L’esecuzione di Saif al-Islam Gheddafi segna il passaggio definitivo della Libia da laboratorio di ricostruzione statale a struttura di puro transito. Attraverso il consolidamento del duopolio tra Tripoli e Bengasi e il ruolo di garante assunto dall’Africa Corps russo, il Paese si è stabilizzato in un modello di ordine estrattivo dove la sovranità è stata liquidata a favore della gestione patrimoniale delle risorse e dei flussi illeciti.
L’esecuzione di Saif al-Islam Gheddafi, avvenuta nel febbraio 2026, non rappresenta un sussulto tardivo della rivoluzione del 2011, ma l’atto formale di una transizione verso un nuovo modello di potere. La Libia ha smesso di essere un teatro di competizione politica nazionale per trasformarsi in una piattaforma logistica binaria. Ciò che osserviamo oggi non è l’anarchia, bensì una forma di stabilità priva di democrazia, dove il collasso delle istituzioni è stato messo a sistema per favorire una gestione privata delle rendite.
Per anni, l’ombra di Saif al-Islam Gheddafi ha agito come l’unica variabile indipendente in grado di minacciare l’equilibrio tra le fazioni dominanti. La sua capacità di mobilitare le reti tribali del Fezzan e il malcontento nelle periferie rappresentava un pericolo esistenziale per i centri di potere che controllano i gangli economici del Paese. Come evidenziato da Chatham House, Saif al-Islam era “l’unica figura che potesse unificare la “Green constituency” – Sirte, Bani Walid e Sebha”. Con la sua rimozione fisica, Tripoli e Bengasi hanno siglato una definitiva chiusura del sistema politico, eliminando il terzo polo capace di reclamare una sovranità nazionale superiore agli interessi delle milizie territoriali.
La fine della politica e la joint venture della rendita
Il sistema politico libico è transitato da una logica di scontro frontale per il controllo dello Stato a una vera e propria joint venture della rendita. In questo schema, la rivalità tra Est e Ovest sopravvive come paravento ideologico per giustificare una spartizione del potere priva di rendicontazione pubblica. Mentre Tripoli garantisce l’accesso ai canali finanziari internazionali, Bengasi offre la profondità territoriale necessaria alla gestione dei flussi estrattivi.
Questa modificazione strutturale della crisi libica ha trasformato il territorio in una concessione patrimoniale funzionale a interessi energetici e proiezioni di potenza straniere. Secondo l’International Crisis Group, la Libia genera 20 – 25 miliardi di dollari all’anno di ricavi petroliferi, con 80 miliardi di riserve in valuta estera. La Banca Centrale, unica depositaria legale di tali risorse, è l’ago della bilancia di un sistema dove la frammentazione istituzionale è più redditizia della riunificazione.
Questo lo hanno ben capito le élite armate, perché operare in un vuoto normativo consente di gestire ogni tipo di flusso illecito. Il Panel of Experts dell’ONU documenta 1,125 milioni di tonnellate di diesel esportate illecitamente dal porto di Bengasi dal marzo 2022, 17 rotte di traffico internazionale identificate, e circa 460 milioni di dollari di greggio esportato da una società privata approvata dal GNU dal maggio 2024. Secondo The Sentry, il contrabbando di carburante costa alla Libia 6,7 miliardi di dollari all’anno. L’attuale stabilità non è il preludio alla pace, ma la formalizzazione di un sistema di spoliazione sistematica delle risorse statali.
L’Africa Corps come notaio armato del corridoio logistico
In questa nuova geografia, il ruolo della Federazione Russa si è evoluto radicalmente attraverso la struttura dell’Africa Corps. Mosca non agisce più come una variabile di disturbo geopolitico, ma come il garante del duopolio libico. Secondo l’ECFR, la Russia ha consolidato la propria presenza attraverso cinque basi militari: Tobruk, al-Khadim, Ghardabiya, Jufra, Brak-al-Shati, più l’avamposto di Maaten al-Sarra al confine con Ciad e Sudan. L’asse che unisce la Cirenaica al Sudan è diventato il pilastro di un ordine estrattivo dove il territorio è parcellizzato in enclavi di controllo extraterritoriali. Come documentato da Geopolitica.info, la caduta di Assad e la perdita delle basi di Hmeimim e Tartus hanno accelerato il riorientamento logistico russo verso la Libia, con il porto di Tobruk trasformato in hub per i cargo Il-76. Attraverso questo corridoio, risorse strategiche e flussi illeciti transitano verso mercati opachi.
Questa proiezione di potenza trasforma la Libia in una piattaforma per ambizioni che minacciano direttamente la sicurezza del Mediterraneo centrale. Il controllo russo sui terminali orientali e sulle rotte interne non è solo una sfida militare, ma un meccanismo di controllo economico che condiziona le scelte delle cancellerie europee. La stabilità garantita dall’Africa Corps è, nella sostanza, un condizionamento strutturale che vincola la sovranità residua del Paese alle esigenze logistiche della proiezione russa nel Sahel.
La miopia europea e il fallimento della politica di contenimento
Mentre la Libia si stabilizza in questa struttura, l’approccio dell’Unione Europea e dell’Italia continua a essere segnato da una profonda miopia strategica. La politica di Roma e di Bruxelles, prevalentemente orientata alla gestione dei flussi migratori, rischia di trascurare le dimensioni strategiche che incidono direttamente sugli interessi energetici e di sicurezza nel Mediterraneo centrale. Come emerge dall’espulsione della delegazione UE dalla Libia nel luglio 2025 — quando 27.000 dei 31.000 arrivi in Italia nel primo semestre provenivano dalla Libia — lo sguardo riduttivo ignora le cause profonde dell’instabilità.
Ne consegue un paradosso strategico: nel tentativo di contenere i sintomi della crisi, l’Occidente è diventato il finanziatore di un sistema che prospera sulla liquefazione dello Stato. Ridurre il dossier libico alla mera gestione tecnica delle frontiere ha portato a un progressivo svuotamento dell’influenza diplomatica europea. Come argomentato dall’ECFR, l’Italia necessita di europeizzare il proprio approccio alla Libia, superando la lente migratoria per affrontare le sfide di sicurezza, energetiche e di proiezione geopolitica che la crisi libica pone al sistema-Paese.Il 2026 segna dunque il punto di non ritorno: la Libia non è più un Paese in transizione, ma un corridoio logistico pienamente operativo. Per l’Europa, il prezzo di questa accettazione non sarà solo l’instabilità permanente, ma la rinuncia a un ruolo attivo nel Mediterraneo a favore di attori più cinici e strutturati. L’assenza di una visione che superi la gestione delle emergenze rischia di consolidare una struttura estrattiva in cui l’unica governance vigente è quella dei flussi, a danno della sicurezza e degli interessi nazionali italiani nell’intera regione.

