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30/04/2026
Medio Oriente e Nord Africa

Emirati Arabi Uniti e l’uscita dall’OPEC: alcuni elementi

di Lorenzo Zacchi

L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC e da OPEC+, annunciata il 28 aprile 2026 con efficacia dal 1° maggio, rappresenta, negli ultimi anni, uno dei passaggi più rilevanti nella geopolitica dei Paesi del Golfo. Abu Dhabi ha presentato la decisione come il risultato di una revisione della propria politica produttiva, rivendicando la necessità di rispondere con maggiore flessibilità alla domanda globale di energia.

Il primo elemento da osservare riguarda la dimensione interna, con la distanza crescente tra la capacità produttiva del Paese e i vincoli imposti dall’organizzazione multilaterale. Tramite la Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC), negli ultimi anni gli Emirati hanno investito molto per aumentare la produzione potenziale, con l’obiettivo di arrivare a circa 5 milioni di barili al giorno entro il 2027. La permanenza dentro OPEC+ comportava però limiti sempre più difficili da sostenere, perché una parte significativa della capacità disponibile restava inutilizzata. Alcune stime recenti indicano una capacità emiratina intorno ai 4,8 milioni di barili al giorno a fronte di una produzione effettiva più vicina ai 3,4 milioni, proprio per effetto dei vincoli del coordinamento tra i Paesi dell’organizzazione. 

La scelta va quindi letta anzitutto come una decisione di monetizzazione. In una fase in cui la transizione energetica rende più incerto il valore futuro degli idrocarburi, Abu Dhabi sembra voler accelerare la trasformazione delle risorse petrolifere in capitale finanziario, industriale e tecnologico. Il vecchio equilibrio tra difesa del prezzo e contenimento dell’offerta appare meno conveniente per un Paese che dispone di nuova capacità produttiva, barili competitivi e un’economia già più diversificata rispetto ad altri produttori dell’area. Una vecchia analisi redatta da The Baker Institute for Public Policy aveva individuato con anticipo questo punto: per gli Emirati, l’uscita dall’organizzazione avrebbe comportato maggiore libertà produttiva, possibili entrate aggiuntive e una migliore capacità di manovra diplomatica, pur al prezzo di una tensione più alta con l’Arabia Saudita. Secondo alcune stime l’uscita dall’OPEC potrebbe tradursi in un aumento delle entrate compreso tra 50 e 70 miliardi di dollari all’anno. 

Il secondo elemento riguarda la dimensione regionale, e il rapporto con Riad. L’OPEC resta formalmente un’organizzazione multilaterale, ma la sua direzione politica continua a ruotare attorno al peso saudita, rafforzato dal coordinamento con la Russia dentro OPEC+. Restare all’interno di un meccanismo in cui la strategia produttiva è condizionata dall’asse saudita-russo significa accettare una subordinazione crescente rispetto a interessi non sempre coincidenti con quelli emiratini. La frizione emerse già nel luglio 2021, quando gli Emirati contestarono le baseline produttive, chiesero che fosse riconosciuta la nuova capacità costruita attraverso gli investimenti di ADNOC, e di conseguenza bloccarono l’estensione dei tagli. Quell’episodio non è stato un incidente isolato, ma il primo segnale visibile di una divergenza che iniziava a farsi strutturale. 

La competizione tra Arabia Saudita ed Emirati non si esaurisce nel petrolio. Riguarda il ruolo di hub economico, la capacità di attrarre capitali, la logistica, gli investimenti sull’intelligenza artificiale, le infrastrutture e la proiezione nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa. In questo quadro si inserisce anche quanto accaduto nello Yemen tra il dicembre del 2025 e il gennaio del 2026. Il Consiglio di Transizione del Sud (STC), sostenuto dagli Emirati, ha esteso il proprio controllo su aree strategiche come Hadramout e Al-Mahra, ricche di risorse e decisive per gli equilibri del sud del Paese. La controffensiva del Presidential Leadership Council (PLC), sostenuto da Riad, ha ribaltato il quadro della situazione nel giro di poche settimane, portando all’espulsione dei ministri STC dal PLC, alla dissoluzione formale della struttura separatista e al ritiro delle residue forze emiratine dallo Yemen. 

