La dottrina militare della Federazione Russa ha integrato in modo sistematico, fin dagli aggiornamenti del 2014, l’uso ostile e strumentale del diritto tra gli strumenti non cinetici della propria proiezione geopolitica. Questo fenomeno, noto in letteratura come lawfare, consente al Cremlino di legittimare pretese territoriali, indebolire l’architettura di sicurezza europea e consolidare conquiste sul terreno restando al di sotto della soglia che attiverebbe una risposta collettiva ai sensi dell’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico. A differenza della dottrina cinese delle Tre Guerre, orientata a paralizzare i processi decisionali dell’avversario, il lawfare russo agisce come forza abilitante dell’azione militare, sia ex ante per prepararne il terreno, sia ex post per consolidarne i risultati.
L’analisi delle vicende giudiziarie, marittime e demografiche degli ultimi due anni suggerisce tuttavia che la componente propriamente giuridica di questa strategia non sia autosufficiente. Anche quando i tribunali internazionali producono verdetti misti o sfavorevoli a Mosca, l’apparato statale russo ne ricava comunque un beneficio politico attraverso una parallela e sincronizzata operazione di comunicazione strategica, capace di trasformare sconfitte parziali in narrazioni di vittoria destinate tanto al pubblico interno quanto alle opinioni pubbliche occidentali. È questa sincronizzazione, più del singolo dispositivo giuridico, a costituire l’elemento più innovativo e meno studiato della guerra ibrida russa.
Dal disimpegno all’offensiva: la controffensiva procedurale nei tribunali internazionali
Fino al 2023 la Russia ha adottato, dinanzi ai principali fori internazionali aditi dall’Ucraina, una linea di parziale non comparizione. Dal 2024 questa postura è mutata radicalmente. Nel procedimento avviato da Kyiv nel febbraio 2022 dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia per contestare il pretesto del genocidio nel Donbas, la Corte ha stabilito nel febbraio 2024 di non avere giurisdizione sull’uso della forza armata, ma il 5 dicembre 2025 ha dichiarato ammissibili le controrivendicazioni russe, costringendo l’Ucraina a difendersi da accuse speculari di genocidio in piena guerra attiva.
Una dinamica ancora più marcata emerge dall’arbitrato UNCLOS avviato dall’Ucraina nel 2019 per il sequestro di tre navi e ventiquattro marinai nello Stretto di Kerch. Dopo aver ottenuto nel 2023 e nel 2024 la ricusazione di due arbitri giudicati non imparziali, la Russia ha compiuto un passo ulteriore: nell’agosto 2025 si è ritirata formalmente dall’intero procedimento, contestando la legittimità della composizione del collegio. Il tribunale prosegue comunque il giudizio senza la partecipazione russa, ma l’episodio dimostra che l’obiettivo di Mosca non è vincere la causa, bensì erodere la credibilità dell’istituzione fino a renderne irrilevante l’esito.
Lo stesso schema si ripete sul piano dell’aviazione civile e della giustizia penale internazionale. Dopo che il Consiglio dell’ICAO ha accertato nel 2025 la responsabilità russa per l’abbattimento del volo MH17, Mosca ha presentato il 18 settembre 2025 un ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia incentrato esclusivamente su presunti vizi procedurali, evitando qualunque discussione di merito. Pochi mesi dopo, il 12 dicembre 2025, un tribunale di Mosca ha condannato in absentia il Procuratore della Corte Penale Internazionale e otto giudici a pene fino a quindici anni, in aperta ritorsione per i mandati d’arresto emessi nel 2023 contro Vladimir Putin.
Il mare conteso: sovranità di fatto e ambiguità del diritto marittimo
Nell’Artico la Russia utilizza il lawfare per consolidare il controllo commerciale e militare della Rotta di Nord Est, tracciando linee di base diritte non conformi agli standard fissati dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1951 e strumentalizzando l’Articolo 234 dell’UNCLOS, pensato per la tutela ambientale nelle acque coperte di ghiaccio, per imporre un regime autorizzativo discriminatorio a danno delle navi straniere, comprese quelle da guerra.
Nel Mar Nero la posta in gioco riguarda invece lo status del Mar d’Azov e dello Stretto di Kerch, definiti acque interne condivise da un trattato bilaterale del 2003. Su questa base Mosca ha negato per anni la natura di stretto internazionale dello Stretto di Kerch, giustificando ispezioni prolungate e chiusure unilaterali che hanno strangolato economicamente i porti ucraini di Mariupol e Berdyansk ben prima dell’invasione del 2022.
Il 22 aprile 2026 il tribunale arbitrale costituito presso la Corte Permanente di Arbitrato ha emesso il proprio lodo su questa controversia decennale, avviata da Kyiv nel 2016. L’esito è misto: la Russia è stata censurata per non aver condotto le valutazioni di impatto ambientale richieste dall’UNCLOS in relazione alla costruzione del ponte di Kerch, ma la maggior parte delle pretese ucraine sulla libertà di navigazione è stata respinta per ragioni procedurali, senza alcun risarcimento.
