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21/04/2026
Medio Oriente e Nord Africa

La fine della profondità: il confine Pakistan–Afghanistan come spazio di pressione

di Gianmarco Giovannetti

Dopo il ritorno dei Talebani, il Pakistan non ha consolidato la propria influenza su Kabul, ma ha progressivamente spostato la competizione sul confine. La Durand Line emerge così non solo come linea contesa, ma come spazio operativo in cui accesso, mobilità e commercio diventano strumenti di pressione quotidiana.

Il ritorno dei Talebani al potere nell’agosto 2021 sembrava offrire al Pakistan un contesto strategico favorevole lungo la propria frontiera occidentale. A distanza di pochi anni, il quadro appare rovesciato. L’aumento dell’attività del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), le tensioni politiche con Kabul e il deterioramento della sicurezza nelle regioni di frontiera suggeriscono che la tradizionale dottrina della strategic depth non solo non si sia consolidata, ma sia entrata in una fase di crisi.

Più che una perdita totale di capacità, si tratta di una loro riconfigurazione: la difficoltà di esercitare influenza “in profondità” spinge Islamabad a riorientare la competizione verso il controllo diretto della Durand Line.

Questo spostamento segnala anche un cambiamento più profondo nel modo in cui il Pakistan gestisce la relazione con Kabul. In assenza di una leva politica efficace “in profondità”, la competizione tende a concentrarsi lungo la linea di contatto, dove il controllo materiale dello spazio si traduce immediatamente in pressione.

Dalla strategic depth alla pressione di confine

Per decenni, la logica della strategic depth ha orientato l’approccio pakistano verso l’Afghanistan, puntando a garantire a Islamabad un retroterra politico e strategico favorevole. Il ritorno dei Talebani sembrava inizialmente coerente con questa impostazione. Originariamente elaborata in chiave anti-indiana, questa dottrina mirava a garantire uno spazio politico favorevole a ovest per attenuare il rischio di accerchiamento strategico.

Aspettativa messa rapidamente in discussione, vista l’incapacità di Kabul di contenere il TTP, responsabile di oltre 400 attacchi nel solo 2023, e la crescente autonomia del regime talebano. Più che consolidare un’influenza indiretta su Kabul, il Pakistan si è trovato a dover gestire un deterioramento della sicurezza lungo il proprio confine occidentale. In assenza di strumenti efficaci di pressione politica “in profondità”, Islamabad ha progressivamente spostato la propria azione su un piano più immediato e tangibile: il controllo della frontiera.

Già a partire dal 2017, il Pakistan aveva avviato un processo di securitizzazione della Durand Line attraverso la costruzione di una doppia recinzione lungo oltre 2.600 km, un progetto di fencing accompagnato da fortificazioni e sistemi di sorveglianza. È però nel post-2021 che la funzione del progetto è mutata radicalmente, passando da misura di sicurezza a oggetto di confronto diretto e continuo tra gli Stati.

L’irrigidimento dei requisiti di attraversamento, in particolare attraverso l’imposizione di passaporti e visti in valichi tradizionalmente porosi come Torkham e Chaman, ha prodotto frequenti blocchi del traffico commerciale e tensioni diplomatiche. Analogamente, la chiusura dei valichi in risposta a incidenti o frizioni politiche ha generato costi economici immediati per entrambe le parti, colpendo in particolare l’economia afghana, fortemente dipendente dai corridoi pakistani.

Il passaggio più evidente si è registrato sul piano migratorio con il piano “Illegal Foreigners’ Repatriation Plan” (IFRP), annunciato nel settembre 2023, che ha portato al ritorno forzato di centinaia di migliaia di cittadini afghani. Tra il settembre 2023 e l’ottobre 2025, si stima che circa 1,6 milioni di afghani abbiano lasciato il Pakistan nell’ambito di questo processo di ritorno. Sebbene formalmente giustificata come misura di controllo dell’immigrazione irregolare, questa politica ha avuto effetti diretti sulla popolazione civile afghana e può essere letta come una forma di pressione indiretta su Kabul, anche perché in molti casi i ritorni sono stati motivati dalla paura di arresto e dalla crescente ostilità del contesto pakistano.

