Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
08/05/2026
Italia ed Europa

Italia, Medio Oriente e minaccia terroristica: intervista al Prefetto Marcello Cardona

di Davide Pampolini

La guerra in Iran e l’instabilità in Medio Oriente pongono interrogativi concreti sulla sicurezza dell'Italia e sull'eventuale minaccia terroristica per il nostro Paese. Per rispondere, abbiamo interpellato il Prefetto Marcello Cardona, che ha oltre quarant'anni di esperienza nel campo dell’ordine e della sicurezza pubblica maturata nelle principali città italiane.

Prefetto, partendo dal quadro generale, la guerra in Iran e l’instabilità nel Medio Oriente possono rappresentare una minaccia terroristica concreta per l’Italia?

«L’attenzione è massima, e quindi la risposta è sì, sicuramente. La sicurezza si costruisce nel tempo, con informazioni e coscienza: non dobbiamo occuparcene soltanto nell’immediatezza, ma realizzarla prima, conoscendo i motivi, i luoghi, i soggetti. 

In linea di massima, non essendoci sul campo bellico una presenza attiva da parte del nostro Paese, non dovrebbero verificarsi azioni organizzate da parte di gruppi terroristici che abbiano un senso strategico. Tuttavia, queste sono sempre valutazioni di carattere generale: sappiamo quello che ci viene detto attraverso i mass media, tante cose non si sanno, e tante altre bisogna comprenderle indirettamente. Lo scenario che si sta delineando è un’azione in cui gli Stati Uniti sono l’attore principale, mentre non si riscontra una vera e propria partecipazione diretta dell’Europa.»

Qual è, al momento, il rischio più concreto per il nostro Paese?

«Il campo più delicato, e direi anche più pericoloso, è quello dei cosiddetti “lupi solitari”: coloro che vivono fuori dai paesi interessati e che per fanatismo religioso o politico, o anche per ragioni economiche, potrebbero compiere azioni simboliche. 

C’è poi un’altra questione estremamente importante: gli Stati Uniti sono il principale Paese in guerra, e hanno nel mondo tantissimi siti sparsi in numerosi Paesi, come nel nostro. A Roma, Milano e altre città sono presenti numerose strutture riconducibili agli Stati Uniti o ad altri Paesi coinvolti nel conflitto. Questi rappresentano senza dubbio un obiettivo che potrebbe rientrare nelle azioni strategiche di organizzazioni terroristiche. 

La minaccia terroristica certamente esiste, e si previene raccogliendo informazioni acquisite da quei circuiti internazionali ed europei riservati, valutate dai nostri servizi di sicurezza e dalle forze dell’ordine che fanno capo al Ministero dell’Interno.»

Come ci si difende dai lupi solitari?

«Dobbiamo sempre avere chiara l’idea che le azioni terroristiche dei lupi solitari – ovvero quelle non orchestrate da un centro organizzativo più ampio – sono per definizione imprevedibili e complesse. Quando ci si trova ad avere a che fare con persone sconsiderate e fanatiche, è chiaro che la loro logica va al di là di ogni intelletto.

Specialmente in questo periodo di grande confusione internazionale, alcuni gruppi potrebbero concepire l’idea di organizzare azioni terroristiche, e le attività preventive e di raccolta di informazioni sono, in questo momento storico, alla base di una preservazione della sicurezza. Il nostro Paese ha strutture organizzative, dalle forze dell’ordine ai servizi di intelligence, tra le più qualificate a livello internazionale. Questo è probabilmente l’aspetto più rassicurante.» 

A cosa è dovuto, storicamente, il cosiddetto “eccezionalismo italiano” nella prevenzione del terrorismo?

«Innanzitutto, a una grande predisposizione maturata attraverso momenti storici estremamente difficili. Penso al periodo delle Brigate Rosse, quando il Paese non era preparato a quei conflitti interni così cruenti. Lì ha avuto inizio un’organizzazione istituzionale operativa e di intelligence estremamente importante sotto il profilo preventivo. 

Ricordo anche il periodo della criminalità organizzata, dell’egemonia della mafia negli anni Settanta e Ottanta. Fu allora che la competenza e l’abnegazione di magistrati, funzionari e ufficiali dediti alle attività investigative produssero quella pratica della confessione e del pentimento che portò quasi a smantellare quel tipo di egemonia.»

L’evoluzione tecnologica ha alterato questa sfida? 

