La politica industriale dell’amministrazione Trump II, orientata al reshoring della filiera dei chip leading-edge, è entrata in rotta di collisione con la volontà taiwanese di salvaguardare il ruolo di hub sistemico del settore, dominato da TSMC, nell’ecosistema tecno-industriale. L’analisi esamina gli effetti di tale attrito geoeconomico sulla relazione bilaterale e nel triangolo con Pechino.
Risale all’inizio di febbraio 2026 la notizia secondo cui la vicepresidente taiwanese Cheng Li-chiun ha respinto la richiesta statunitense di trasferire negli Stati Uniti una quota significativa – circa il 40% – della produzione di semiconduttori attualmente concentrata sull’isola. Sebbene la produzione della Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) sia già parzialmente delocalizzata, le autorità taiwanesi hanno ribadito che l’espansione futura continuerà a coinvolgere in primis il territorio nazionale. Come dichiarato dalla stessa vicepresidente: “Ho detto alla controparte statunitense che non possiamo distribuire la capacità produttiva, ma possiamo espandere la nostra presenza negli Stati Uniti”.
Il contesto di questa presa di posizione si trova negli sviluppi precedenti, in particolare nell’accordo commerciale Agreement on Reciprocal Trade (ART) firmato il 12 febbraio 2026 tra Stati Uniti e Taiwan in seguito al relativo Memorandum of Understanding del precedente 15 gennaio. L’intesa, frutto di negoziati protratti nel tempo, prevede una significativa riduzione delle tariffe su numerosi beni taiwanesi, con particolare riferimento al settore dei semiconduttori. Nel concreto, i dazi sulle esportazioni taiwanesi verso gli Stati Uniti sono stati ridotti dal 20% al 15%, allineando Taiwan ai principali concorrenti internazionali, tra cui Giappone, Corea del Sud e Unione Europea. In cambio, le aziende taiwanesi attive nei settori dei semiconduttori e delle tecnologie avanzate si sono impegnate a investire fino a 250 miliardi di dollari negli Stati Uniti, sulla base di piani industriali autonomi. Parallelamente, il governo di Taipei fornirà garanzie di credito per un valore equivalente, al fine di sostenere tali investimenti e ridurne il rischio finanziario.
Per di più, l’accordo ART introduce condizioni preferenziali per i produttori taiwanesi che decideranno di espandere la propria capacità produttiva negli Stati Uniti: in particolare, essi beneficeranno di tariffe ridotte sull’importazione di semiconduttori, macchinari e componenti correlati. Inoltre, i dazi applicati alla maggior parte delle esportazioni taiwanesi verso il mercato statunitense subiranno una riduzione dal 20% al 15%.
Amministrazione Trump II e reshoring della filiera dei chips leading-edge
L’attrito tra Taiwan e l’amministrazione Trump riflette l’inclusione della filiera dei semiconduttori nella strategia di reindustrializzazione statunitense, con finalità sia di sicurezza nazionale sia di creazione di esternalità sociali.
Pur criticando il CHIPS Act del 2022 per inefficienze regolatorie, l’amministrazione ha mantenuto una postura interventista in materia di semiconduttori, implementando una strategia industriale a due fronti. In primo luogo, ha favorito una significativa deregolamentazione e riorganizzazione dell’apparato burocratico creato dall’amministrazione precedente, ristrutturando inoltre i finanziamenti concordati in partecipazioni azionarie in imprese lungo la filiera. In tale quadro si inserisce l’acquisizione del 9,9% di Intel, finalizzata ad aumentare la capacità produttiva e la competitività degli impianti di fabbricazione di wafer (foundry) in territorio americano, oggi responsabili di un mero 4% della produzione globale per conto di terzi. Lo stesso paradigma è stato adottato nei segmenti upstream dei macchinari – il caso della startup innovativa xLight per la componentistica laser delle macchine litografiche – e delle materie prime, con le acquisizioni federali nella filiera dei minerali critici (MP Materials e Lithium Americas).
