Le tensioni dei mesi precedenti tra il governo di Al-Shara’a e le SDF hanno portato allo scontro e alla riconquista del nord-est del Paese da parte del presidente ad interim. La complessità del processo di transizione dell’area pone importanti interrogativi su questioni cruciali come la reale capacità di integrare la compagine curda, la gestione dei jihadisti “dimenticati” e il ruolo della realpolitik statunitense.
Nelle settimane successive alla prima offensiva da parte dell’esercito statale contro le SDF all’inizio di gennaio 2026 persistevano gli attriti e la tensione nel nord-est della Siria, nonostante il primo cessate il fuoco del 18 gennaio e successivamente del 24 gennaio. L’accordo definitivo raggiunto tra il governo e le SDF il 30 gennaio 2026 fa presuppore una graduale stabilizzazione, ma si presentano numerose questioni da affrontare come il problema dell’integrazione della popolazione curdo-siriana e della gestione dei jihadisti, che dalla caduta del Califfato islamico sono confinati con le loro famiglie nelle prigioni e nei campi profughi, sotto il controllo delle SDF. In questo processo di ricostruzione statale Washington sostiene Al-Shara’a, a discapito dello storico alleato curdo, auspicando ad un possibile equilibrio nello scenario levantino.
La caduta del Rojava
Dall’ascesa al potere nel dicembre 2024, Al-Shara’a ha fin da subito espresso la volontà di riacquisire gli originali confini dello Stato siriano -snaturati durante il periodo di guerra civile iniziata nel 2011- e di avviare un processo di unificazione e stabilizzazione interna, elemento che faceva presagire la volontà di riacquisire la regione nordorientale e integrare la compagine curda. Il territorio autonomo curdo-siriano nel nord-est del Paese è tale da quando le Forze Democratiche Siriane hanno liberato l’area dai jihadisti dello Stato Islamico e ne hanno acquisito il controllo -con approvazione e sostegno statunitense- a seguito del loro contributo determinante nella coalizione internazionale anti-ISIS, guidata dalla compagine americana.
In origine è opportuno parlare di Partito dell’Unione Democratica (PYD) -costola del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK)- le cui forze militari quali l’Unità di Protezione Popolare (YPG) e le Unità di Protezione delle Donne (YPJ) sono divenute solo in seguito, sotto l’ombrello statunitense: le Forze Democratiche Siriane. Nel corso della storia i curdi, a cui non era stato “assegnato” uno Stato, ma i loro territori erano stati ripartiti in 4 Stati differenti -Turchia, Iran, Iraq e Siria- hanno costituito uno strumento strategico fondamentale per influenzare gli equilibri nello scenario mediorientale. Utilizzati da Washington come strumento di pressione contro Baghdad, alleato con l’URSS durante gli anni della Guerra Fredda e poi in seguito durante la Guerra del Golfo del 1991, contro Saddam Hussein. Dal 2014 -anno della presa di Mosul da parte dei jihadisti- al 2017, la compagine curda è divenuta un alleato chiave per la sconfitta dell’IS, avvenuta nel 2019. Da quel momento le SDF si autogestiscono nell’area nord-orientale della Siria -in particolare nelle province di Hasakah, Raqqa e Deir ez-Zor- e hanno avuto il “compito” di gestire e controllare nel loro territorio le prigioni e i campi dove erano stati rinchiusi i jihadisti e le loro famiglie.
