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07/04/2026
Cina e Indo-Pacifico, Medio Oriente e Nord Africa, Russia e Spazio Post-sovietico

Russia, Cina e Iran: l’erosione dell’influenza globale degli Stati Uniti e dell’ordine internazionale liberale

di Lavinia Arcuri

Nell’attuale contesto di crescente competizione strategica e tensione geopolitica, Russia, Cina e Iran stanno ridefinendo gli equilibri internazionali utilizzando una metodologia inedita, fatta di strumenti ibridi, ambiguità normative e strategie al di sotto della soglia di conflitto che consentono loro di poter sfidare la leadership statunitense senza innescare una risposta diretta e, di conseguenza, di minare l’ordine internazionale liberale.

Nell’attuale contesto di crescente competizione strategica e tensione geopolitica, Russia, Cina e Iran stanno ridefinendo gli equilibri internazionali utilizzando una metodologia inedita, fatta di strumenti ibridi, ambiguità normative e strategie al di sotto della soglia di conflitto che consentono loro di poter sfidare la leadership statunitense senza innescare una risposta diretta e, di conseguenza, di minare l’ordine internazionale liberale.

Dalla guerra in Ucraina, entrata in una fase di logoramento sempre più prolungata, alle tensioni nel Mar Rosso legate agli attacchi degli Houthi contro il traffico commerciale internazionale, alle continue pressioni esercitate dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale e intorno a Taiwan, è evidente come il dibattito internazionale degli ultimi mesi ruoti sempre più attorno al ritorno della competizione tra grandi potenze. Si tratta di dinamiche che tendono spesso ad essere analizzate in modo separato, quando in realtà sono accomunate da una logica strategica condivisa: l’uso sistematico di strumenti indiretti, ambigui e calibrati per evitare un conflitto aperto. Russia, Cina e Iran, infatti, non si limitano a sfidare l’influenza globale degli Stati Uniti sul piano militare tradizionale, ma operano in una zona grigia fatta di pressioni economiche, operazioni ibride, manipolazione dell’informazione e utilizzo di attori non statali.  Lo scenario geopolitico contemporaneo è dunque fortemente influenzato da queste tre superpotenze revisioniste in ascesa e dalla presenza di strategie basate su misure al di sotto della soglia di guerra. Questa la ragione per cui i concetti di sovranità, diritto internazionale e potere globale sono ormai coinvolti in una fase di evidente ridefinizione. Mediante strategie come tattiche covert, pressioni economiche e manipolazioni legali, determinate nazioni, come Russia, Cina e Iran, stanno sistematicamente mettendo alla prova l’equilibrio internazionale, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli Stati Uniti, la potenza nemica per eccellenza, e gli alleati di questi ultimi. 

Emerge dunque una questione di fondamentale importanza: in che modo queste potenze sfidano gli Stati Uniti e minacciano l’ordine internazionale liberale senza ricorrere ad un conflitto militare diretto? Si tratta di un interrogativo importante, in quanto le strategie adottate da queste superpotenze, poiché al di sotto della soglia di guerra, sono difficilmente rintracciabili in modo esplicito e soprattutto complesse da contrastare attraverso gli strumenti tradizionali della deterrenza. Nell’analisi delle strategie adottate da Russia, Cina e Iran si rintraccia il funzionamento di quelle che sono le dinamiche di competizione geopolitica e di ridefinizione dell’attuale scenario politico e internazionale. 

 La strategia ibrida della Russia nello spazio post-sovietico

La Russia ha negli ultimi anni attuato con grande maestria tattiche mirate a confondere e a ritardare la risposta internazionale, ad esempio in Georgia nel 2008, occasione in cui Mosca è riuscita a creare una giustificazione legale per punire militarmente le forze georgiane dopo averle provocate, ma soprattutto nel 2014 e nel 2022 con le azioni militari in Ucraina. Qui, la Russia ha applicato una combinazione sofisticata di tattiche overt e covert, quali l’uso di forze speciali in uniformi non contrassegnate, “gli omini verdi”, il sostegno alle milizie locali e la campagna di disinformazione e cyber-attacchi. Tutte queste azioni sono state previste con accuratezza e con l’intenzione di rimanere al di sotto della soglia di risposta militare della NATO, così da poter sfruttare l’assenza di chiari interessi o trattati di difesa bilaterale con l’Ucraina. Per la Russia è inoltre fondamentale lo strumento della propaganda, che agisce brillantemente nello scenario internazionale per disorientare l’avversario. La propaganda russa nella guerra ibrida è infatti uno strumento centrale, il quale si serve di social media, bot, influencer e media statali al fine di destabilizzare le società democratiche e polarizzare l’opinione pubblica. Ne risulta in tal modo uno spazio informativo saturo, che rende possibile la trasformazione dell’informazione in un campo di battaglia. 

