Il vertice NATO di Ankara del 7 e 8 luglio 2026 offre una prima risposta agli interrogativi emersi alla vigilia del summit: se il disimpegno americano avrebbe trovato una risposta europea strutturata, se il sostegno a Kiev avrebbe retto alle aperture negoziali di Washington, e se il rafforzamento della deterrenza sarebbe bastato a ridurre il rischio, discusso alla vigilia da più analisti, di un confronto diretto con Mosca entro fine decennio. La dichiarazione di Ankara, articolata su tre pilastri – pacchetto pluriennale da 70 miliardi per l’Ucraina, deterrenza rafforzata attraverso investimenti e capacità industriali, riaffermazione dell’unità attorno all’Articolo 5 – risponde a tutte e tre, ma non nei termini rassicuranti della retorica di chiusura di Rutte.
Quanto emerge dalla cronaca dei due giorni, incrociata con il testo della dichiarazione, è un’Alleanza che formalizza un riequilibrio già in corso più che inaugurarne uno nuovo: impegni ingenti ma non privi di crepe, e una retorica di unità che convive con tensioni bilaterali ricorrenti. I tre capitoli che seguono ricostruiscono come questi impegni si traducano, o rischino di non tradursi, in una NATO più forte.
Il dossier ucraino: 70 miliardi per Kiev, tra sostegno pluriennale e prime defezioni
Il punto 4 della dichiarazione di Ankara definisce la cornice finanziaria del sostegno a Kiev per il biennio in corso: 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento per il 2026, accompagnati da un impegno sovrano – dunque non vincolante – a mantenere “almeno livelli equivalenti” nel 2027. Il testo saluta inoltre la decisione dell’Unione Europea di strutturare un finanziamento pluriennale attraverso lo Ukraine Support Loan: si tratta di un prestito complessivo da 90 miliardi di euro per il 2026-2027, di cui 30 al sostegno di bilancio e 60 alla difesa ucraina, finanziato con debito comune UE. Un dato che conferma quanto già emerso alla vigilia del summit sul progressivo disimpegno americano dal fianco europeo: il baricentro del sostegno a Kiev si sposta così dagli Stati Uniti agli alleati europei e al Canada.
La cifra è meno inedita di quanto appaia: secondo i dati della Commissione Europea, dei 90 miliardi complessivi del prestito, 45 sono già stati resi disponibili per il 2026, cui si somma l’assistenza bilaterale preesistente, Germania in testa. Si tratta, in altri termini, meno di uno stanziamento aggiuntivo che di un consolidamento contabile di flussi in gran parte già deliberati, un dato che non ne svuota la rilevanza politica ma ne ridimensiona la portata come discontinuità.
Il consenso attorno al meccanismo non è unanime: l’accordo è stato adottato tramite cooperazione rafforzata proprio perché Cechia, Ungheria e Slovacchia si sono sfilate dagli obblighi finanziari previsti. Il primo ministro ceco Andrej Babiš ha reso nota l’indisponibilità di Praga a contribuire, motivando la scelta con la necessità di destinare risorse al raggiungimento della soglia NATO del 2% del PIL – posizione già anticipata dal premier slovacco Robert Fico, che alla vigilia del summit aveva escluso qualsiasi contributo di Bratislava alle spese militari dell’Ucraina. Riserve che non incidono sulla tenuta operativa, ma che confermano una dinamica di burden-shifting più che di burden-sharing, con l’onere concentrato sulle economie europee di maggiori dimensioni.
Sul piano bilaterale, il risultato più significativo del vertice riguarda la decisione statunitense di concedere a Kiev una licenza per la produzione autonoma dei sistemi Patriot, l’unico sistema occidentale in grado di intercettare vettori balistici russi. Kiev emerge come il principale beneficiario politico del summit, avendo ottenuto un pacchetto finanziario pluriennale, l’accesso a una capacità produttiva critica e un ulteriore segnale di pressione simbolica su Mosca. Resta però un limite strutturale: i diritti di proprietà intellettuale restano ai produttori statunitensi, e la produzione ucraina richiederebbe non meno di dodici mesi per entrare a regime, un vincolo che ne ridimensiona l’impatto operativo nel breve periodo.
Sul piano negoziale, Trump ha indicato come prossimo un accordo tra le parti, definendo Putin e Zelensky interlocutori “difficili” ma entrambi orientati a una soluzione negoziata. Il vertice lascia tuttavia irrisolta un’ambiguità di fondo: mentre l’amministrazione statunitense evoca una pace ravvicinata, Kiev ha intensificato gli attacchi in profondità contro le infrastrutture di raffinazione russe. Anziché prendere le distanze dall’escalation, Trump l’ha definita funzionale a una fine della guerra, capovolgendo così il nervosismo con cui, alla vigilia del vertice, alcuni alleati guardavano a operazioni non coordinate con la NATO.
La deterrenza industriale: tra cooperazione transatlantica e autonomia europea
Il secondo pilastro della dichiarazione riguarda il rafforzamento della deterrenza attraverso investimenti e capacità produttive, e restituisce un’immagine più contraddittoria di quella suggerita dai toni trionfali della conferenza stampa finale. Il testo certifica che gli alleati europei e il Canada hanno aumentato gli investimenti per la difesa di oltre 139 miliardi di dollari dall’accordo dell’Aia del 2025, un percorso che porta la media NATO Europa al 2,53% del PIL nel 2026: un progresso reale, ma ancora lontano dal target del 5% fissato per il 2035.