Ciò non implica necessariamente l’esistenza di un disegno strategico unitario e centralizzato: molte di queste misure possono essere lette anche come risposte reattive e frammentate a pressioni interne, in particolare sul piano della sicurezza, in un contesto interno segnato da forze di sicurezza sovraccariche, tensioni economiche e una crescente polarizzazione politica. Ciononostante, anche in assenza di una leva politica efficace su Kabul, il loro effetto complessivo è quello di trasformare la linea di contatto in uno strumento di pressione costante, contribuendo a ridefinire gli equilibri bilaterali.

Nel loro insieme, queste pratiche suggeriscono non tanto una sequenza di misure isolate, quanto una modalità operativa ricorrente attraverso cui la frontiera diventa il principale spazio di interazione tra i due attori.

Una competizione reciproca sul confine

Il confine non è però uno strumento unilaterale. Anche dal lato afghano emerge un uso attivo della Durand Line come spazio di pressione politica. Il governo talebano, che non riconosce la frontiera come internazionale, contesta apertamente il fencing e l’inasprimento dei controlli, presentandoli come violazioni della sovranità e della continuità della “nazione pashtun”.

Questa posizione si traduce sul terreno in interruzioni dei lavori di recinzione, scontri localizzati e chiusure selettive dei valichi. Episodi come il blocco di Chaman–Spin Boldak o le tensioni ricorrenti a Torkham mostrano come Kabul utilizzi a sua volta il controllo dell’accesso per ottenere concessioni sulle modalità di attraversamento.

Si configura così una dinamica di competizione a bassa intensità ma costante, in cui entrambe le parti utilizzano il confine per esercitare pressione reciproca. Il Pakistan cerca di restringere e regolare i flussi, mentre l’Afghanistan tenta di mantenerne la permeabilità, difendendo una dimensione sociale e politica che precede la stessa linea di contatto.

L’efficacia di questa leva è parzialmente mitigata dalla capacità di Kabul di cercare alternative: la progressiva diversificazione delle rotte commerciali verso l’Iran, attraverso il porto di Chabahar, e verso l’Asia centrale funge da valvola di sfogo, riducendo la dipendenza strategica dal corridoio pakistano e limitando, nel medio periodo, l’impatto delle misure di denial. Un dato sintetico lo suggerisce: nonostante le chiusure ricorrenti dei valichi con il Pakistan, nel 2025 il valore complessivo del commercio afghano ha comunque raggiunto circa 13,9 miliardi di dollari, segnalando la capacità di mantenere flussi commerciali significativi anche attraverso corridoi alternativi.

Il confine come infrastruttura di pressione

Gli effetti di questa trasformazione si manifestano in modo immediato. Le chiusure dei valichi bloccano migliaia di camion e interrompono flussi commerciali essenziali, generando perdite economiche e oscillazioni nei prezzi di beni di prima necessità, come evidenziato dai rialzi dei prezzi di ortaggi e frutta in Pakistan durante le chiusure prolungate dei passaggi di frontiera. Allo stesso tempo, la progressiva diversificazione delle rotte suggerisce che la leva pakistana, pur incisiva nel breve periodo, presenti limiti strutturali nel medio termine.

Gli impatti più profondi si registrano però nelle aree di confine, in cui la mobilità transfrontaliera rappresenta una componente strutturale della vita economica e sociale. La rigidificazione della frontiera colpisce direttamente mezzi di sussistenza e reti comunitarie, alimentando tensioni e proteste. Proprio per questo, la sua gestione non sostituisce la dimensione strategica del rapporto tra i due Paesi, ma la riconfigura su un piano più immediato, in cui decisioni apparentemente tecniche producono effetti politici diretti.

Nel complesso, la trasformazione della Durand Line dopo il 2021 suggerisce uno spostamento nella natura della competizione tra Pakistan e Afghanistan. La crisi della strategic depth non ha prodotto un vuoto, ma una riconfigurazione: in assenza di influenza politica stabile, il confine diventa lo strumento attraverso cui la pressione si esercita in modo continuo e diffuso.

In questo senso, la competizione tra Pakistan e Afghanistan non si è ridotta, ma si è spostata: da una profondità strategica sempre più difficile da controllare a una frontiera dove la pressione può essere esercitata ogni giorno.

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