La strategia della Cina tra pressione economica e sovranità de facto

Anche la Cina ha adottato una propria strategia, a differenza di quella russa, più deliberata e graduale, specialmente nei mari Cinese Orientale e Meridionale, che da alcuni esperti è stata definita come “conflitto a lenta intensità”. La grande potenza cinese segue un percorso innovativo con il quale cerca di legittimare le proprie rivendicazioni territoriali, ad esempio la creazione di nuove isole attraverso il dragaggio della sabbia e l’uso di flotte di pescherecci al fine di stabilire una presenza costante. La strategia cinese si articola su tre pilastri: la leva economica, con la quale si creano dipendenze che possono rendere un conflitto militare catastrofico per l’economia globale e dunque frenare le possibili contromisure degli stati uniti; la sovranità de facto, che prevede misure non militari per creare condizioni di controllo territoriale che diventano “la nuova normalità”; la deterrenza limitata, ovvero mostrare la volontà di usare una forza militare limitata così da non innescare azioni contrarie. Nonostante la creazione di Zone di Identificazione della Difesa Aerea (ADIZ) contestate, la Cina evita così lo scontro aperto e punta sulla riluttanza degli avversari a scatenare una guerra per dispute territoriali minori. 

L’Iran tra diritto marittimo e proiezione di potenza regionale

Per quanto riguarda l’Iran, questo rappresenta un caso unico, poiché opera sia sul piano del diritto marittimo sia attraverso complesse reti di milizie regionali. Il punto focale della tensione globale risulta essere infatti lo Stretto di Hormuz, una via d’acqua vitale che collega il Golfo Persico all’Oman e al Mare Arabico. Lo stretto è sia racchiuso nelle acque territoriali di Iran e Oman, sia uno stretto internazionale dove dovrebbe applicarsi il “diritto di passaggio di transito” secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS). L’Iran ha però firmato senza ratificare la Convenzione, dichiarando che ha intenzione di riconoscere il suddetto diritto solo per gli stati che hanno ratificato la convenzione e, poiché gli Stati Uniti non ne fanno parte, rivendica per essi il principio del passaggio inoffensivo che lo stato costiero può sospendere per motivi di sicurezza. Tuttavia, il blocco totale dello stretto resta comunque considerato illegale, poiché la maggior parte delle rotte di navigazione si trova nelle acque territoriali dell’Oman. Oltre alla dimensione navale, l’Iran ha dimostrato negli anni e di recente una straordinaria capacità di influenzare i conflitti regionali che costituiscono tutt’oggi una delle minacce più sentite dagli Stati Uniti. In che modo? Si tratta di utilizzare forze non statali per proiettare potere politico e militare senza ricorrere direttamente all’esercito iraniano, esercitando pressione sia su Stati Uniti sia su partner regionali. A partire dal 1979, infatti, l’Iran ha utilizzato gruppi proxy come Hezbollah, Houtis e Kataib Hezbollah che pur operando autonomamente ricevono un forte sostegno da Teheran e contribuiscono ad annientare la pressione statunitense sulla regione. L’Iran sfrutta così legami culturali, religiosi, ideologici per legittimare i proxy a capitalizzare le tensioni locali e i conflitti regionali. 

La sfida all’ordine internazionale post-Guerra Fredda

Secondo Walter Russell Mead, nazioni come Russia, Cina e Iran agiscono come “potenze revisioniste”. Vale a dire, che ci si trova di fronte a Stati che non hanno mai accettato l’assetto geopolitico seguito alla fine della Guerra Fredda e che pertanto stanno lavorando attivamente per rovesciarlo. Mentre l’Occidente credeva che il mondo fosse passato a un’era post-storica basata su regole e commercio, queste potenze hanno continuato a pensare in termini di territori, sfere d’influenza e potere militare. Questa visione viene confermata dallo scenario geopolitico attuale in cui sono in corso due fenomeni: le ridefinizione dello status quo, attraverso conflitti a lenta intensità come nel caso della Cina; l’erosione delle norme internazionali, con sfide come quella dell’Iran verso le norme del diritto marittimo nello stretto di Hormuz. 

In cosa risiede dunque il successo che le strategie di queste potenze hanno sullo scenario internazionale? In primo luogo, certamente, nella capacità di mettere in crisi i pilastri della sicurezza post-Guerra Fredda. Ad esempio, l’idea di un’Europa unita e libera è stata fortemente scossa dalle azioni russe, o ancora è evidente come l’assertività cinese abbia spinto nazioni come il Giappone e le Filippine a rafforzare le proprie capacità militari. In secondo luogo, il successo di queste nazioni risiede nella loro abilità di agire nella cosiddetta zona grigia di cui sopra, dove il diritto internazionale è ambiguo o difficile da far rispettare. Che si tratti di contestare la natura consuetudinaria del diritto di passaggio nello Stretto di Hormuz, o di utilizzare “misure brevi della guerra” per destabilizzare governi vicini, Russia, Cina e Iran hanno dimostrato che è possibile erodere l’influenza americana e ridefinire lo status quo. Per gli Stati Uniti e i loro alleati, dunque, la sfida del futuro diventa non solo prepararsi alla guerra, ma sviluppare politiche efficaci per rispondere a queste aggressioni calibrate che cadono appena al di sotto di essa.

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