La domanda di elettricità accelera, le catene di fornitura delle tecnologie pulite restano fragili ed ora come non mai è sentito il bisogno di rafforzare la sicurezza energetica; il nucleare torna sempre di più al centro della strategia energetica globale.
Il Nuclear Energy Summit 2026, ospitato a Parigi il 10 marzo, ha riunito capi di Stato e di governo, rappresentanti di organizzazioni internazionali e attori industriali attorno a un tema che fino a pochi anni
fa sembrava archiviato: il rilancio del nucleare civile su scala globale. Il forum si inserisce in un quadro energetico che i dati IEA rendono con chiarezza. Secondo gli ultimi studi, la domanda mondiale di elettricità continua a crescere rapidamente con l’accelerazione dell‘Era dell’Elettricità, sostenuta dalla crescente elettrificazione dell’industria, dei trasporti e del settore edilizio, con un consumo crescente proveniente anche dai segmenti più dinamici delle economie globali, come l’intelligenza artificiale, i data center e le nuove innovazioni tecnologiche. In questo scenario, il nucleare ha segnato un primato: la generazione nucleare ha raggiunto un nuovo record di generazione nel 2025, sostenuta dai riavvii dei reattori in Giappone, dalla maggiore generazione in Francia e dalle nuove capacità aggiunte in Cina, India e altri paesi, e secondo le previsioni continuerà a crescere stabilmente fino al 2030. Rinnovabili e nucleare insieme sono attesi coprire circa la metà della generazione elettrica globale entro il 2030. Ma per arrivarci
le sfide sulle catene di fornitura sono enormi.
Il rapporto IEA sulle supply chain delle tecnologie energetiche pulite avverte che la sicurezza energetica nell’Era dell’Elettricità è inscindibilmente legata alla sicurezza delle catene di fornitura delle tecnologie energetiche pulite e dei materiali e componenti utilizzati per produrle. Molte filiere critiche presentano
una concentrazione geografica elevatissima e vulnerabilità strutturali: le batterie per lo stoccaggio dell’energia, per esempio, dipendono da litio, cobalto, nichel e manganese le cui fasi di estrazione e raffinazione sono fortemente concentrate in pochi paesi. Come documenta il report, nel 2020 le batterie NMC — basate su nichel e cobalto — dominavano il mercato globale con oltre il 90% della quota, per poi cedere terreno alle LFP proprio a causa degli elevati prezzi di nichel e cobalto nel biennio 2021-2022, continuando tuttavia a perdere terreno anche quando i prezzi dei minerali sono poi calati, grazie a innovazioni che hanno migliorato la densità energetica delle LFP e all’aumentata concorrenza di prezzo
nel mercato dei veicoli elettrici.
Vi è poi la questione dell’aumento dell’utilizzo delle batterie come stoccaggio energetico, elemento essenziale per sostenere reti elettriche sempre più cariche di fonti aleatorie come le rinnovabili. Questa crescita, se da un lato promette di innalzare la domanda, già cresciuta di 6 volte a partire dal 2020,dall’altro rischia di creare una dipendenza ancora più forte dall’attore dominante del mercato globale, la Cina. Gli elementi predetti sono esemplari di quanto le scelte tecnologiche della transizione energetica restino esposte a rischi di fornitura di cui il nucleare — con il suo ciclo del combustibile più consolidato e meno frammentato — è in buona parte immune. È su questo sfondo che il vertice di Parigi ha acquisito un peso politico difficile da ignorare.
I contenuti del summit: l’interesse aumenta
Il vertice di Parigi ha prodotto risultati concreti e distinti su più fronti, segnando quello che potrebbe rivelarsi un momento di svolta nel rapporto tra i governi e l’energia nucleare. Sul piano dell’adesione politica globale, Belgio, Brasile, Cina e Italia hanno aderito alla Dichiarazione per triplicare la capacità nucleare entro il 2050, portando così a 38 il numero complessivo di nazioni impegnate in questo obiettivo. La dichiarazione, rilasciata nel dicembre 2023, ha visto il supporto di numerose istituzioni finanziarie, tra cui Bank of America, Barclays, Citi, Morgan Stanley and Goldman Sachs e diversi giganti tecnologici come Amazon, Google e Meta.
Sul fronte del finanziamento pubblico, 26 Stati hanno riconosciuto l’importanza di mobilitare finanziamenti adeguati, prevedibili e diversificati per i progetti nucleari, attraverso una combinazione di
fondi pubblici, istituzioni finanziarie internazionali — tra cui la Banca Mondiale, la Banca Asiatica di Sviluppo, la BEI e la BERS — agenzie di credito all’esportazione, investitori privati e strumenti finanziari innovativi. Un segnale rilevante è giunto anche dal settore privato: otto istituzioni finanziarie — tra cui BNP Paribas, Citi, Crédit Agricole CIB e Société Générale — hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta a sostegno dell’espansione della generazione nucleare, a condizione che siano rispettati rigorosi criteri ESG, di sicurezza, gestione delle scorie e conformità regolamentare. Un esempio del riconoscimento di una maggiore cooperazione tra pubblico e privato in ambito nucleare arriva dalla Francia con il FINABe – Financing and Investing in Nuclear – Advisory Board EDF. Il comitato gestito da Electricitè de France nasce come strumento di supporto per gli investitori privati nell’industria
nucleare, elemento essenziale per avere il supporto finanziario necessario per fare ripartire l’industria nucleare.