Con il cambio di governo in Siria, lo scorso 10 marzo 2025 Mazloum Abdi- leader delle SDF- ha trattato con la nuova compagine al potere, raggiungendo un accordo con il nuovo presidente ad interim Ahmad Al-Shara’a, ex leader del gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham (HTS). Quest’ultimo elemento paradossale è stato il motivo dell’atteggiamento di poca fiducia nei confronti del nuovo presidente e dei suoi collaboratori -alcuni oltranzisti- da parte delle SDF. L’accordo rappresentava un tentativo di avviare un processo di integrazione curda giusta ed equilibrata nel nuovo sistema statale. L’intesa è entrata progressivamente in crisi, tanto che la tensione era percepibile già nel mese di dicembre quando, in occasione dell’anniversario della caduta di Al-Asad, le SDF avevano vietato assembramenti e celebrazioni, provocando dissenso tra la popolazione pro- Al-Shara’a e conseguente repressione. Nonostante Abdi avesse garantito l’integrità dell’accordo, i rapporti tra le parti si sono progressivamente deteriorati, difatti un nuovo ciclo di colloqui all’inizio di gennaio non era riuscito a far progredire l’integrazione.
A seguito della constatazione dello stallo, il governo siriano ha lanciato un’intensa offensiva militare all’inizio di gennaio 2026, operazione lampo che ha portato alla riconquista di ampie parti della Siria settentrionale e orientale, le quali erano sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane. L’ultimo accordo definitivo raggiunto tra le SDF e il governo siriano è quello del 30 gennaio 2026, una potenziale svolta storica in quanto prevede un’integrazione graduale delle forze curde nello Stato, ma con la formazione di una divisione militare che comprenderà tre brigate delle SDF, e la formazione di una brigata nella città di Kobani, che sarà affiliata al governatorato di Aleppo. Le istituzioni governative create dai gruppi guidati dai curdi nel nord-est del Paese saranno fuse con le istituzioni statali. Inoltre, l’accordo prevede l’ingresso immediato delle forze governative nelle due città di Qamishli e Hasakah, rimaste sotto controllo delle SDF. Rende anche totalmente operativa la cessione di tutti valichi di frontiera e dei giacimenti di petrolio e gas. Mentre, nella prospettiva di proteggere i diritti di tutti i gruppi etnici siriani e avviare il processo di integrazione e successiva stabilizzazione, Al-Shara’a ha emesso il decreto n. (13) del 2026. Nello specifico, questo prevede il riconoscimento ufficiale del curdo come lingua nazionale insieme all’arabo, consentendone l’insegnamento nelle scuole; e il riconoscimento del Nowruz come festa ufficiale, quale ulteriore garanzia al rispetto identitario del popolo curdo. Il Ministero dell’Interno Anas Khattab il 28 gennaio 2026 ha emesso una direttiva urgente per concedere in modo immediato la cittadinanza siriana a tutti i curdi residenti in Siria e include esplicitamente coloro che sono elencati come apolidi.
Al-Shara’a: tra alte aspettative internazionali e difficile gestione interna
La fine dell’autonomia delle SDF coincide con la nuova postura assunta da Washington nello scenario levantino. Gli Stati Uniti avrebbero visto fin da subito nella figura di Al-Shara’a una chiave per rimettere insieme i pezzi della frammentata Siria, nell’ottica di realizzare gli obiettivi del dossier di politica estera statunitense a volto stabilizzare le varie zone di conflitto a livello internazionale. La scelta di riporre la fiducia nel nuovo presidente converge inoltre con la posizione turca, la quale temendo per la propria sicurezza aspirava da tempo alla fine dell’autonomia curda in Siria e ad un finale riassemblaggio dello stato siriano, sotto un unico leader che non rappresentasse una minaccia per la sicurezza statale, ma anche un buon interlocutore per garantire la stabilità della regione e indebolire le aspirazioni curde anche in Turchia.
