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23/06/2026
Difesa, Europa, NATO

L’Arsenale Svuotato: la crisi delle munizioni tra USA ed Europa

di Davide Bruseghin

La guerra con l'Iran ha consumato in poche settimane scorte che richiedono anni per essere ricostituire; la NATO produce oggi tre o quattro volte meno munizioni della Russia; e l'industria della difesa di Washington e Bruxelles si ritrova strutturalmente impreparata a sostenere conflitti prolungati. La crisi non è tattica, è industriale — e le sue radici affondano nei decenni di pace che hanno eroso la capacità manifatturiera dell'Occidente.

Il contesto: quando le scorte finiscono in guerra

Il primo bilancio delle munizioni stilato dopo il cessate il fuoco con l’Iran racconta una storia che i pianificatori militari americani temevano da anni: un conflitto di media intensità, durato poche settimane, ha consumato quantità di missili da crociera, intercettori e munizioni a guida di precisione che richiederebbero un decennio per essere ricostituiti agli attuali ritmi produttivi. Durante l’Operazione Epic Fury gli Stati Uniti hanno impiegato oltre 850 Tomahawk; con una produzione attuale di 85 unità l’anno, le scorte non torneranno ai livelli pre-conflitto prima del 2035 secondo alcune proiezioni. Non è una crisi nata con la guerra: è la manifestazione di una vulnerabilità strutturale che la guerra in Ucraina aveva già portato in superficie. Il National Security Journal descrive con chiarezza la situazione corrente: la crisi delle munizioni americana è reale, e nonostante ci siano numerosi sforzi per ricreare la capacità industriale perduta, l’attuale empasse non è risolvibile con semplici aggiustamenti incrementali.

Sullo sfondo, il confronto industriale con la Russia è impietoso. Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha dichiarato pubblicamente che Mosca produce ogni anno una quantità di munizioni quattro volte superiore a quella dell’intera Alleanza Atlantica. Alcune stime fissano il target NATO per il 2026 a circa 260.000 proiettili di artiglieria al mese, una cifra che pur riducendo il gap con la produzione russa, dall’altro è ritenuta insufficiente per una deterrenza credibile in caso di conflitto prolungato. È su questo sfondo che i governi occidentali si trovano a ridisegnare con urgenza le proprie politiche industriali della difesa, nella consapevolezza, ormai difficile da ignorare, che la guerra moderna è, prima di tutto, una guerra industriale.

Gli Stati Uniti: trent’anni di erosione industriale e la corsa al recupero

La fotografia della base industriale difensiva americana emerge con nitidezza da diverse analisi e wargames effettuati: in uno scenario di conflitto nello Stretto di Taiwan, gli Stati Uniti esaurirebbero alcune categorie di munizioni a guida di precisione a lungo raggio in meno di una settimana. Eppure questo non è il prodotto di una scelta improvvida: è l’esito prevedibile di tre decenni di consolidamento industriale, tagli ai bilanci della difesa nel periodo post-Guerra Fredda, e di un modello di approvvigionamento costruito attorno alla logica del “just-in-time” piuttosto che sulla gestione di scorte strategiche. Come ha ricordato il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan, quando Biden ordinò di moltiplicare esponenzialmente la produzione di proiettili da 155 millimetri per sostenere l’Ucraina, gli USA producevano appena 14.000 unità al mese — con una capacità di aumento immediato limitata a 400 unità. La “capacità industriale semplicemente non c’era”. Alla fine dell’amministrazione Biden la produzione aveva raggiunto 55.000 proiettili al mese, con obiettivi di raddoppio ulteriore — un’accelerazione imponente, ma ottenuta partendo da un punto di partenza tragicamente basso.

Sul piano della politica strutturale, la risposta istituzionale più significativa è la National Defense Industrial Strategy (NDIS), il primo documento strategico pubblicato dal Pentagono dedicato esclusivamente alla base industriale della difesa. L’obiettivo dichiarato è catalizzare un cambiamento generazionale, non incrementale, nell’ecosistema industriale americano: produrre sistemi d’arma a velocità e su scala. Il documento riconosce con insolita franchezza che gli USA sono diventati un “cliente poco attraente” per l’industria, a causa di acquisti a basso volume, specifiche eccessivamente personalizzate e processi di acquisizione lenti. Il Congressional Research Service ha inquadrato la NDIS nel contesto di una base industriale sotto pressione su tre fronti simultanei: l’equipaggiamento delle forze armate statunitensi, il sostegno a partner in conflitto attivo come Ucraina e Israele, e la deterrenza verso la Cina in uno scenario Taiwan. Ma la NDIS ha incontrato subito un ostacolo strutturale: senza stanziamenti adeguati, resta un documento di intenti. Esemplare in questo senso il budget FY2025, dove si è riscontrato addirittura il taglio dell’acquisto di alcune munizioni a guida di precisione, inviando un segnale contraddittorio all’industria proprio mentre la NDIS chiedeva accelerazione.