È proprio questa ambiguità a rendere il caso emblematico della strategia qui descritta. Il ministero degli Esteri russo ha rivendicato pubblicamente una “vittoria all’Aia” che consoliderebbe la sovranità russa sulle acque intorno alla Crimea, ripresa dai media statali come dimostrazione della fondatezza delle proprie pretese storiche. Fonti ucraine hanno rivendicato l’esito in senso opposto, e osservatori indipendenti hanno rilevato che entrambe le parti si sono dichiarate vincitrici dello stesso lodo, a conferma che la battaglia comunicativa attorno alla sentenza ha finito per contare più della sentenza stessa.
La cittadinanza come dispositivo di controllo demografico
La passportizzazione, ossia la distribuzione sistematica e accelerata di passaporti russi alle popolazioni dei territori contesi, discende dalla dottrina Primakov formulata a metà degli anni Novanta a tutela della diaspora russa nel cosiddetto vicino estero. Da meccanismo di soft power essa si è trasformata, dopo il 2014, in un dispositivo coercitivo: nei territori occupati dell’Ucraina orientale l’acquisizione della cittadinanza russa è divenuta obbligatoria, e nel marzo 2025 il ministero dell’Interno russo ha dichiarato che oltre 3,5 milioni di residenti di Donetsk, Luhansk e delle altre regioni occupate avevano ricevuto il passaporto russo.
Chi rifiuta i documenti russi viene sistematicamente escluso dall’assistenza sanitaria, dal pagamento delle pensioni e, in casi come quello dei soccorsi seguiti alla distruzione della diga di Kakhovka nel 2023, persino dall’accesso all’evacuazione umanitaria. Una volta registrati, i residenti maschi vengono iscritti d’ufficio nelle liste di leva russa. La Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito nel giugno 2024, nel caso interstatale Ucraina contro Russia relativo alla Crimea, che questa imposizione sistematica viola l’Articolo 8 della Convenzione europea, relativo al rispetto della vita privata e dell’identità personale.
Anche in questo ambito la coerenza giuridica occidentale non è priva di zone grigie, ed è bene segnalarlo per onestà scientifica. La stessa Ucraina, nell’aderire allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale il primo gennaio 2025, ha invocato l’Articolo 124 per escludere per sette anni la giurisdizione della Corte sui crimini di guerra commessi da propri cittadini, unico caso al mondo di applicazione così mirata della clausola. Una scelta comprensibile sul piano politico interno, ma che espone Kyiv al rischio di accuse di incoerenza e indebolisce, per riflesso, la legittimità universale dello strumento penale internazionale che le stesse democrazie occidentali intendono valorizzare contro Mosca.
La sincronizzazione con la guerra dell’informazione: implicazioni per l’Italia e l’Alleanza Atlantica
Il livello giuridico del lawfare russo non opera isolatamente, ma in stretta sincronia con l’attivazione di proxy civili e con operazioni di influenza calibrate sulle opinioni pubbliche occidentali. L’8 ottobre 2024 il direttore generale dell’MI5, Ken McCallum, ha ammonito pubblicamente gli alleati circa una missione strutturata dell’intelligence militare russa volta a “generare caos” nelle città europee attraverso criminali comuni reclutati come proxy, alcuni dei quali già condannati nel Regno Unito per sabotaggi commissionati da Mosca.
La stessa regia è stata individuata dai servizi francesi dietro l’imbrattamento, il 14 maggio 2024, del Memoriale della Shoah e del Muro dei Giusti a Parigi, opera di cittadini bulgari pagati circa mille euro e successivamente processati, che l’intelligence francese collega a una più ampia campagna russa di destabilizzazione sociale. Un pattern simile ha spinto la Svezia a interrompere, già nel febbraio 2024, i finanziamenti pubblici alla chiesa ortodossa russa di Västerås, situata a poche centinaia di metri da un aeroporto strategico, dopo che i servizi di sicurezza svedesi ne avevano segnalato l’uso come piattaforma di raccolta di intelligence.
Questi episodi non vanno letti come appendici marginali del lawfare, ma come sua componente costitutiva. Ciò che accomuna il contenzioso alla Corte Internazionale di Giustizia, l’arbitrato sul Mar d’Azov, la passportizzazione e i proxy nelle città europee è la ricerca sistematica, indipendentemente dall’esito reale di ciascuna vicenda, di una narrazione spendibile sul piano interno e internazionale. Per l’Italia e per gli alleati europei della NATO, esposti tanto quanto Regno Unito, Francia e Svezia a queste forme di penetrazione ibrida, la lezione è che la resilienza giuridica da sola non basta: va accompagnata da una capacità altrettanto sistematica di contrastare la narrazione russa nel momento stesso in cui essa viene costruita, non dopo che si è già consolidata nell’opinione pubblica.