Questo passaggio merita attenzione perché rappresenta la prima frattura visibile tra Arabia Saudita ed Emirati sulla questione yemenita, dopo dieci anni di guerra civile. Riad ha definito le operazioni dello STC nei pressi del proprio confine meridionale una minaccia alla sicurezza nazionale, chiedendo ad Abu Dhabi di ritirare le proprie forze e interrompere il sostegno militare ai separatisti. Tale episodio non è perfettamente ascrivibile al contesto della decisione di uscire dall’OPEC, ma le tempistiche sono significative: nel giro di pochi mesi, due dossier diversi come Yemen e energia hanno mostrato la stessa tendenza, cioè il ridimensionamento della vecchia convergenza strategica tra Riad e Abu Dhabi.

Il terzo elemento riguarda il rapporto del Paese con gli Stati Uniti. Nel 2025 Stati Uniti ed Emirati hanno rafforzato la cooperazione su intelligenza artificiale, data center, semiconduttori e infrastrutture digitali, dentro un quadro più ampio di partenariato strategico e investimenti emiratini negli USA. 
In questo contesto, l’appartenenza a OPEC+ comportava un costo diplomatico crescente, soprattutto perché l’allargamento del 2016 ha dato alla Russia un ruolo stabile nella gestione del mercato petrolifero. Per Abu Dhabi, restare vincolata a un meccanismo percepito a Washington come ostile agli interessi dei consumatori e funzionale alla difesa dei prezzi diventava sempre meno coerente con la propria traiettoria strategica. Nel 2022, quando i prezzi schizzarono per la guerra in Ucraina, lo stesso ambasciatore emiratino a Washington aveva dichiarato di essere favorevole a più offerta e a incoraggiare OPEC ad aumentare la produzione.           

In conclusione, l’uscita degli Emirati riduce il peso politico dell’organizzazione: OPEC perde uno dei produttori più solidi, uno dei pochi con capacità inutilizzata rilevante, e un Paese che negli ultimi anni ha accresciuto la propria influenza aldilà della dimensione energetica. La volontà degli Emirati è quella di accrescere la rendita garantita dall’esportazione di petrolio, continuare il processo di finanziamento dei piani di diversificazione economia, rafforzare il rapporto con Washington e conquistare margini di autonomia diplomatica rispetto alla leadership saudita. L’uscita da OPEC e OPEC+ racconta dunque tre dinamiche intrecciate. Sul piano energetico, la volontà di produrre di più e valorizzare investimenti già realizzati. Sul piano regionale, la competizione sempre meno latente con l’Arabia Saudita, emersa nel petrolio e resa visibile anche dalla crisi yemenita. Sul piano internazionale, il tentativo degli Emirati di presentarsi come potenza autonoma, affidabile per i mercati e integrata nei circuiti strategici occidentali. È un passaggio che indebolisce l’OPEC, ma soprattutto conferma la trasformazione del Golfo: da spazio apparentemente compatto attorno alla leadership saudita a sistema competitivo, nel quale i Paesi continuano a cooperare, ma reclamano posizioni nella gerarchia di potere regionale.

Nel breve periodo, secondo le prime analisi disponibili, l’impatto sarà limitato per cause contingenti. Il mercato globale dell’energia resta condizionato dalla guerra regionale e dalla crisi dello stretto di Hormuz. Nel medio periodo, invece, l’impatto dell’uscita è potenzialmente elevato. Gli Emirati erano uno dei due membri OPEC (insieme all’Arabia Saudita) con maggiore capacità di riserva (“spare capacity”), indebolendo, quindi, l’organizzazione a fronte di future situazioni di crisi. Inoltre gli Emirati, grazie all’oleodotto Habshan-Fujairah (capacità di oltre 1,7 milioni di barili al giorno), dispongono di uno strategico sbocco sul Golfo dell’Oman, che consente di evitare del tutto il passaggio nello stretto di Hormuz. 

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