Il Mediterraneo è uno spazio in cui si giocano le partite dell’energia, della sicurezza, delle rotte commerciali e delle migrazioni. Per questo è anche il terreno di una crescente competizione geopolitica, segnata dall’attivismo di Cina, Turchia e Russia, che hanno consolidato negli ultimi anni la propria proiezione nella regione.
Dall’ottobre 2023, la guerra tra Israele e Hamas ha portato a uno stravolgimento geopolitico della regione. Il regime di Assad in Siria è caduto, gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso hanno impatti sull’Arabia Saudita e sull’Egitto, e a seguito del voto ONU sul piano di autonomia per il Sahara Occidentale nel Magreb sono sempre più forti le tensioni tra Marocco e Algeria.
Davanti a questo quadro, le iniziative intraprese dall’Unione e dall’Italia nel contesto del Patto per il Mediterraneo e il Piano Mattei rappresentano dei passi necessari. Avranno, però, un significato reale solo se si saprà trasformarli in una prova concreta della capacità dell’UE e dell’Italia di agire come attori politici e strategici nella regione.
Il Mediterraneo e l’Unione Europea, 30 anni dopo Barcellona
Il Patto per il Mediterraneo è stato lanciato a trent’anni dalla firma della Dichiarazione di Barcellona, che diede vita al partenariato euromediterraneo, la prima politica europea onnicomprensiva nell’area del Mediterraneo. Quella dichiarazione aveva obiettivi ambiziosi: creare uno spazio di pace e prosperità, una stabilità condivisa e un’area di libero scambio. Era anche il frutto del clima di ottimismo diffuso dopo gli accordi di Oslo, che lasciavano presagire una possibile risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Nonostante le buone intenzioni, quel partenariato si arenò e l’area di libero scambio rimase solo su carta. Oggi, l’Agenda per il Mediterraneo introdotta nel 2021 e la nomina di Dubravka Šuica come commissaria europea per il Mediterraneo nel 2024 dimostrano il crescente interesse delle istituzioni europee per l’area mediterranea.
A fronte della perdita di rilevanza dell’UE negli equilibri internazionali, come testimoniato dalla guerra a Gaza e dagli ultimi svolgimenti dell’attacco israelo-americano all’Iran, il Patto per il Mediterraneo è un’occasione per riaffermare la capacità europea di orientare le priorità strategiche e determinare processi di cooperazione condivisi.
L’esigenza europea di rilanciare le relazioni con i partner mediterranei (e non solo) nasce anche dall’accresciuta presenza di attori esterni, che contribuiscono a una maggior competizione. La minaccia russa è incombente, con un’importante presenza militare in Nord Africa, soprattutto in Libia. Mentre la presenza cinese è di tipo economico: offre ai paesi in via di sviluppo, ma privi di capitali, la possibilità di dotarsi di infrastrutture portuali e ferroviarie in cambio dell’usufrutto delle infrastrutture.
Un nuovo paradigma e le sue sfide
Oggi, l’approccio europeo sembra aver abbandonato la logica della democratizzazione e delle condizionali sugli aiuti, privilegiando un approccio più pragmatico, anche in ragione del fatto che il Mediterraneo si configura come uno spazio più instabile e conflittuale di trent’anni fa.
Il Patto per il Mediterraneo è un documento agile e flessibile, che anticipa piani d’azione a geometrie variabili, per superare rigidità dovute all’unanimità e che propone partnership reciprocamente convenienti sull’energia, le infrastrutture e la connettività. La struttura pratica di questa nuova architettura di cooperazione si basa su tre pilastri: le persone come forza di cambiamento, economie più solide, sostenibili e integrate, infine la sicurezza e la gestione delle migrazioni. Sono previste circa 100 iniziative concrete, in ambiti diversi, dall’istruzione, all’addestramento professionale e alle infrastrutture digitali, includendo nuovi percorsi per favorire migrazioni regolari, progetti di cooperazione energetica e progetti per il clima.
La scelta di impostare un impianto più pragmatico e flessibile apre due sfide. La prima riguarda l’attuazione concreta del Patto: occorre capire quali risorse saranno effettivamente mobilitate dall’UE e dagli Stati membri, quali iniziative saranno considerate prioritarie e attraverso quali strumenti questa agenda potrà tradursi in risultati visibili. La seconda sfida riguarda la capacità di coinvolgere i Paesi partner, che oggi dispongono di un ventaglio di opportunità più ampio rispetto al passato e si pongono nei confronti dell’Unione con un atteggiamento più critico, alla luce di una credibilità europea non sempre coerente con i valori che afferma di voler difendere.