Al-Shara’a è stato accolto fin da subito con favore dalla comunità internazionale in quanto si è mostrato propenso a riaprire i canali diplomatici, e nell’ultimo anno ha espresso chiara volontà di collaborazione per ripristinare l’immagine della Siria sul piano della diplomazia internazionale, postura che si è materializzata in varie occasioni, come la partecipazione al margine dell’Assemblea delle Nazioni Unite il 24 settembre 2025 al Palazzo di Vetro. Il sostegno ad Al-Shara’a da parte degli attori internazionali è chiaro anche dopo l’offensiva militare governativa lanciata contro le SDF, la quale non è stata apertamente condannata dai Paesi dell’UE. Kaja Kallas, nel suo discorso sembra infatti seguire piuttosto la linea statunitense: sostenere il nuovo presidente per auspicare ad un nuovo equilibrio in Medio Oriente. Un elemento cruciale che ha portato gli USA a sostenere Al-Shara’a è stata soprattutto la piena collaborazione mostrata dal leader siriano nella lotta al terrorismo tramite l’adesionealla coalizione internazionale contro l’ISIS, presentandosi come valida alternativa alle SDF. Infatti, Tom Barrak -inviato statunitense in Siria- ha affermato che la situazione siriana si è “trasformata profondamente” da quando Damasco si è unita, alla fine del 2025, alla coalizione anti-ISIS, quale suo 90° membro. La capacità di contenere i combattenti islamici è una condizione fondamentale per rafforzare la legittimità interna e internazionale del nuovo governo.
Allo stesso tempo riprendere il controllo del territorio autonomo curdo si traduce nella necessità di salvaguardare i diritti dei curdi-siriani, questione ormai totalmente nelle mani del presidente ad interim, e avviare una transizione il più possibile equilibrata. Con l’obiettivo di integrare progressivamente il territorio del nord-est al restante, già sotto il controllo del governo, risulta cruciale la collaborazione e il sostegno delle tribù arabe locali che per anni hanno subito il dominio curdo. Le tribù e fazioni arabe potrebbero offrire una sicurezza provvisoria presidiando i posti di blocco e controllando gli spostamenti, ma anche tramite la protezione delle strutture strategiche e svolgendo la funzione di intelligence, soprattutto per contrastare le cellule dell’ISIS. Allo stesso tempo il tentativo è quello di trasformare il potere tribale autonomo in un canale governabile, per evitare che aspirino ad un’autonomia. Il passaggio successivo alle tribù come ausiliarie e mediatrici dovrebbe consistere nella presa di potere totale da parte delle forze statali. La situazione risulta abbastanza critica per Al-Shara’a in alcune province che presentano una composizione particolarmente mista di arabi e curdi come Hasakah, dove la tensione potrebbe innescare dinamiche di vendetta se personaggi collaborazionisti rimanessero influenti. La popolazione curda teme anche l’esercito siriano, dove sono presenti elementi che vedono i curdi come nemici e soprattutto a seguito degli episodi ad al-Suwayda’ e sulla costa.
Il più grande agglomerato terrorista al mondo
I dati recenti -novembre e dicembre 2025- riguardo l’attività jihadista in Siria indicano un aumento delle attività nelle aree sotto il controllo governativo di Hama, Homs, Aleppo e Idlib. Sebbene il livello di attività rimanga basso rispetto al passato, riflette la continua capacità dell’organizzazione di compromettere la stabilità e minare la legittimità del nuovo governo. Una recente analisi dell’Institute for the Study of War ha rilevato che la minaccia dell’ISIS era stata finora ampiamente contenuta grazie alla sorveglianza delle SDF di questi campi. Ora, l’offensiva del governo siriano ha messo a rischio le conquiste conseguite in precedenza contro l’ISIS. Al-Shara’a è pertanto costretto ad affrontare una questione complessa, che è stata “congelata” per anni e gestita esclusivamente dalle Forze Democratiche Siriane: il controllo dei jihadisti e civili affiliati, rimasti isolati dal mondo esterno per circa nove anni.
