07/09/2026
Relazioni Internazionali

L’81ª assemblea dell’ONU nella crisi dell’ordine mondiale: fermare le guerre, rilanciare il multilateralismo

di Maurizio Delli Santi

«Ripristinare la fiducia, governare il cambiamento, restituire alle Nazioni Unite la capacità di agire a beneficio di tutti»: è questo il tema dell’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite in un momento di profonda crisi dell’ordine internazionale. Per l’Italia, esserci dovrebbe significare soprattutto avere una proposta sul futuro dell’ordine internazionale: l’ Assemblea Generale potrebbe diventare il luogo di una nuova convergenza tra Europa e Global South per reagire alle logiche di guerra dei “nuovi imperi”.

La sfida dell’81ª Assemblea nell’era dei ‘nuovi imperi’

Nello scenario di una gravissima crisi dell’ordine internazionale assume particolare rilievo il tema posto dall’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite: Restoring Trust, Managing Transformation: A United Nations That Delivers for All, «Ripristinare la fiducia, governare il cambiamento, restituire alle Nazioni Unite la capacità di agire a beneficio di tutti». Il calendario dei lavori è impegnativo: dopo l’apertura dell’8 settembre, dal 22 al 26 settembre e nuovamente il 28 si svolgerà il tradizionale dibattito generale con i leader mondiali. Secondo alcuni analisti, è possibile che alcuni governi intervengano non a livello di capi di Stato e di governo- fra questi l’Italia – sia per priorità nei dossier interni, sia perché in molti perseguono un riavvicinamento dei rapporti con Donald Trump, che non crede nell’Onu, e in ogni caso per i molti dubbi sull’utilità politica della trasferta. La questione pone dunque una domanda: che cosa può ancora rappresentare oggi, nella prospettiva dell’Italia e dell’Europa, l’Assemblea Generale dell’Onu, mentre l’ordine internazionale attraversa una crisi profonda? Siamo inoltrati in una deriva in cui la distanza tra le regole proclamate e la capacità di farle rispettare appare sempre più evidente. La crisi delle Nazioni Unite e del multilateralismo si intreccia con il ritorno delle politiche di potenza e con una diplomazia incapace di prevenire e fermare i conflitti. Sulla diagnosi ormai esiste una letteratura vastissima; ciò che manca, più spesso, è l’individuazione di una possibile alternativa politica, che non sia la mera accettazione della realtà. Da qui deriva una politica estera sempre più costretta a procedere con una ‘navigazione a vista’, per adattamenti successivi soggetti spesso solo alla logica del più forte e degli effimeri opportunismi: assecondare i ‘nuovi imperi’ o schierarsi sui rapporti di forza, rincorrere le emergenze, invocare di volta in volta un “interesse nazionale” non sempre lungimirante(un esempio è la divisione in Europa sulle politiche migratorie che ha portato allo scontro sulla sospensione di Schengen e sui regolamenti sui ‘dublinanti’) fino a considerare inevitabile la passività, l’inazione. Eppure proprio quest’ultime possono essereforiere di nefaste conseguenze: sono ricorrenti nelle analisi i richiami all’appeasement degli Accordi di Monaco del 1938, quando la conciliazione con la Germania, nonostante l’occupazione dei Sudeti, non riuscì a fermarne l’espansionismo nazista e la catastrofe della seconda guerra mondiale.

Questa prospettiva va dunque ribaltata. Se le istituzioni internazionali si indeboliscono e il diritto internazionale perde progressivamente effettività per volontà degli Stati, non basta registrare la crisi: occorre chiedersi quali margini d’azione rimangano. Una strada ci indica che le risorse giuridiche e istituzionali disponibili non sono nate dal nulla:  sono sorte proprio in risposta ad altri momenti tragici per l’umanità, per cui andrebbero ancora prese in considerazione, sebbene migliorate con le necessarie riforme. La storia delle relazioni internazionalidimostra, del resto, che strumenti nati in precedenti fasi di crisi possono rinascere sotto nuova forma, con più forza, così come possono riemergere nuove leadership e movimenti che riportino la luce dopo i periodi bui.

Europa e Global South: una nuova convergenza

Tutti predicano la crisi delle Nazioni Unite, ma nessuna alternativa dei “revisionisti” dell’ordine internazionale sta emergendo per credibilità: dal Board of Peace promosso dagli Stati Uniti di Trump, ai BRICS, nei quali la Russia di Putin svolge un ruolo centrale, fino alla Shanghai Cooperation Organisation(SCO), in cui Cina e Russia esercitano un’influenza decisiva, nessuno ha costruito un sistema di sicurezza collettiva universale realmente alternativo ed efficace. La prospettiva, dunque, non è scegliere tra Onu e nuovi organismi, ma decidere se lasciare che l’ordine internazionale venga sempre più determinato da un unilateralismo basato sulla forza oppure se rilanciare, con alleanze più ampie, un sistema fondato su regole condivise e su un nuovo multilateralismo inclusivo. È su questo terreno che l’Italia puòassumere un’iniziativa proprio puntando a valorizzare l’Assemblea Generale dell’Onu, ricercando una nuova alleanza che cominci a fare da contraltare ai diktat dei “nuovi imperi”. È estremamente realistica la possibilità di un’intesa tra un gruppo coeso di Paesi europei e il Global South, anche in una prospettiva aperta alle altre democrazie e middle powers – secondo una nota proposta del premier canadese Carney – disponibili a convergere, come Canada, Giappone, Australia e India (non va sottovalutata l’ esortazione alla pace rivolta a Putin dal premier Modi a margine del recente vertice SCO di Bishkek). Questa nuova piattaforma di “volenterosi dell’Onu”, che puòcoinvolgere un gran numero dei Paesi africani, asiatici e latino-americani, potrebbe promuovere una strategia comune per rilanciare il ruolo delle Nazioni Unite e costruire una convergenza politica più ampia sulla difesa del multilateralismo e del diritto internazionale. Beninteso, dovrebbe trattarsi di una coesione davvero strategica, non contingente e destinata a esaurirsi in maggioranze occasionali all’Assemblea Generale: deve assumere un significato politico durevole e diventare un nuovo paradigma delle relazioni internazionali, un metodo diverso di concepire la cooperazione internazionale fondato sulla reciprocità, sulla solidarietà e sulla parità, pur fra soggetti diversi per dimensione, ricchezza e potere.

