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14/04/2026
Medio Oriente e Nord Africa, Stati Uniti e Nord America

La strategia del terrore nella ‘guerra senza limiti’: e se non fosse un’eccezione all’ordine internazionale?

di Giulia Mirra

Il perimetro della guerra fredda sembra ormai un confine sfumato. La vecchia logica degli armamenti soppressa e il diritto internazionale subissato. Tutto travolto dall’anarchia totale o dal caos apolare, mentre la logica del diritto cede il passo all’irrazionalità degli agenti: tutto mosso da istinti irrazionali figli di una decadenza morale delle élite internazionali, dove gli errori passati non agiscono da monito, ma diventano giustificazione. Il conflitto in Iran che si staglia nello scenario comune è una brutta copia del conflitto del Golfo del 1990. Uno spaccato tra tre poli che dipana uno scenario di guerra ineguale già teorizzato dallo studioso Alessandro Colombo. La domanda sorge spontanea: è se l’anarchia muove gli intenti, la risoluzione dei conflitti non sarà anche essa figlia di un caos intenzionale? Il risultato più irrazionale? E se gli stati nazionali stessi fossero diventati stati attori di episodici atti di terrore?

Il perimetro della guerra fredda sembra ormai un confine sfumato. La vecchia logica degli armamenti soppressa e il diritto internazionale subissato. Tutto travolto dall’anarchia totale o dal caos apolare, mentre la logica del diritto cede il passo all’irrazionalità degli agenti: tutto mosso da istinti irrazionali figli di una decadenza morale delle élite internazionali, dove gli errori passati non agiscono da monito, ma diventano giustificazione. Il conflitto in Iran che si staglia nello scenario comune è una brutta copia del conflitto del Golfo del 1990. Uno spaccato tra tre poli che dipana uno scenario di guerra ineguale già teorizzato dallo studioso Alessandro Colombo. La domanda sorge spontanea: è se l’anarchia muove gli intenti, la risoluzione dei conflitti non sarà anche essa figlia di un caos intenzionale? Il risultato più irrazionale? E se gli stati nazionali stessi fossero diventati stati attori di episodici atti di terrore?

La definizione stessa di terrorismo è un’accezione che sfugge ancora nella sua totale comprensione: la mancanza di una definizione condivisa nell’ambito internazionale si colloca in quella sfalsata relazione tra norma ed eccezione. Ed è proprio in tale collocazione che si concretizza il paradosso fondamentale della parola terrorismo. Secondo lo storico Colombo, non è un caso che non si sia ancora giunti a una convenzione generale e giuridicamente vincolante: di fronte all’impossibilità di pervenire a una soluzione comprensiva, il diritto e le organizzazioni internazionali hanno preferito adottare convenzioni disciplinanti specificamente i singoli reati da annoverare nella fattispecie di atti terroristici.

Ma se gli atti diventano consueti e continui, qual è la linea di demarcazione tra atti difensivi e atti terroristici?  È da precisare che la forma della guerra non è mai estranea alla forma di convivenza interna e internazionale a cui appartiene. Considerare la guerra come opposta all’ordine sociale significa negarne la sua capacità rivelatrice: la guerra svela dell’ordine sociale persino quello che la pace può nascondere o dissimulare, ad esempio chi detiene e in quale misura il potere di dettare la propria volontà agli altri. E, tale aspetto, è stato reso ancora più evidente con nelle risposte sproporzionate di Israele su Gaza (sebbene attivate anch’esse dal terribile attacco terroristico del 7 ottobre del 2023) e dall’azione Epic Fury” degli Stati Uniti versol’Iran. Due esempi di come il perimetro del conflitto internazionale sia mutato, come il distinguo tra concesso e non concesso si sia sovrapposto al punto da fare dell’eccezione la norma dell’agire bellico indiscriminato.

Tale imperversare di una guerra senza limiti è l’evidente venire meno delle due direttive fondamentali poste al suo contenimento: il potere e le istituzioni. Quello a cui stiamo assistendo è l’emergere di un potere sempre più irrazionale al quale, le istituzioni democratiche, non riescono più a delimitare. La ‘depauperizzazione’ dello stato di diritto porta al dissolvimento più totale dei principi fondamentali posti a tutela dell’ordine internazionale: l’autodeterminazione di un popolo, il diritto di sovranità nazionale. Ciò che sta accadendo si intreccia, inevitabilmente, anche con il crollo morale dell’élite internazionale: quanto è emerso dal caso Epstein è soltanto la punta di un iceberg amorale che da tempo, ormai, si abbatte sull’ordine democratico mondiale e che fa della ‘guerra senza limiti’ non più un’eccezione alla convivenza internazionale.