Sul fronte industriale, il Segretario generale Mark Rutte ha annunciato al Defence Industry Forum oltre 54 miliardi di dollari in nuovi contratti, promuovendo un modello presentato come garanzia di interoperabilità transatlantica. Una scelta di linguaggio non neutrale, che si scontra con la parallela spinta di Bruxelles a privilegiare i fornitori europei nella spesa per il riarmo continentale. Tra le iniziative annunciate figurano il programma Drone Edge, che mobiliterà 40 miliardi in cinque anni per sistemi senza pilota, nuovi contratti per velivoli radar Awacs e 27 miliardi per oleodotti e logistica verso il fianco orientale.
In questo quadro si inserisce la pressione turca. Il presidente Erdogan ha chiesto apertamente che le restrizioni tra alleati sulla cooperazione nell’industria della difesa vengano rimosse, riferendosi ai limiti del programma F-35 dopo l’acquisto turco del sistema russo S-400 e all’esclusione di Ankara da schemi di finanziamento europei come il SAFE. Trump ha risposto aprendo alla revoca delle sanzioni e a una possibile riammissione della Turchia nel programma F-35, mentre Erdogan ha annunciato un budget aggiuntivo da 24 miliardi di dollari per il progetto di difesa aerea “Steel Dome”. Ne esce confermata la centralità negoziale di Ankara, che converte la propria posizione di frontiera in leva bilaterale con Washington: un guadagno turco che certifica quanto l’architettura di sicurezza europea resti tuttora frammentata su più tavoli – atlantico, unionale e bilaterale – anziché ricomposta in una cornice comune.
Unità di facciata, Articolo 5 e le fratture bilaterali
Il terzo pilastro, la riaffermazione dell’unità e della centralità dell’Articolo 5, è quello in cui la distanza tra retorica di chiusura e sostanza dei due giorni si fa più evidente. La dichiarazione ribadisce un impegno “incrollabile” alla difesa collettiva, formula che compare in ogni comunicato dal 2014: il fatto stesso che gli alleati abbiano avvertito il bisogno di ripeterla è indicativo di nervosismo più che di reale tenuta. Non a caso, secondo ricerche condotte prima del summit in dieci paesi europei, una quota vicina all’81% dei cittadini non nutriva fiducia nella leadership statunitense sugli affari internazionali. Su questo pilastro si misura anche il terzo interrogativo posto alla vigilia del summit: il rischio di un confronto diretto con Mosca entro fine decennio. La dichiarazione non lo affronta esplicitamente, né riprende i nodi di escalation dominance e vulnerabilità del fianco baltico indicati dagli analisti della deterrenza. Ne emerge non una linea comune sulla minaccia russa, ma una somma di retoriche nazionali sotto la formula collettiva dell’Articolo 5: la Danimarca risponde a Washington sulla Groenlandia, i baltici insistono sulla mobilità militare, Ankara negozia la propria autonomia industriale. La deterrenza integrata resta più un obiettivo dichiarato che un dato acquisito.
Le tensioni bilaterali, più che smentire questa lettura, la rafforzano. Prima ancora dell’apertura dei lavori, Trump ha ordinato l’interruzione di ogni scambio commerciale con la Spagna, unico alleato a non essersi impegnato sulla soglia del 5% del PIL concordata all’Aia – aggravata dal rifiuto spagnolo di concedere basi e spazio aereo per le operazioni contro l’Iran. Al termine del bilaterale con Erdogan, Trump ha accusato Germania, Italia, Francia e Regno Unito, di aver voltato le spalle agli Stati Uniti non sostenendo l’azione contro l’Iran.
Sul fronte artico, le rinnovate rivendicazioni statunitensi sulla Groenlandia hanno spinto Frederiksen a ribadire che il territorio non è in vendita. Rutte ha scelto una linea più ambigua: senza avallare la rivendicazione territoriale, ha dato ragione a Trump sul piano della minaccia strategica, riconoscendo il rischio di una crescente pressione russa e cinese nell’Artico – una distinzione sottile ma rilevante, che gli permette di assecondare la retorica della Casa Bianca senza rompere con un alleato fondatore come la Danimarca.
A monopolizzare l’attenzione dei due giorni è stata soprattutto la crisi iraniana. Trump ha dichiarato conclusa la tregua con Teheran proprio a margine del summit, rivendicando nuovi raid subito dopo la propria partenza da Ankara e criticando gli alleati per non aver sostenuto l’azione militare contro l’Iran. Un impegno estraneo agli obblighi del trattato istitutivo, la cui polemica ha sottratto tempo e attenzione al dossier ucraino: il ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys ha riconosciuto che le ore spese sul Medio Oriente si sono tradotte, di fatto, in una minore capacità negoziale per Kiev. Diversi osservatori hanno descritto il summit come un vertice “al vetriolo”, dove la coesione ostentata convive con un logoramento della fiducia reciproca che nessuna formula sull’Articolo 5 riesce più a occultare.
Tornando agli interrogativi posti alla vigilia del vertice, la risposta non è binaria: Ankara non segna né un ridimensionamento del ruolo statunitense né una conferma dello status quo. Il vertice riflette piuttosto un ribilanciamento interno all’Alleanza, nel quale Washington mantiene la leadership strategica ma spinge gli alleati europei e il Canada ad assumere una quota crescente delle responsabilità e degli oneri di difesa. Il sostegno a Kiev si consolida nella sostanza, senza sciogliere però il nodo delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina nel dopo-guerra, mentre resta aperta la capacità europea di tradurre il riarmo in una deterrenza integrata e di superare le fratture sulla responsabilità strategica condivisa.
Più che la discontinuità suggerita dalla retorica di chiusura, Ankara segna dunque la prosecuzione di una trasformazione strutturale già in corso alla vigilia del vertice. La sfida sarà verificare se un’Alleanza fondata su una maggiore responsabilità europea saprà preservare coesione, credibilità deterrente e capacità operativa, mentre Washington continua a guidare chiedendo agli alleati un contributo crescente.