La National Defense Strategy 2026 dell’amministrazione Trump ha introdotto un ulteriore elemento di discontinuità: la difesa dell’Europa viene esplicitamente delegata agli europei, con gli USA in funzione di supporto, mentre la priorità strategica si sposta verso l’emisfero occidentale e il contrasto alla Cina nel Pacifico. Questa riorientazione non è priva di implicazioni industriali dirette: la competizione per i sistemi d’arma americani tra il teatro europeo e quello indo-pacifico si è già manifestata concretamente. Il Pentagono sta valutando se ridirigere verso l’inventario statunitense intercettori già acquistati dagli europei tramite il PURL (Prioritized Ukraine Requirements List) ovvero, in pratica, espropriare retroattivamente ordini già finanziati dai partner NATO. Le vulnerabilità nelle supply chain industriali aggiungono un ulteriore livello di rischio: la produzione di motori a razzo solido, assemblati di processori e cuscinetti a sfera  è fortemente concentrata, con una dipendenza dalla Cina per alcune batterie avanzate e materie prime critiche che contraddice direttamente gli obiettivi della NDIS stessa.

L’Europa: il riarmo annunciato e i colli di bottiglia 

Il panorama europeo combina ambizioni politiche di scala senza precedenti con vincoli industriali altrettanto profondi. Dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, le capitali europee hanno approvato piani di riarmo per centinaia di miliardi di euro; eppure è ben documentato che le scorte di equipaggiamenti dei paesi NATO europei restano ancora al di sotto dei livelli del 2021, al netto delle donazioni all’Ucraina e del ritiro dei sistemi obsoleti, con le consegne dei nuovi ordini attese ad accelerare solo nel biennio 2026-2027. Il dato strutturale più rilevante è la frammentazione: l’Europa opera 12 diversi carri armati principali, mentre gli USA ne hanno uno; il livello di frammentazione delle piattaforme operative è quattro volte superiore a quello americano. Ad esempio, la Germania, il paese che più di ogni altro sta guidando la transizione, ha ordinato dal 2022 appena 123 carri armati Leopard 2A8, da consegnare entro il 2030.

La risposta istituzionale europea si è articolata su più livelli. La European Defence Industrial Strategy (EDIS) presentata dalla Commissione nel 2024 e il successivo European Defence Industry Programme (EDIP) del 2026 fissano obiettivi ambiziosi: il 50% degli acquisti di difesa realizzato all’interno della base industriale tecnologica europea (EDTIB) entro il 2030, con il 35% del commercio intra-UE. Il piano ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030 dopo le obiezioni di Italia e Spagna alla connotazione militarista del nome originale, punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro attraverso una combinazione di flessibilità di bilancio nazionale e lo strumento SAFE (Security Action for Europe), un meccanismo di prestiti agevolati da 150 miliardi per gli acquisti congiunti. Nonostante i vari meccanismi messi in atto stimato che solo nel 2026 l’Europa riuscirà a produrre abbastanza munizioni per sostenere adeguatamente l’Ucraina, con una capacità produttiva che resta abbondantemente al di sotto delle promesse iniziali del milione di proiettili entro marzo 2024.

I problemi della supply-chain sono concreti e difficilmente comprimibili nei tempi che la politica vorrebbe. Nei fatti, nelle tempistiche dell’UE, “immediato” significa consegne a partire dal 2028 e linee produttive certificate non prima del 2033. Il programma di lavoro EDIP 2026-2027 stanzia oltre 700 milioni per il rafforzamento industriale diretto, tooling, impianti di riempimento, riconversione dell’industria civile pesante, ma il rischio di restare con 27 silos nazionali che fingono di essere un mercato unico rimane concreto. Un vincolo fisico spesso trascurato riguarda gli esplosivi: l’Europa dipende in larga misura da un unico grande produttore di TNT, in Polonia. MBDA e Rheinmetall, i due principali giganti dell’industria europea della difesa, hanno già segnalato il rischio di carenze di munizioni imminenti. Sul fronte dell’interoperabilità la guerra in Ucraina ha portato in superficie un problema cronico della NATO: nonostante la standardizzazione dei pezzi nel calibro comune di 155 mm gli alleati usano standard diversi per le varie componenti del munizionamento, in particolar modo per le cariche di lancio e le spolette, rendendo la condivisione delle scorte in emergenza operativamente problematica.

Un elemento di rischio aggiuntivo viene dalla traiettoria degli acquisti: tra il 2022 e il 2024, il 51% della spesa europea per equipaggiamenti NATO è andata a fornitori statunitensi, rispetto al 28% nel triennio precedente. Solo nel 2024 le notifiche di Foreign Military Sales USA verso clienti europei hanno raggiunto 76 miliardi di dollari, quattro volte la media storica dal 2008. Questa dipendenza, già problematica in tempi ordinari, è diventata insostenibile nel momento in cui Washington non può più garantire forniture affidabili perché le proprie scorte sono anch’esse sotto pressione. Come avvertono diversi analisti, il 78% della spesa europea per approvvigionamenti tra il 2022 e il 2023 è stato destinato a prodotti non europei, una cifra che rende evidente perché l’autonomia strategica industriale resti ancora lontana dalla realtà operativa.

