Il ministro Yusril Ihza Mahendra ha provato a disinnescare la polemica: le persone LGBTQ, ha detto il 9 luglio, non sono una minaccia, i loro diritti di cittadini vanno rispettati. A essere pericolosa sarebbe la diffusione di idee e rappresentazioni, non l’esistenza stessa delle persone. È una distinzione che regge sulla carta e si sgretola nella pratica, perché nessuna identità sociale vive fuori dal linguaggio, dalle relazioni, dalle associazioni con cui si rende riconoscibile. Proteggere l’individuo e sospettare la sua visibilità pubblica non sono due posizioni compatibili: sono due mani che tirano in direzioni opposte. Human Rights Watch ha già contato almeno dieci università che hanno introdotto regolamenti restrittivi o limitato le attività della stampa studentesca su questi temi, un fenomeno precedente al Perpres ma che ora trova un vocabolario nuovo per giustificarsi. Fin qui la cronaca. La domanda più interessante, però, è un’altra: perché ora, e perché in questa forma. Va detto subito che l’ostilità verso le minoranze sessuali (in particolare usando espressioni e categorie occidentali come Lgbtq) in Indonesia non nasce nel 2025 con la norma presidenziale di Prabowo. Ha una storia che risale almeno al 2016, quando una campagna mediatica e istituzionale trasformò l’omosessualità in un tema di dibattito nazionale. Quello che cambia oggi è la cornice. Nel 2016 si trattava di un attacco morale, condotto da ministri, organizzazioni religiose, opinionisti.
Oggi lo stesso bersaglio viene inserito in un documento di dottrina militare, nella stessa lista che comprende il terrorismo e la proliferazione nucleare. Il salto di categoria è reale, e per capirlo bisogna guardare a chi Prabowo deve, in questo momento, la propria tenuta politica. Il governo Prabowo si regge su una coalizione ampia e internamente eterogenea, in cui i partiti islamici come il Partai Kebangkitan Bangsa (PKB, Partito del Risveglio Nazionale) e il Partai Keadilan Sejahtera (PKS, Partito della Giustizia Prospera) pesano quanto le componenti nazionaliste e militari. Il sostegno pubblico al Perpres 111, arrivato da deputati sia del PKB sia del PKS oltre che dal Consiglio degli ulema (MUI), rivela qualcosa di più della semplice adesione corale, mostra che la clausola funziona anche come merce di scambio dentro l’alleanza, un segnale a costo relativamente basso che tiene unita una coalizione senza richiedere concessioni sul piano economico o distributivo, in un paese che nella prima metà del 2026 ha attraversato una crisi della rupia e tensioni fiscali non banali. Il centro qui e’ la coesione di un blocco di potere che quando diventa difficile da costruire sul terreno materiale, usa il simbolismo come una scorciatoia più economica.
C’è poi una seconda chiave, più strutturale, legata alla dottrina indonesiana della ketahanan nasional, la “resilienza nazionale”. Fin dall’epoca di Soeharto questa dottrina ha avuto una caratteristica precisa: non separa mai sicurezza militare, stabilità politica e ordine culturale, ma li tratta come un unico organismo da difendere. È una dottrina nata per irreggimentare il dissenso politico durante la Guerra fredda, quando il nemico interno erano il comunismoe il partito comunista indonesiano. Oggi lo stesso apparato concettuale viene applicato a un nemico diverso, ma la logica resta identica, chi minaccia l’ordine culturale minaccia lo Stato, e chi minaccia lo Stato può essere sorvegliato, anticipato, contenuto. Il TNI, le forze armate, ha progressivamente ampliato negli ultimi anni il proprio raggio d’azione in ambiti civili, dalla sicurezza alimentare alla presenza nei campus universitari, come mostra la collaborazione avviata tra un comando militare regionale e l’Università Udayana a Bali. Inserire una questione di identità sessuale in un documento di difesa nazionale si iscrive in questa traiettoria più che contraddirla, ne è, semmai, lo sviluppo più coerente. Il Perpres 111 non introduce una persecuzione esplicita: il testo non lo fa, e sarebbe disonesto sostenerlo. Quello che conta, politicamente, è cosa autorizza a fare chi lo applica. Un rettore prudente, un funzionario locale, un preside possono ora scegliere la lettura più restrittiva non perché costretti da una norma penale, ma perché la parola “sicurezza” pesa diversamente dalla parola “morale” nel linguaggio amministrativo indonesiano. Una minaccia si monitora, si previene, si contiene. Un’opinione controversa si discute. Spostare un fenomeno dal secondo registro al primo cambia gli strumenti a disposizione di chi governa, anche senza cambiare una sola legge penale.
Letto così, il Perpres 111 dice qualcosa che va oltre l’omofobia di Stato: è, prima di tutto, un caso di scuola di come si costruisce consenso attorno a un potere che, in un momento di fragilità economica, deve tenere insieme pezzi molto diversi della propria base. Costa poco, non tocca gli interessi materiali di nessuno dei soci di coalizione, e offre a chi amministra un margine discrezionale enorme. Quello che il Perpres 111 rivela, in fondo, è quanto sia diventato conveniente per il potere indonesiano governare attraverso la paura culturale piuttosto che attraverso la redistribuzione. Una coalizione che non può permettersi di scontentare nessuno sul piano economico trova nel linguaggio della sicurezza uno strumento quasi gratuito per tenersi insieme. La resilienza nazionale, nata per proteggere lo Stato dai nemici esterni, sta diventando una tecnica per amministrare il dissenso interno, è questo, più della singola norma, il segnale da seguire nei prossimi mesi.