Prima che scoppiassero gli scontri con il governo all’inizio del mese di gennaio, le SDF controllavano circa 8.000 presunti combattenti dell’IS nelle prigioni più importanti di Hasakah, Raqqa e Kobani. Nello specifico la rete di prigioni conta almeno 27 strutture di detenzione e due campi profughi. Circa 34.000 persone legate all’IS erano anche detenute ad al-Hol e in un altro campo, Al-Roj. La popolazione dei campi, di cui il 60% erano bambini, comprendeva 6.700 iracheni, 15.500 siriani e 8.500 cittadini provenienti da circa 55 altri paesi, partiti alla volta della Siria per unirsi alla causa jihadista durante gli anni dello Stato Islamico. Una volta che le SDF presero il controllo delle città e delle zone parte del Califfato, tutti i jihadisti con le loro famiglie -e spesso anche le vittime dei crimini dello Stato Islamico, incluse persone sopravvissute al traffico di esseri umani e soggetti senza alcuna affiliazione con il gruppo armato – sono rimasti intrappolati in un limbo legale in cui non è stato eseguito alcun processo per determinare la loro sorte, e nel caso di combattenti stranierii governi di origine si sono rifiutati di rimpatriarli.
I tumulti e il caos, risultato degli scontri tra la compagine governativa e le SDF, avrebbe permesso a diversi jihadisti detenuti di fuggire. Mentre il Ministero dell’Interno siriano dichiara che la sicurezza delle prigioni è sotto controllo, Reuters riporta la dichiarazione del portavoce delle SDF- Farhad Shami- secondo cui circa 1.500 membri dell’IS sono fuggiti durante gli scontri, mentre il governo ne ha dichiarati 150 di cui 82 sono stati recuperati. Secondo invece le stime del Foreign Policy Research Istitute, nonostante ancora non siano disponibili le cifre esatte si ipotizza la fuga o il rilascio di centinaia di jihadisti da parte delle forze affiliate al governo per affinità ideologica, tribale o per parentela. Il rilascio sembra avvenga in zone di incubazione e di alta attività dell’ISIS, nelle aree di confine tra Siria e Iraq. Per gestire una situazione che potrebbe apportare risvolti negativi al fragile equilibrio del governo siriano, ma soprattutto all’assetto securitario regionale e addirittura internazionale, il 24 gennaio 2026 è stato prolungato il cessate il fuoco per permettere al governo siriano il trasferimento in Iraq di circa 7.000 combattenti dell’ISIS dalle prigioni siriane a quelle irachene, con il sostegno statunitense e turco.
Il perseguire l’obiettivo di unificazione territoriale sotto un unico sistema statale ha portato il governo ad interim a dover rompere delicati equilibri e affrontare questioni cruciali. In primo luogo la questione jihadista: per Al-Shara’a potrebbe risultare complesso sostituire da un giorno all’altro le SDF le quali avevano creato un sistema di infrastrutture militari e una rete di intelligence umana altamente qualificata, anche grazie al supporto operativo e di addestramento statunitense, in un’area in cui la priorità in questo momento, per il governo, è piuttosto quella di amministrare le aree appena conquistate. Per cui il vuoto di potere che si è venuto a creare nella transizione in corso potrebbe generare un prezioso lasso di tempo che permetterebbe ai jihadisti di riorganizzarsi ed espandere le proprie capacità operative. Questo potrebbe costituire un importante elemento di minaccia per il fragile governo siriano, con possibili risvolti negativi a livello globale, se non si palesasse una collaborazione interna e un concreto supporto regionale e internazionale. Per quanto riguarda la questione curda non è ancora chiaro se Al-Shara’a intraprenderà un progetto di reale integrazione nel sistema statale e amministrativo del Paese, o se ha consentito una sorta di autonomia culturale per evitare o ridurre il risentimento nei confronti del governo centrale. In questo momento in cui le tribù arabe del nord-est sono i nuovi partner governativi potrebbero vendicarsi sulla popolazione curda per l’attività delle SDF e boicottare la riuscita del processo di integrazione auspicato. Problematica che si intreccia con le ombre persistenti sul nuovo governo, in quanto in passato affiliati ad Al-Qaeda, elemento su cui la realpolitik occidentale ha chiuso un occhio in cambio di stabilità in Medio Oriente, ma fattore che rende alcune compagini siriane diffidenti verso le prossime mosse governative.