La guerra non è più un’eccezione alla convivenza internazionale

Il paradosso che si concretizza sta nel fatto che le nazioni, agendo in maniera indiscriminata, non si pongono più il problema che la guerra possa pregiudicare o distruggere le loro relazioni future. Sembrerebbe più opportuno affermare che la guerra, mutando forma da quella archetipica del duello, abbia assunto quella più primordiale della caccia, dove non ci sono più avversari ma prede: l’atteggiamento odierno di alcuni Stati è, dunque, un atteggiamento predatorio.

Una volta, dunque, avvenuta la transizione da una forma di guerra all’altra, non sarà più possibile contenere le capacità del più forte. La guerra si verifica quindi tra soggetti ineguali, con un risultato noto in anticipo: una parte sa di non poter perdere, mentre l’altra sa di non poter vincere. Dal momento in cui una delle parti è consapevole di poter sconfiggere l’avversario senza alcuna difficoltà, non incontra freni ad andare fino in fondo. Una guerra senza rischi è, tendenzialmente, una guerra senza limiti. E lo Stato, servendosi della stessa dimensione predatoria tipica anche del terrorismo, trasforma il panorama del conflitto in cui travolge l’avversario senza logica, con il venir meno dei limiti legati alla distribuzione del potere. In questo contesto, solo l’interruzione dell’azione di terrore determina anche la cessazione della guerra senza limiti realizzatasi.

La strategia della destabilizzazione 

L’attuale contesto internazionale fa seguito alla scomposizione della forma della guerra e del panorama internazionale del Novecento. In tale scomposizione nessuno dei conflitti moderni ha finora presentato elementi di contatto con le guerre totali del secolo scorso. Ad ogni nuovo scenario bellico si è ulteriormente accentuata la tendenza alla guerra civile e al terrorismo, del tutto estranei, sotto un profilo costituzionale, al diritto internazionale classico e alle sue categorie. Colombo a tal riguardo afferma che “la guerra è scomparsa non perché sia scomparsa la violenza nella politica internazionale, ma perché si è dissolta la forma giuridica che consentiva di designarla in quanto tale”. L’alternativa alla guerra tra Stati non è più la pace, ma una violenza maggiormente diffusa. L’espressione “guerra infinita” di cui parla il politologo Galli e utilizzata per distinguere la guerra dal terrorismo, si carica di un significato storico concreto. L’inesistenza di una distinzione formale dalla pace imprime alla guerra moderna la sua peculiarità: il fatto che essa abbia un inizio e non si concluda mai.

Ma se lo Stato, dunque, operando nei confini dello stato di diritto, la legittimazione della guerra risiede nel fatto che è esso stesso a operarla, allora gli atti episodici di terrore diffusi si inseriscono all’interno di una strategia temporanea finalizzata a ‘destabilizzare per stabilizzare’. Difatti, è quanto accaduto per mano degli Stati Uniti in Venezuela con la sostituzione del regime di Maduro mediante un regime change, così come si sta tentando in Iran: operare con sporadici atti improvvisi o/e di violenza posti alla destabilizzazione di un assetto precostituito per sostituirlo con uno più conforme all’ordine globale. Destabilizzare per stabilizzare passando attraverso lo scardinamento dell’ordine globale mediante episodi di “terrore”, giustificati dalla motivazione che la portata del conflitto sarà breve, quanto necessaria a inserire un tassello di democratizzazione nel presunto definito rapporto di forza tra le potenze.

Allora come si interpone l’Europa in tutto questo? Se la solidità di un sistema internazionale, come scriveva Ada Bozeman, “si misura con la solidità dei concetti che lo animano”, l’Unione Europea nata nella pace e per la pace si sta dimostrando l’unico assetto sovranazionale in grado di rimanere compatto nel corso di uno stravolgimento internazionale. Dipanato ogni dubbio su un possibile immediato coinvolgimento bellico in Medio Oriente, l’UE ha affermato con forza la sua impostazione nel continente europeo, e non solo, a servizio della pace, nonostante le minacce e le pressioni esterne esercitate dagli USA. Operando come stabilizzatore all’interno dell’area e dimostrando ed esportando una cultura di risoluzione del conflitto basata sulla fornitura di sostegno difensivo a seguito di aggressione – come avvenuto nel conflitto russo – ucraino e in quello israelo-palestinese –, lo stagliarsi di un modello di riferimento al di fuori dei confini degli stati nazionali, nel riconoscimento reciproco della dimensione sovranazionale, fa di essa l’unico barlume di resistenza  all’automatico andare incontro alla guerra invece di prediligere sempre, prima, la pace.

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