Nonostante lo stimolo che ha portato alla stesura del Patto derivi dai recenti cambiamenti nell’area, nel documento è assente un quadro geopolitico di riferimento. La pace e la sicurezza vengono introdotte in termini astratti, mentre la rilevanza geopolitica del Mediterraneo e il ruolo che l’Unione Europea immagina per sé nell’area non vengono menzionati. La relazione tra Europa e Africa risulta un semplice interscambio di risorse, nonostante la necessità di ripensare i termini della relazione, per rispondere a obiettivi strategici di entrambe le parti e superare le disuguaglianze storiche. Non è presente un’analisi dei conflitti in corso, né del ruolo crescente di Russia e Cina nella regione e della guerra ibrida. La mancanza di prospettiva strategica emerge anche dall’aver individuato solo 10 paesi partner, quando le dinamiche regionali sono molto più trasversali. Senza un quadro geopolitico di riferimento per l’implementazione dei progetti difficilmente il Patto potrà essere all’altezza delle sfide che lo attendono. Nonostante la necessità
Da una somma di progetti a una visione strategica
In questa prospettiva, il Piano Mattei è il tentativo dell’Italia di tradurre in azione una visione del Mediterraneo allargato come spazio strategico unitario tra Europa, Africa e Medio Oriente, in cui energia, migrazioni e sicurezza si tengono insieme.
L’Italia è chiamata a favorire un collegamento tra il Piano Mattei al Patto europeo, sia perché i paesi a cui si rivolgono sono simili, sia perché ricalcano tematiche comuni. La stessa commissaria Suica ha dichiarato le due iniziative “condividono lo stesso DNA”. Il Piano Mattei mette a disposizione dell’UE iniziativa politica, capacità di raccordo e pragmatismo politico. L’Unione Europea fatica più degli stati nazionali a trasformare le priorità politiche in azione rapida. L’Italia può svolgere un ruolo importante nel Patto anche perché negli ultimi anni ha rafforzato rapporti concreti con paesi chiave come l’Algeria, in un momento storico in cui altri attori europei, la Francia in primis, stanno avendo difficoltà a causa di un sempre più diffuso sentimento anti-occidentale.
Anche il Piano Mattei potrebbe trarre benefici da un’europeizzazione delle sue modalità, per colmare alcune gravi lacune che lo caratterizzano e ne minano l’efficacia, a partire dalla trasparenza, dalla governance e dal mancato coinvolgimento delle comunità locali africane. Inoltre, la risorse finanziarie rese disponibili, finora, sono in gran parte costituite da prestiti, cioè da debiti che alcuni paesi africani potrebbero avere difficoltà a rimborsare in caso di crisi economiche, politiche o climatiche. L’integrazione con il Patto europeo consentirebbe di accedere a strumenti finanziari più ampi, riducendo in parte la dipendenza dai prestiti. L’ambizione del Piano Mattei – di partnership among equals – rischia di diventare velleitaria o semplicemente uno strumento di marketing politico. Il raccordo con gli strumenti europei permetterebbe di andare a incidere in modo positivo su questi nodi critici.
Rimane però una questione aperta: se il dialogo tra Piano Mattei e il Patto per il Mediterraneo può portare mutui benefici, il rischio che rimangano sommatorie di progetti esisterà finché non indicheranno con chiarezza quale dovrebbe essere il ruolo dell’Italia e dell’Unione Europea nella regione. Se da un punto di vista retorico, il Patto e il Piano Mattei utilizzano parole come “co-ownership” o “responsabilità condivise”, le loro strutture rimangono asimmetriche. L’UE e l’Italia definiscono l’agenda, gli strumenti e controllano le risorse, mentre i Paesi della sponda sud del Mediterraneo vengono consultati, ma all’interno della cornice proposta da Bruxelles e da Roma. Questa dinamica non può che avere delle implicazioni importanti nella percezione che i paesi partner avranno degli attori europei rispetto a quelli dei competitor.Il Mediterraneo è tornato a essere uno dei luoghi in cui si decide una parte rilevante del futuro europeo e per questo il Patto per il Mediterraneo e il Piano Mattei possono rappresentare due strumenti complementari. Il loro rapporto, però, potrebbe non produrre effetti reali se non saranno in grado di affrontare i rispettivi problemi di fondo: il deficit di visione strategica del Patto europeo e i limiti di governance, trasparenza e coinvolgimento che indeboliscono il Piano Mattei. In una regione centrale per gli equilibri globali, moltiplicare le iniziative, senza dare loro un orizzonte strategico e una coerenza con le proprie ambizioni rischia di condannare all’irrilevanza.