«Come in tutti i campi, anche in quello terroristico c’è sempre un’evoluzione tecnologica, come l’uso dell’intelligenza artificiale, che impone di essere costantemente al passo con i tempi. Il potere esecutivo deve essere estremamente attento nell’individuare risorse non solo economiche, ma anche umane capaci di comprendere e anticipare queste evoluzioni, al fine di poter contrastare in modo efficace l’utilizzo di nuovi strumenti tecnologici. 

Le attività di sicurezza devono pertanto essere svolte prevalentemente in modo preventivo. L’esperienza dell’emergenza COVID insegna che, nonostante ospedali e medici eccellenti, la mancanza di una visione sanitaria preventiva ha comportato il noto disastro sociale. In quel caso, la prevenzione significava disporre già di percorsi alternativi utili per affrontare l’emergenza. 

Lo stesso vale per il terrorismo: la prevenzione deve essere la base per il reale contrasto alle attività illecite. 

Quali sono gli strumenti che l’Italia ha già a disposizione per fronteggiare le minacce terroristiche?

«Ci sono organismi che esistono, dove si producono analisi e si sviluppano input fondamentali. Questi devono essere costantemente aggiornati poiché risultano fondamentali per lo scambio informativo a livello nazionale e internazionale.

Non dimentichiamoci poi delle nostre ambasciate, presenti pressoché in ogni Paese che, oltre ad avere un ruolo diplomatico e amministrativo, devono essere sempre più avamposti operativi per acquisire visioni utili per l’approfondimento dell’aspetto geopolitico, economico e securitario. 

In relazione agli strumenti operativi, per esempio, va rilevato l’utile sistema informatico integrato con le realtà alberghiere del territorio, che segnala automaticamente, al momento della registrazione del soggetto, provvedimenti amministrativi e giudiziari facendo scattare l’alert alle centrali operative delle forze dell’ordine. Tale strumento è risultato utile per l’individuazione di soggetti pericolosi. 

Esistono inoltre studi avanzati sul riconoscimento facciale applicabili alla prevenzione: avremo presto sale operative in grado di controllare le arterie cittadine e di individuare soggetti sospetti anche in aree affollate.» 

Riguardo alle espulsioni amministrative, strumento tanto efficace quanto discusso?

Il mio auspicio è trovare un accordo con i paesi di provenienza. Gli accordi devono avere sempre principi legati al rispetto dell’essere umano, in quest’ottica le sinergie con i consolati sono fondamentali.

Noi dobbiamo proteggere tutti gli stranieri che nel nostro Paese lavorano in modo onesto, producendo reddito. Ovviamente, chi commette reati risponderà di conseguenza secondo le norme previste. Il dialogo internazionale rimane fondamentale anche sul piano della sicurezza.» 

Dove si annidano invece le vulnerabilità strutturali del sistema italiano di prevenzione?

«Dobbiamo avere più fiducia nella futura classe lavorativa. Il giovane di oggi è più strutturato rispetto a trent’anni fa. Il contrasto alle minacce, che sono variegate e in evoluzione, deve trovare strutture pronte e adeguate, e certamente i giovani possono contribuire al meglio per la difesa del nostro Paese. 

Io ho avuto la fortuna di entrare molto giovane nell’ambito della sicurezza, costruendo nel tempo un bagaglio di esperienze ampio e specializzato al fine di poter operare nei diversi campi, dal terrorismo alla polizia giudiziaria. Il vero investimento sulla sicurezza è rendere i giovani partecipi di questa missione, difendere il proprio Paese e renderlo sicuro significa avere più pace e una vita sociale serena.

In questo contesto, la gestione dell’immigrazione è un elemento fondamentale anche per la sicurezza. Fare accoglienza non significa rilasciare soltanto un permesso di soggiorno. Deve essere rilevante interagire materialmente tra persone, al fine di spiegare chi siamo e “conoscere” chi arriva. L’immigrazione deve essere seguita in tutte le sue forme.» 

Spesso, di fronte a episodi di allarme sicurezza, la risposta politica è l’aumento del numero delle forze dell’ordine o il dispiegamento dei militari sul territorio. È davvero questa la soluzione?

«L’aumento e l’adeguamento delle forze dell’ordine è necessario, ma ancora di più lo è il coordinamento, anche mettendo in relazione tutte le polizie private che sono utili in quanto spesso presenti sul territorio con le loro attività di controllo. 

A Milano, da autorità di pubblica sicurezza, nell’acquisizione di informazioni mi sono avvalso anche di associazioni del terzo settore e volontari, i quali fornivano segnalazioni rilevanti sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica. 

Gli Autori