Lo scorso 16 luglio 2026 l’Iran ha chiesto esplicitamente agli Houthi yemeniti di chiudere lo stretto di Bab Al-Mandeb, nel caso in cui gli Stati Uniti avessero attaccato le infrastrutture strategiche iraniane. Dall’inizio della guerra in Iran, il leader del movimento degli Houthi, Abdul Malik al-Houthi, ha dichiarato che il gruppo sarebbe stato pronto ad intervenire in qualsiasi momento, qualora l’evoluzione del conflitto lo avesse reso necessario. La tregua raggiunta nel mese di giugno ’26 aveva permesso di contenere l’escalation ed evitare un ulteriore allargamento del conflitto, ma a seguito del sostanziale fallimento del cessate il fuoco e delle tensioni tra Houthi e Arabia Saudita, si stanno modificando gli equilibri dello scontro.
La leva strategica di Bab al-Mandeb
Fin dall’inizio della guerra, sebbene gli Houthi yemeniti abbiano ripetutamente minacciato la chiusura dello stretto nel Mar Rosso, hanno mantenuto un profilo operativo relativamente contenuto, limitandosi al lancio di missili balistici contro obiettivi israeliani. Tale moderazione riflette la natura del rapporto del movimento con Teheran. Gli Houthi, seppur dipendenti dal sostegno finanziario, militare e tecnologico iraniano, non sono totalmente subordinati alla rete di proxy di Teheran. Difatti, il sostegno operativo all’Iran si è parzialmente concretizzato solo il 28 marzo 2026, circa un mese dopo lo scoppio della guerra, in netto contrasto con la risposta immediata di Hezbollah del Libano e delle milizie sciite irachene che non hanno esitato a reagire militarmente. A differenza di quest’ultimi, gli Houthi conservano un margine di autonomia decisionale, orientando le proprie scelte in funzione degli interessi interni al contesto yemenita.
Secondo alcuni esperti il sostegno militare da parte di Teheran al movimento degli Houthi è iniziato già nel 2009 ed è stato preponderante nel 2014, anno della presa di Sana’a. L’intervento militare in Yemen guidato dall’Arabia Saudita nel 2015 ha ulteriormente incentivato Teheran a rafforzare tale cooperazione, trasformando gli Houthi in uno strumento sempre più rilevante della propria strategia di competizione regionale con Riyadh. Pertanto, la partnership strategica informale è fondata sulla convergenza di interessi piuttosto che su una rigida subordinazione gerarchica. Nel corso degli anni, gli Houthi hanno sostenuto l’Iran minacciando il confine con l’Arabia Saudita e proteggendo le navi iraniane nel Mar Rosso. Questa condotta ha permesso a Teheran di eludere le sanzioni sul trasporto di petrolio, di distrarre i nemici e facilitare una rete clandestina. Come tutti i membri dell’Asse della resistenza, gli Houthi offrono all’Iran una plausibile negabilità, in quanto gli attori filo-iraniani rivendicano regolarmente la responsabilità di attacchi, probabilmente ordinati o perpetrati da Teheran.
Nell’attuale confronto tra Iran e la coalizione israelo-statunitense, il Mar Rosso e in particolare Bab al-Mandeb, rappresentano una leva strategica di primaria importanza. Lo stretto del Mar Rosso nel suo punto più ristretto è largo circa diciotto miglia (pari a 28 km) ed è situato tra lo Yemen a nord-est, e Gibuti ed Eritrea nel Corno d’Africa a sud-ovest. Questo costituisce l’unico ingresso al Mar Rosso dall’Oceano Indiano e costeggia i territori controllati dagli Houthi in Yemen. In tale contesto, il controllo o l’interdizione simultanea dei due principali chokepoints energetici della regione – lo Stretto di Hormuz e Bab al-Mandeb – offrirebbe all’Iran e ai suoi partner dell’Asse della Resistenza uno strumento di pressione senza precedenti. Con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso dall’inizio della guerra, un’ipotetica chiusura di Bab al-Mandeb potrebbe bloccare il 25% delle forniture mondiali di petrolio e gas, determinando la paralisi delle due principali direttrici attraverso cui transitano le esportazioni di energia provenienti dal Golfo Persico verso l’Europa e parte dell’Asia. In generale, è una delle rotte più trafficate al mondo, secondo un rapporto dell’Autorità del Canale di Suez, nel 2023 circa 26.000 navi hanno transitato attraverso il Canale di Suez. Questo numero è poi sceso a 12.700 entro il 2025, a seguito degli attacchi dei ribelli Houthi alle navi nel Mar Rosso. Difatti nel 2023, l’area è stata attivamente coinvolta nella questione della guerra a Gaza, in quanto gli Houthi sono intervenuti per sostenere Hamas. Durante la maggior parte del conflitto dalla fine del 2023 al 2025, gli Houthi hanno attaccato le navi nel Mar Rosso e su Bab al-Mandeb, provocando dure risposte di attacco da parte degli Stati Uniti. Questa escalation si è conclusa nel maggio 2025 con un accordo che prevedeva la ritirata degli USA e la cessazione degli attacchi houthi contro obiettivi statunitensi.
La fine della fragile tregua con l’Arabia Saudita?
