Sin dall’indipendenza delle tredici colonie americane, Stati Uniti e Cuba hanno avuto destini intrecciati, caratterizzati anche da guerre e relazioni burrascose. Dall’ascesa di Fidel Castro, l’isola ha rappresentato la spina nel fianco della superpotenza americana. L’embargo ha notevolmente danneggiato l’economia cubana ma senza causare il crollo del regime, vero e proprio sogno nel cassetto dei Presidenti americani da più di 60 anni.
Alla luce degli eventi occorsi in Venezuela nei primi giorni del 2026, in molti hanno rifocalizzato la propria attenzione sul futuro del piccolo Stato caraibico, distante solo poche decine di miglia dalle coste degli Stati Uniti. Per questo ora ci si chiede se anche per Cuba sia arrivato il momento della resa dei conti con lo scomodo vicino e con il suo attuale Presidente.
Gli albori dei rapporti bilaterali
L’importanza e l’interesse americano per Cuba sorsero già a partire dalla fine del Settecento, quando l’isola faceva ancora parte dell’Impero spagnolo. A determinare questo interesse furono ovviamente la vicinanza geografica e i commerci, iniziati addirittura prima del 1776, anno dell’indipendenza americana. Questo legame economico, che aveva al centro l’esportazione in grandi quantità dello zucchero e del tabacco cubani verso i porti americani, e la collocazione strategica dell’isola, che garantiva il controllo dei Caraibi e proiettava la neonata potenza statunitense verso il Sud America, fecero addirittura ipotizzare a Washington un’annessione dell’isola. L’idea nacque tenendo conto del declino ormai irreversibile della Spagna e del sostegno da parte dei proprietari terrieri cubani, che temevano l’abolizione della schiavitù da parte della Spagna, che avrebbe danneggiato notevolmente i loro interessi.
Il 1823 fu l’anno del celebre discorso sullo Stato dell’Unione con cui l’allora presidente James Monroe inaugurò l’omonima dottrina, argomento già trattato in un precedente articolo del sottoscritto. Dopo alcuni infruttuosi tentativi d’acquisto nel corso dell’Ottocento, Cuba entrò finalmente nell’orbita americana nel 1898, quando gli Stati Uniti sostennero i ribelli cubani contro la Spagna per motivi “umanitari” e per il misterioso affondamento della corazzata Maine nel porto de L’Avana. Il maggiore sostenitore dell’entrata in guerra fu l’allora Sottosegretario alla Marina Theodore Roosevelt, che sarebbe diventato poi Presidente nel 1901 a seguito dell’omicidio del presidente McKinley. Sempre nel 1901 venne approvato dal Congresso americano l’emendamento Platt, dal nome del Senatore che lo presentò, che rappresentò la base giuridica per la forte ingerenza americana nella politica estera cubana per i successivi trent’anni. Il dominio degli Stati Uniti venne poi ribadito dal già citato in passato corollario Roosevelt alla dottrina Monroe.
La prima metà del Novecento vide numerosi interventi militari americani per la difesa dello status quo e delle proprietà delle aziende statunitensi sull’isola. La svolta si ebbe nel 1933 durante l’Amministrazione di Franklin Delano Roosevelt con la Good neighbor policy, con cui Washington dichiarò la fine delle sempre più impopolari ingerenze derivate dall’emendamento Platt in favore di una politica di collaborazione economica e di rispetto reciproco tra Stati geograficamente vicini. Già dal 1933 divenne leader dell’isola Fulgencio Batista, il quale si allineò alla politica estera americana, arrivando a dichiarare guerra alle potenze dell’Asse nel secondo conflitto mondiale. Dal 1944, anno della sua mancata riconferma alle elezioni presidenziali, Batista viaggiò per gli States e, nel 1952, fece un colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti con cui riprese il controllo dell’isola. Il suo dominio durò fino al 1960, quando la rivoluzione di Fidel Castro e il mancato sostegno dell’Amministrazione Eisenhower lo costrinsero a fuggire all’estero.
Dalla crisi dei missili ai nostri giorni
I rapporti tra Washington e Castro furono tiepidi fin dall’inizio. Il rivoluzionario inizialmente tentò di allontanare da sé l’idea di una Cuba comunista proprio per non irritare lo scomodo vicino. Tuttavia una malcelata diffidenza da parte dell’allora Amministrazione americana, il progressivo accentramento dei poteri da parte di Castro e il suo avvicinamento all’Unione Sovietica e ai suoi ideali convinsero Eisenhower ad autorizzare la CIA ad addestrare i già numerosi esuli cubani negli States in previsione in un rovesciamento del regime. Lo sbarco alla Baia dei Porci avvenne durante la presidente di John F. Kennedy e il suo fallimento spinse Castro a richiedere l’installazione di missili nucleari sovietici puntati verso le coste americane. Ne derivò la famosa crisi dei missili del 1962, risolta con un accordo tra Krusciov e Kennedy per evitare lo scoppio di un conflitto tra le due superpotenze.
