze del Sud Globale, rivendicando un maggiore peso decisionale nelle istituzioni multilaterali e ponendosi in antitesi all’egemonia occidentale. Tale postura complica le linee diplomatiche statunitensi, specialmente in quadranti come il Medio Oriente e l’Africa, dove l’attivismo economico e politico dei Paesi BRICS+ si scontra con gli interessi di Washington.

Le iniziative riconducibili ai BRICS+ si sviluppano tuttavia attraverso l’azione dei singoli Stati membri, più che come espressione di una strategia unitaria. In quest’ottica il gruppo ha assunto un ruolo crescente nella mediazione di crisi regionali, si pensi allo storico accordo Iran–Arabia Saudita del 2023 promosso dalla Cina, e nella massiccia penetrazione infrastrutturale in Africa. Attraverso la Belt and Road Initiative (BRI), Pechino finanzia progetti in oltre 40 nazioni africane; parallelamente, Mosca consolida la cooperazione militare attraverso la fornitura di armi in aree critiche come il Mali e la Repubblica Centrafricana, mentre Nuova Delhi intensifica i flussi commerciali. 

Gli Stati Uniti stavano rispondendo a tali sfide implementando un sistema di alleanze, dalla NATO al Quad, fino all’AUKUS, concepito per contenere l’espansionismo sino-russo. Tuttavia, la crescente frammentazione dell’ordine globale riduce la capacità di Washington di gestire simultaneamente più fronti. In questo contesto, nonostante la narrativa di coesione dei BRICS+, si inserisce la strategia statunitense volta a sfruttare le divergenze latenti tra i membri del gruppo, così da prevenire la formazione di un fronte compatto. La National Security Strategy (NSS) americana, pubblicata nel novembre 2025, conferma questo approccio: il documento non menziona i BRICS+ come attore unitario, ma si concentra sui singoli Stati, promuovendo un bilateralismo selettivo. Tale impostazione riflette le priorità strategiche delineate nella NSS, dalla competizione sistemica con la Cina, alla valorizzazione del partenariato con l’India, fino alla gestione dei rapporti tra Europa e Russia attraverso il ripristino di condizioni di stabilità strategica. Parallelamente, la NSS introduce una revisione dell’architettura euro-atlantica, indicando tra le priorità quella di porre fine alla percezione «della NATO come un’alleanza in perpetua espansione». In questo quadro, la strategia statunitense mira, da un lato, a sfruttare gli spazi di cooperazione con i singoli membri dei BRICS+ e, dall’altro, a limitarne la coesione interna.

Innanzitutto, la storica rivalità sino-indiana, alimentata dalle dispute territoriali nell’Himalaya e dalla competizione per l’egemonia nell’Indo-Pacifico, spinge Nuova Delhi a bilanciare la propria partecipazione ai BRICS+ con il consolidamento del Quad. Come rilevato, a periodi di deterioramento dei rapporti con Pechino l’India risponde con iniziative di contrasto agli interessi cinesi. Tra le più evidenti, il lancio dell’iniziativa di cooperazione in materia di sicurezza marittima Quad-at-Sea, la prima missione di osservazione navale condotta dalle guardie costiere dei Paesi membri, finalizzata a rafforzare il coordinamento operativo e l’interoperabilità nell’Indo-Pacifico. 

Parallelamente, gli Stati Uniti puntano a far leva sulle asimmetrie del rapporto tra Pechino e Mosca, con quest’ultima che teme di scivolare nel ruolo di junior partner e di perdere la storica preminenza in quadranti strategici quali l’Asia Centrale. Tale quadro di instabilità interna al blocco BRICS+ è ulteriormente alimentato dal pragmatismo di attori come Brasile e Sudafrica: per questi Paesi, fortemente interdipendenti con i mercati occidentali, i BRICS non rappresentano una piattaforma antioccidentale, bensì uno strumento per migliorare la propria posizione nella governance globale. 

L’equilibrio instabile del multipolarismo

L’espansione dei BRICS+ segna una nuova fase di ascesa del multipolarismo. Essa alimenta due speranze per i membri: una più equa riorganizzazione dell’ordine mondiale e una cooperazione economica che possa gradualmente ridurre la dipendenza dal sistema finanziario a guida occidentale. Tuttavia, l’allargamento del gruppo introduce sfide interne che ne mettono alla prova la coesione politica. L’ingresso di Paesi con interessi divergenti, come Arabia Saudita e Iran, mette in evidenza tensioni strutturali dentro il gruppo, in un periodo di competizione globale che vede il contrapporsi tra Belt and Road Initiative cinese e il nuovo corridoio IMEC promosso da India, USA, Arabia Saudita ed Europa. Mentre l’Iran rafforza il blocco dei Paesi che sostengono la BRI, la presenza saudita, pur formalmente accettata, introduce un attore che partecipa al progetto rivale IMEC, concepito proprio come alternativa strategica alla Via della Seta. Ne deriva una contraddizione interna: i BRICS cercano di presentarsi come un fronte coeso del Sud globale, ma al loro interno convivono Paesi che sostengono infrastrutture concorrenti e visioni geopolitiche opposte. L’eterogeneità interna rischia di ridurre la capacità del blocco di agire in modo unitario, favorendo un approccio più pragmatico, fondato su coalizioni variabili e su interessi tematici condivisi più che su una reale coesione politica.

Per gli Stati Uniti, il consolidamento del BRICS+ rappresenta una doppia sfida: da un lato la necessità di preservare la centralità del dollaro e l’architettura finanziaria occidentale; dall’altro l’impegno di adattarsi a un sistema internazionale sempre più frammentato. In questo contesto, sarà decisiva la capacità di Washington di mantenere le alleanze tradizionali e, allo stesso tempo, dialogare in modo selettivo con il Sud globale, così da definire il proprio ruolo nei decenni futuri.

Il rapporto tra Stati Uniti e BRICS+ non può quindi essere considerato di mera contrapposizione, quanto piuttosto come un coesistere di competizione strategica ed interdipendenza. I BRICS+ dipendono ancora in larga misura dall’accesso ai mercati occidentali, ai capitali internazionali e alle tecnologie statunitensi, mentre gli USA devono necessariamente cooperare con le principali economie emergenti per affrontare sfide globali comuni come la transizione energetica e la sicurezza alimentare. In ultima analisi, il successo statunitense non dipenderà semplicemente dalla capacità di contenere l’ascesa dei BRICS+, ma da quella di integrarsi nel nuovo equilibrio multipolare, mantenendo un ruolo preminente all’interno di un ordine internazionale più distribuito.

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