Oltre l’intesa raggiunta nel maggio 2025, dopo lo scoppio della guerra in Iran, gli Houthi dovevano tentare di salvaguardare un secondo equilibrio strategico di fondamentale importanza: la tregua informale con l’Arabia Saudita, costituita nel processo di de-escalation del conflitto yemenita. Gli Houthi, organizzazione filo-iraniana che controlla un terzo del territorio yemenita e due terzi della popolazione, nel 2014 hanno rovesciato il governo e innescato una guerra civile. Questo scontro ha generato una crisi strutturale e una prolungata instabilità politica e socio-economica, i cui effetti sistemici si perpetuano nel lungo periodo. Nel confronto tra gli Houthi e il governo internazionalmente riconosciuto, quest’ultimo è stato sostenuto fin da subito dall’Arabia Saudita. Il tentativo di negoziati con Riyadh è entrato in una prima fase di crescente incertezza, in seguito alla campagna condotta dagli Houthi nel Mar Rosso tra il 2023 e il 2025.
In questo contesto, il 20 luglio 2026 gli Houthi sostenuti dall’Iran, hanno annunciato l’imposizione di un blocco navale totale nei confronti dell’Arabia Saudita. Pur senza precisarne le modalità operative, la dichiarazione rappresenta un chiaro segnale di coercizione strategica, volto a sfruttare la posizione geografica del movimento per esercitare pressione su Riyadh. L’annuncio del blocco è arrivato dopo che gli Houthi hanno accusato l’Arabia Saudita di aver bombardato l’aeroporto di Sana’a, nonostante il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale ne avesse rivendicato la responsabilità. Questo avrebbe affermato che era volto a impedire l’atterraggio di un aereo iraniano nella capitale. In risposta, gli Houthi hanno lanciato missili balistici contro l’aeroporto internazionale di Abha in Arabia Saudita.
Per l’Arabia Saudita, il controllo e la sicurezza di Bab al-Mandeb rivestono un’importanza primaria. Attraverso una rete di oleodotti che collega i giacimenti petroliferi dell’est del Paese ai terminali sulla costa del Mar Rosso, Riyadh esporta quotidianamente circa 4,5 milioni di barili di greggio verso i mercati internazionali. Inoltre, qualsiasi minaccia alla libertà di navigazione nello stretto non rappresenta soltanto un rischio per le esportazioni energetiche saudite, ma assume ampia rilevanza relativamente alla sicurezza delle linee di comunicazione marittima, la stabilità dei mercati energetici globali e gli equilibri strategici del Mar Rosso. In tale prospettiva, il blocco annunciato dagli Houthi si configura, non solo come uno strumento di pressione nei confronti di Riyadh, ma anche come un tentativo di ampliare il proprio potere di deterrenza su una delle infrastrutture marittime più sensibili del commercio mondiale. L’Arabia Saudita potrebbe comunque immettere petrolio greggio sul mercato senza transitare per Bab al- Mandeb, trasportando fino a 2,5 milioni di barili al giorno attraverso il Mar Rosso fino all’Egitto, il cui oleodotto SUMED potrebbe convogliarlo fino al Mar Mediterraneo. Mentre, le compagnie di navigazione internazionali potrebbero anche optare per rotte alternative, come è accaduto al culmine della guerra a Gaza. Ciò significherebbe circumnavigare il Capo di Buona Speranza, allungando i viaggi di una o due settimane e aumentando i costi.
Conclusione
Dall’inizio del conflitto in Iran l’obiettivo degli Houthi era quello di aprire un fronte altamente controllato. In primo luogo l’organizzazione yemenita doveva preservare l’accordo del 2025 con gli USA e la fragile tregua del 2022 con l’Arabia Saudita. Nonostante ciò, gli svariati attacchi missilistici perpetrati a favore dell’Iran indicavano la prontezza ad intensificare ulteriormente la loro azione, se fosse stato necessario. Dopo il fallimento del cessate il fuoco di giugno ’26, l’ingresso calibrato degli Houthi nella guerra rafforzerebbe la posizione di Teheran. Il controllo dei chokepoints marittimi diverrebbe uno dei principali strumenti della strategia di deterrenza asimmetrica iraniana. L’interruzione dei flussi energetici e commerciali provocherebbe infatti effetti sistemici sui mercati internazionali, alimentando volatilità nei prezzi degli idrocarburi, incrementando i costi del trasporto marittimo e mettendo sotto pressione le catene globali di approvvigionamento. Secondo quanto espresso da alcuni esperti, dall’altra parte della bilancia ci sono interessi fondamentali che costringono gli Houthi a calibrare le loro azioni. Il movimento, infatti, aveva negoziato con l’Arabia Saudita riguardo questioni come rilascio dei prigionieri, il pagamento degli stipendi del settore pubblico nelle aree dello Yemen controllate dagli Houthi e l’embargo in corso sui porti controllati dal movimento. Nonostante ciò, anche se l’ingresso degli Houthi nel conflitto potrebbe compromettere la fragile stabilità nel Mar Rosso, un Iran indebolito priverebbe in ogni caso gli Houthi di armi e informazioni cruciali. Pertanto, la stabilità nel Mar Rosso e i rapporti con Riyadh potrebbero essere elementi secondari rispetto alla minaccia esistenziale all’Iran e all’organizzazione yemenita stessa.
La domanda ora è fino a che punto gli Houthi sono disposti ad arrivare e cosa sono disposti a rischiare. In questo contesto, la possibilità di un coinvolgimento più diretto degli Houthi appare sempre più plausibile, nella misura in cui Teheran potrebbe decidere di riattivare pienamente la propria rete di attori non statali per aumentare la pressione sui propri avversari e ampliare il teatro del conflitto.