Cuba rimase indipendente e all’interno della sfera di influenza comunista, ma il ritiro dei missili sovietici la privarono del più formidabile elemento di deterrenza nella storia: le armi nucleari. L’embargo statunitense non evitò che Cuba sostenesse attivamente la causa comunista nel mondo, come si poté vedere in Congo e in Angola, ma ne indebolì l’economia, poi crollata nei primi anni Novanta con la fine dell’Unione Sovietica. Si ebbero timidi segnali di apertura durante la presidenza di Barack Obama, con la sua visita a L’Avana e la riapertura delle rispettive ambasciate. Tuttavia il regime sembrò poco intenzionato a concedere riforme e ad attenuare la repressione.
Nel 2018 Trump, notando i pochi progressi compiuti, decise di aumentare nuovamente la pressione sul regime, ritirando alcuni funzionari dall’ambasciata a L’Avana, espellendo dei diplomatici cubani e reintroducendo alcune limitazioni. Con Joe Biden alla Casa Bianca gli Stati Uniti cercarono nuovamente la distensione ma i rapporti rimasero complicati, dato il supporto cubano all’invasione russa dell’Ucraina, con l’invio di soldati cubani a combattere al fianco dei russi.
Il Venezuela e la strategia americana
La caduta di Maduro nel gennaio scorso ha rappresentato un grave colpo per Cuba. I due regimi infatti avevano stretto importanti relazioni diplomatiche, in ottica antiamericana, e soprattutto commerciali. Non è un mistero il fatto che Cuba sia un importante partner commerciale per il Venezuela nel settore petrolifero. Cuba, fino all’attacco americano del 3 gennaio, riceveva dal Venezuela circa 27.000 barili di petrolio grezzo al giorno, che veniva poi in parte lavorato nelle raffinerie dell’isola. Anche il Messico nel 2025 ha inviato giornalmente 17.000 barili di petrolio ma, quando Donald Trump ha minacciato l’imposizione di dazi verso i Paesi sostenitori di Cuba, la presidente Sheinbaum ha deciso di sospendere le forniture per non peggiorare i già incrinati rapporti con la Casa Bianca. In sostanza attualmente Cuba non sta ricevendo più petrolio e al momento ci si ritrova in una fase di stallo, con gli Stati Uniti determinati a strangolare economicamente il regime fino al suo crollo o a un non meglio specificato accordo e l’isola che raziona le risorse disponibili.
Ma perché gli Stati Uniti in questo momento ritengono la caduta del regime comunista cubano come una delle priorità? La risposta non è in realtà banale: di per sé Cuba non rappresenta al momento un’importante minaccia alla sicurezza nazionale statunitense né a livello economico né militare. Se è vero che negli scorsi anni alcuni sottomarini nucleari russi hanno stazionato nei porti dell’isola, è anche vero che il regime cubano non è neanche lontanamente paragonabile a quello iraniano, che da decenni cerca un modo per distruggere gli interessi americani, e in generale occidentali, nel mondo supportando vari gruppi terroristici (Hamas, Hezbollah, Houthi e in passato anche Assad) e perfino armando la Russia nella guerra contro l’Ucraina. Anche se volesse, Cuba non potrebbe mettere in piedi un piano del genere a causa dello stato della sua economia, ormai prossima al collasso. L’unica eccezione a quanto appena detto si è verificata proprio in Venezuela, poiché durante la cattura di Maduro da parte delle forze speciali americani ben 32 militari cubani (inviati proprio per scortare il dittatore) sono stati uccisi, non dando dunque una grande dimostrazione di forza.
Ciò che spinge gli Stati Uniti a fare ulteriore pressione su Cuba è sicuramente un fattore politico: come già accennato nello scorso articolo sul Venezuela, il Segretario di Stato Marco Rubio ha origini cubane, ha alle spalle la grande comunità cubana che vive in Florida e che è formata da migliaia di esuli anticastristi e anticomunisti. Proprio questa massa di esuli forma la base elettorale di Rubio, che prima di entrare a far parte dell’attuale Amministrazione era stato eletto come Senatore proprio in Florida, dove infatti è presente la più grande comunità cubana di tutti gli Stati Uniti. Vi è poi lo stesso Trump, il cui ego sembra essere spesso al centro della politica estera americana. Cuba al momento rappresenta l’ultimo regime comunista del continente americano: la sua caduta porterebbe sicuramente prestigio al presidente, essendo la fine del regime cubano l’obiettivo di tutte le Amministrazioni americane dal 1960 in poi. Con la caduta di Cuba Trump potrebbe rivendicare il fatto di non avere grandi alleati della Cina e della Russia in prossimità delle coste americane e rilanciare la propria immagine di Presidente vincente e pragmatico. Sebbene dunque a livello pratico la presenza del comunismo cubano non comporti minacce imminenti, ma solo latenti, alla sicurezza degli Stati Uniti, si può affermare che, qualora davvero dovesse nascere un regime filoamericano a L’Avana, il successo soprattutto propagandistico e di prestigio per Trump sarebbe innegabile. Sarebbe l’ennesimo colpo all’asse antioccidentale che, dopo la fine di Maduro e l’uccisione di Khamenei nella guerra attualmente in corso con l’Iran, confermerebbe il proprio momento di difficoltà. Il piano americano di resa dei conti a livello globale con l’Asse del male continua…