In secondo luogo, l’attuale amministrazione ha promosso investimenti diretti esteri (IDE) produttivi da parte delle imprese taiwanesi dominanti nella filiera dei chip leading-edge (di generazione tecnologica post-7 nanometri), per ripristinare capacità domestica lungo l’intera catena del valore, combinando pressioni politiche e tariffe. Nel 2025, dopo aver minacciato tariffe del 100% e ritardato l’approvazione di un pacchetto di armamenti da 400 milioni di dollari, l’amministrazione ha reiterato il target dell’autosufficienza, con l’attuale Secretary of Commerce Howard Lutnick che ha condannato la concentrazione geografica della produzione di chip avanzati a Taiwan, auspicando una divisione 50-50 tra produzione domestica e importazioni dall’isola.
A seguito dell’annullamento dei dazi del Liberation Day, l’amministrazione ha introdotto una tariffa del 25% sui chip leading-edge, successivamente ridotta nell’ambito dell’ART, subordinatamente all’impegno di TSMC e delle altre imprese taiwanesi di profondere IDE in territorio americano per rafforzare la capacità produttiva e d’innovazione lungo l’intera catena del valore.
A ciò si aggiunge l’impegno di TSMC di espandere di ulteriori 100 miliardi di dollari gli investimenti produttivi negli US, realizzando cinque nuovi stabilimenti produttivi in Arizona. L’attuale CEO ha inoltre garantito che entro il 2028, nel secondo stabilimento attualmente in costruzione verranno prodotti chip a 2 nanometri, collocandosi sulla frontiera tecnologica. Membri dell’amministrazione Lai hanno negato tale prospettiva, ribadendo che le produzioni di frontiera devono rimanere localizzate sull’isola, in linea con la normativa nazionale, limitandone di fatto il trasferimento all’estero.
La parabola di sviluppo dell’ecosistema tecno-industriale taiwanese
Per comprendere la portata del rischio sistemico sull’ecosistema industriale e d’innovazione taiwanese, non limitato alle foundry di TSMC ma espanso all’intera filiera dei chip e ai settori high-tech adiacenti, è necessario analizzare il ruolo assegnato ai semiconduttori all’interno della strategia di politica industriale implementata dagli anni ’80.
La parabola di sviluppo taiwanese si è basata sull’intersezione tra integrazione nelle catene del valore globali e una modalità idiosincratica di intervento statale, distinta dai modelli di developmental State in Giappone e Corea del Sud. Il governo taiwanese ha sfruttato l’indebolimento del dominio giapponese della filiera dopo lo US-Japan Trade Agreement del 1986 e la frammentazione globale delle catene del valore per promuovere l’upgrading delle filiere nazionali attraverso il modello fabless-foundry. In tale paradigma, imprese tecnologiche – in particolare nella Silicon Valley – hanno esternalizzato la produzione di chip a fonderie specializzate, per focalizzarsi sui segmenti a monte del design a maggiore valore aggiunto . A tale scopo, il governo taiwanese ha promosso la creazione di foundry companies private, tra cui TSMC (1987) e UMC (United Microelectronics Corporation), come spin-off di impianti pilota previamente oggetto di ingenti investimenti statali in attività di ricerca e sviluppo (R&S), formazione e know-how produttivo.
Taiwan ha così evitato le inefficienze della produzione statale, adottando una postura di “Stato innovatore” volta a sviluppare un ecosistema di innovazione maturo, stimolare la spesa privata in R&S e creare cluster industriali capaci di ridurre i costi e favorire il learning-by-doing. Ne è derivato l’ingresso di imprese nazionali in tutti i segmenti della filiera dei chip, con una leadership globale in assemblaggio e testing (ASE Tech) e una posizione competitiva nei segmenti a monte del design (MediaTek, Novatek, Realtek) e dei materiali upstream. Inoltre, ciò ha incentivato la crescita di alcuni tra gli attori più importanti dell’elettronica globale come utilizzatori finali, tra cui Asus e Foxconn.
L’intento dei parchi industriali realizzati sull’isola, è stato inoltre quello di promuovere lo spillover tecnologico dai chip verso settori high-tech adiacenti. Le amministrazioni Tsai e Lai hanno promosso una strategia di diversificazione industriale volta a sviluppare settori quali cybersecurity, tecnologie verdi, intelligenza artificiale (IA), sanità avanzata e medicina di precisione, difesa e comunicazioni di nuova generazione, rafforzando così la resilienza del settore produttivo.