Sul versante europeo, la giornata del 10 marzo ha visto due movimenti paralleli e complementari. Da un lato, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato uno stanziamento di
200 milioni di euro, finanziato tramite il sistema ETS, a sostegno delle tecnologie nucleari innovative, riconoscendo che ridurre la quota del nucleare nella generazione elettrica europea — passata da un terzo
nel 1990 a circa il 15% oggi — è stato un errore strategico, e indicando nella combinazione di nucleare e rinnovabili il sistema più efficiente. Dall’altro, 15 paesi membri dell’Alleanza Nucleare europea hanno
riaffermato il loro impegno a sviluppare e dispiegare l’energia nucleare come pilastro delle strategie di decarbonizzazione, competitività e sicurezza energetica, sottolineando il ruolo del nucleare nella stabilità
delle reti e come complemento alle rinnovabili intermittenti, e hanno chiesto alla Commissione di migliorare l’accesso dei progetti nucleari ai fondi UE e di accelerare le procedure di autorizzazione agli
aiuti di Stato.
A dare corpo istituzionale a questi impegni è intervenuta, la Comunicazione della Commissione europea — la “Strategia per lo sviluppo e il dispiegamento degli SMR in Europa”. Il documento inquadra gli SMR come un potenziale grande progetto industriale condiviso europeo, capace di mobilitare intere catene del valore — dall’ingegneria ai materiali avanzati, dalla robotica alla produzione modulare — con una capacità attesa compresa tra 17 e 53 GW entro il 2050. Le applicazioni previste vanno ben oltre la sola produzione di elettricità: gli SMR possono supportare la decarbonizzazione dei settori industriali hard-to-abate — chimica, acciaio, raffinerie, trasporto marittimo e teleriscaldamento — si prestano alla co-localizzazione con i data center, il cui consumo elettrico in Europa potrebbe raggiungere 115 TWh entro il 2030 e possono avere applicazioni importanti per la produzione di idrogeno e la desalinizzazione. La strategia prevede nove azioni concrete, tra cui lo sviluppo di una catena di fornitura europea
competitiva, la creazione di “SMR Valleys” come zone accelerate di sviluppo industriale, l’armonizzazione delle procedure di licenza tra gli Stati membri e la definizione di un IPCEI sulle tecnologie nucleari innovative, avvertendo esplicitamente che un approccio frammentato porterebbe a duplicazione degli sforzi, capacità produttiva limitata e costi più elevati — uno scenario inaccettabile per una tecnologia di questa rilevanza strategica.
Nuove idee e vecchi problemi: eppur si muove
L’entusiasmo politico del summit non deve far dimenticare che il nucleare rimane una scommessa industriale e finanziaria complessa. Il vertice di Parigi ha però avuto il merito di identificare con chiarezza i nodi reali piuttosto che limitarsi a celebrare il consenso raggiunto.
Sul piano della narrativa di mercato, il summit ha ampliato significativamente il perimetro delle applicazioni nucleari oltre la sola produzione di elettricità per la rete: la dichiarazione principale del summit e la strategia SMR europea hanno sottolineato come settori target il calore industriale, la produzione di idrogeno, la desalinizzazione, gli isotopi medici e i data center per l’intelligenza artificiale. La delegazione americana ha esplicitamente collegato il nucleare avanzato alla domanda di energia dei data center e dell’AI, mentre la Cina ha presentato il suo reattore dimostrativo a gas ad alta temperatura e il Linglong One — il primo SMR onshore al mondo — atteso in connessione alla rete nel 2026. Questo ampliamento è rilevante perché allarga la platea dei potenziali acquirenti di energia e offre al nucleare avanzato un percorso verso mercati premium, sottraendolo alla sola competizione come capacità di generazione di base.
I panel ufficiali hanno organizzato il dibattito attorno a cinque colli di bottiglia concreti: il finanziamento — con particolare attenzione alla struttura dello stock di capitale, all’allocazione del rischio e alle garanzie
sovrane —, la sicurezza del combustibile, la gestione delle scorie, le catene di fornitura in termini di capacità manifatturiera e certificazione, e la forza lavoro. Tutti temi che trovano riscontro nelle analisi più
recenti: il gap nella fase di sviluppo iniziale è stato identificato come la barriera principale, soprattutto per i progetti first-of-a-kind, che devono affrontare complessità di progettazione, colli di bottiglia nelle catene di fornitura e ambienti normativi in evoluzione. Sul fronte del rischio costruttivo, gli investitori nucleari devono fare i conti con rischi di slittamento dei tempi e sforamenti di costo amplificati da supply chain ristrette e dalla carenza di manodopera qualificata, a cui si aggiungono rischi normativi legati alla complessità delle licenze e rischi politici derivanti da possibili cambi di policy nel corso dei lunghi cicli di costruzione e ammortamento.
Sul fronte degli investimenti, il segnale più strutturato viene da BNP Paribas, che ha lanciato il fondo tematico THEAM Quant – Nuclear Opportunities, che punta a catturare l’intera catena del valore nucleare— dai minatori di uranio alle società di ingegneria, dagli operatori di impianti alle applicazioni downstream — combinando ricerca basata sull’intelligenza artificiale, modelli quantitativi di gestione del rischio e un framework ESG allineato agli obiettivi net-zero al 2050. Interessante anche l’operazione lanciata da Apollo Global Management, fondo d’investimento statunitense, che si è inserito nel divisivo progetto di Hinkley Point C in inghilterra con 4,5 miliardi di dollari, nonostante il progetto in questione
sia oberato da ritardi e sforamenti di budget sostanziali. La dimensione del mercato potenziale è tale da giustificare questo interesse: l’investimento totale nella catena del valore nucleare è previsto raggiungere 2.200 miliardi di dollari nei prossimi 25 anni, con la capacità nucleare globale destinata a più che raddoppiare da 398 GW nel 2025 a 860 GW nel 2050.
Il dibattito è dunque aperto, il momentum politico è reale, ma trasformare le dichiarazioni di Parigi in reattori operativi e percentuali nel mix energetico richiederà — come spesso accade nell’energia — molto più di un vertice.