Possibili soluzioni: produzione, cooperazione e nuovi modelli industriali

La diagnosi è chiara; le terapie restano oggetto di un dibattito acceso tra chi privilegia la velocità di riarmo e chi sottolinea i rischi di un riarmo mal governato. Il quadro delle possibili soluzioni si articola su tre livelli distinti: industriale, istituzionale e cooperativo.

Sul piano industriale, la priorità è estendere i contratti pluriennali e garantire un segnale di domanda stabile all’industria. Un esempio è dato dal NDAA 2023, che ha autorizzato acquisizioni pluriennali per alcune categorie di munizioni proprio per fornire all’industria la certezza necessaria a investire nell’espansione della capacità produttiva. Ma la coerenza tra autorizzazioni legislative e dotazioni effettive nei budget annuali rimane un problema irrisolto: un’autorizzazione pluriennale non vale nulla se i fondi non arrivano con continuità. Sul fronte europeo esistono anche risposte controintuitive: il riarmo rapido senza competizione reale nel mercato europeo della difesa produrrà consegne lente e prezzi gonfiati per i contribuenti. Aggirare le procedure di appalto può accelerare i contratti, ma non accelera le fabbriche e rischia di trasferire enormi rendite ai pochi operatori già presenti, scoraggiando l’ingresso di nuovi attori industriali.

Sul piano istituzionale europeo, il rapporto del Center for European Policy Analysis, direttamente informato dalle lezioni della guerra Iran, sostiene la necessità di costruire sistematicamente una base industriale alleata europea, capace di produrre in autonomia le categorie di sistemi oggi dipendenti dagli USA: intercettori per la difesa aerea, missili a guida di precisione e razzi d’artiglieria. Senza questa capacità propria, i 800 miliardi di ReArm Europe rischiano semplicemente di approfondire la dipendenza da Washington proprio nel momento in cui gli USA spostano il baricentro strategico verso il Pacifico. Un esempio concreto della direzione giusta è l’IPCEI sulle tecnologie nucleari innovative previsto nella Strategia SMR europea: un modello di grande progetto industriale condiviso che potrebbe essere replicato per le munizioni avanzate, concentrando capacità produttiva, certificazione e catene di fornitura intorno a pochi poli manifatturieri europei ad alta efficienza invece di frammentare gli investimenti in 27 programmi nazionali paralleli.

Sul piano della cooperazione transatlantica e tra alleati, la strada più promettente nel breve periodo è quella dei framework agreements, accordi pluriennali che fissano capacità produttive garantite, permettendo all’industria di investire in espansione senza dipendere dalla volatilità degli ordini annuali. Parallelamente, il RUSI raccomanda agli europei di prioritizzare lo sviluppo di una munizione europea scalabile compatibile con i lanciatori HIMARS/M270, riducendo la dipendenza dagli USA su un sistema che si è rivelato centrale nei conflitti recenti e di investire in scorte multinazionali coordinate a livello NATO, affrontando il nodo della standardizzazione. Sul fronte della produzione di sistemi di difesa aerea, si nota che la produzione europea di intercettori per IRIS-T SLM e NASAMS è in crescita robusta, con un gap rispetto ai missili russi atteso restringersi significativamente nei prossimi anni, un raro segnale positivo in un quadro altrimenti preoccupante.

Le soluzioni tecnologiche di breve periodo meritano un cenno: droni a basso costo, munizioni loitering e sistemi d’arma uncrewed possono integrare, non sostituire, le scorte di missili da crociera e intercettori ad alta precisione, abbassando il costo per effetto e allungando la profondità strategica degli inventari. In questo senso è vitale sviluppare una cooperazione profonda tra l’integrazione dell’innovazione bellica ucraina, sistemi testati in combattimento reale, con la capacità manifatturiera europea. Questa accoppiata tra ingegno e scala rappresenta una delle opportunità più concrete per accelerare la transizione verso un arsenale più sostenibile. Il programma di lavoro EDIP 2026-2027 ha già stanziato 296 milioni per uno strumento di supporto diretto all’Ucraina, inclusa la produzione di droni e un contributo diretto al fondo Brave1, un segnale che la logica dell’integrazione industriale tra Europa e Ucraina sta trovando, lentamente, spazio istituzionale.

Il quadro complessivo è quello di una crisi importante ma non irrisolvibile, che richiede simultaneamente volontà politica sostenuta, coerenza tra annunci e stanziamenti effettivi, e la capacità di pensare in termini industriali di lungo periodo in un momento in cui la pressione immediata spinge verso soluzioni di corto respiro. Il ritmo della storia, come spesso accade nelle questioni di sicurezza, non aspetta il completamento dei cicli di bilancio.