Nonostante ciò, il ruolo della filiera dei chip, imperniata su TSMC, resta nevralgico nel sistema di innovazione nazionale. Nel 2024, il settore ha contribuito al 20,7% del PIL, con la sola TSMC che ha inciso per l’8,9%. Taiwan si colloca al terzo posto globale per spesa in innovazione in rapporto al PIL (4%), di cui oltre la metà è attribuibile al settore dei semiconduttori; TSMC ne concentra circa il 40%. Tali quote sono destinate ad aumentare con la crescita della domanda globale di chip avanzati legata all’IA, già responsabile dell’aumento delle esportazioni del 62% nel marzo scorso.
Tra la dipendenza da Taipei e l’autonomia di Washington
Dietro la dimensione strettamente economico-commerciale dell’accordo ART si delinea un’architettura di sicurezza molto più ampia. Si tratta di una configurazione strategica che Washington e Taipei hanno progressivamente costruito per istituzionalizzare il proprio allineamento e integrare Taiwan in modo più organico nelle reti di sicurezza economica guidate dagli Stati Uniti. In questa prospettiva, l’ART si è posto come un progetto geopolitico condiviso, implementato attraverso strumenti di economic statecraft (William J. Norris).
Evidentemente, l’elemento più problematico della richiesta americana di inizio febbraio 2026 è l’interesse divergente tra Washington e Taipei in ambito politico-economico e in ambito di difesa strategica. Le parole di Lutnick sottolineavano già con chiarezza la centralità strutturale di Taiwan nelle catene globali del valore dei semiconduttori: l’isola concentra oltre il 60% del fatturato mondiale nel settore delle foundry e più del 90% della produzione di chip leading-edge: al contrario, la posizione espressa da Cheng Li-chiun vuole internazionalizzare gli investimenti senza delocalizzare il core tecnologico, per non confondere la cooperazione industriale e politica con un trasferimento di capacità tale da erodere il vantaggio taiwanese.
Mentre gli Stati Uniti, sotto l’impulso di Lutnick e della sua dottrina di sicurezza economica, mirano a ridurre la dipendenza da Taiwan, Taipei interpreta questa stessa dinamica come un potenziale rischio esistenziale. Il cosiddetto silicon shield, ovvero il ruolo centrale di Taiwan nella produzione globale di chip avanzati, è per Formosa uno strumento di deterrenza geopolitica a tutti gli effetti: la concentrazione della produzione sull’isola aumenta così le implicazioni di qualsiasi escalation militare, rafforzando indirettamente l’incentivo statunitense (e occidentale) a garantirne la sicurezza. In questo quadro si comprende ulteriormente la cautela di Taipei nel cedere una quota rilevante del proprio know-how tecnologico: un trasferimento troppo ampio della capacità produttiva verso gli Stati Uniti rischierebbe infatti di far evolvere la dipendenza americana da Taiwan in una maggiore autonomia strategica. Parallelamente, un indebolimento del vantaggio tecnologico taiwanese potrebbe ridurre l’incentivo di Washington a garantire la sicurezza dell’isola, erodendo uno dei pilastri impliciti della relazione bilaterale.
Le conseguenze dell’accordo, oltre la richiesta americana respinta, saranno quindi ambivalenti. Da un lato, è prevedibile un incremento significativo degli investimenti tecnologici taiwanesi negli Stati Uniti, in linea con la strategia americana di reshoring e friend-shoring delle filiere critiche. Ciò è ulteriormente corroborato dai potenziali dazi che potrebbero colpire le imprese taiwanesi al termine dell’indagine ai sensi della Section 301 del Trade Act (1974), sull’effetto distorsivo sul commercio delle politiche industriali da parte dei paesi dell’Asia Orientale leader nella filiera dei chip. Dall’altro lato, è altrettanto plausibile un inasprimento delle tensioni tra il Presidente Lai Ching-te e Repubblica Popolare Cinese, che considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e osserva con crescente preoccupazione il rafforzamento dei legami tra Taipei e Washington. Il disaccordo tra Taipei e Washington si inserisce infatti in un contesto già segnato da una pressione crescente esercitata da Pechino sull’isola, come dimostrato anche dalla ricevimento del presidente cinese Xi Jinping della leader dell’opposizione taiwanese Cheng Li-wun, mentre gli Stati Uniti cercano di evitare una escalation incontrollata verso una guerra commerciale su larga scala.