È una prospettiva che può muovere anche dalle catastrofi della natura di questi giorni, come l’ultimo devastante crollo di un ghiacciaio e le conseguenti alluvioni che hanno colpito duramente nell’area himalayana il Nepal e il Tibet cinese: ancora una volta la vulnerabilità delle popolazioni e delle infrastrutture di fronte agli effetti del cambiamento climatico costituisce un drammatico monito. Lo stesso vale per le emergenze sismiche come quelle che hanno colpito l’America Latina e per le quali la solidarietà internazionale non può essere concepita come una concessione occasionale del più ricco al più povero. Le catastrofi naturali, gli eventi climatici estremi, l’inquinamento dei mari, le emergenze sanitarie, le crisi alimentari e le grandi emergenze umanitarie, a cominciare da quelle migratorie, non rispettano confini politici e rendono sempre più evidente l’insufficienza di una concezione delle relazioni internazionali centratasull’isolazionismo delle sovranità e sugli unilateralismi tra potenze, che al massimo recedono dallo scontro solo per accordarsi temporaneamente su logiche di influenza.

Dalla solidarietà alla corresponsabilità

Si tratta, in altri termini, di ricalibrare la cooperazione su temi che possono essere condivisi tra Europa e Global South, per poi trasferirli sul piano più generale e globale: un nuovo patto sul clima, sistemi comuni di prevenzione, allerta e protezione civile, strumenti finanziari conseguenti, trasferimento di tecnologie e formazione contro i rischi sistemici. La stessa logica dovrebbe estendersi alla nuova principale sfida globale: l’intelligenza artificiale. Il caso dei lavoratori kenyani impiegati nell’outsourcing della moderazione e classificazione dei dati utilizzati per sistemi di AI mostra come anche l’economia digitale possa trasferire nel Global South i costi umani meno visibili dell’innovazione. La transizione tecnologica non può riprodurre, nella dimensione digitale, la vecchia divisione tra chi fornisce risorse e lavoro e chi controlla il valore prodotto. Servono perciò standard internazionali che da un lato disciplinino il sistema e dall’altro attuino cooperazione e formazione che garantiscano ai Paesi partner e ai loro lavoratori una condivisione dei principi etici da salvaguardare, ma anche una quota effettiva del valore generato.

La solidarietà, in tutte queste prospettive, da categoria morale può diventare finalmente una tecnica minima di governo delle interdipendenze globali. È questo il salto di paradigma che potrebbe caratterizzare una convergenza tra Europa e Global South anche su altri temi: passare dalla logica dell’assistenza alla corresponsabilità; non più rapporti verticali tra donatori e beneficiari, tra sfruttatori e sfruttati, e ambigue complicità con regimi autoritari e classi politiche corrotte, ma istituzioni e programmi nei quali le decisioni, le responsabilità e i benefici siano distribuiti secondo criteri di effettiva parità, in progetti condivisi sempre ispirati a un minimo comune denominatore: il rispetto delle comunità, della loro dignità, che parta in ogni caso dall’irrinunciabile canone della tutela dei diritti umani.

In questo senso potrebbe avere un senso compiuto anche il Piano Mattei, per acquisire un significato più ampio di quello di una politica di interessi verso l’Africa. Si è parlato di un programma fondato su un approccio paritario e articolato attorno a controllo delle migrazioni – dietro sostegno finanziario a discussi apparati –, istruzione e formazione, salute, agricoltura, acqua ed energia, infrastrutture: è su questi presupposti che però va trasformato da iniziativa prevalentemente economica e bilaterale in un modello di cooperazione “inclusiva” e realmente aperta alle istanze del Global South. È questa la premessa anche per costruire corresponsabilità nel controllo delle pressioni migratorie.

Il rilancio di una nuova Assemblea Generale 

È da questa visione della cooperazione che una partecipazione dell’Italia all’Onu potrebbe assumere una nuova dimensione politica e istituzionale, proprio sul tema specifico proposto dall’81ª Assemblea Generale: insieme a un gruppo di Paesi europei, del Global South e di altri Paesi comunque sostenitori dell’Onu, l’Italia potrebbe iniziare a promuovere una strategia volta a utilizzare maggiormente gli strumenti della stessa Assemblea Generale, organismo rappresentativo di tutta la comunità internazionale che può ancora fermare le logiche egemoniche dei “nuovi imperi”, superando anche i veti e l’immobilismo del Consiglio di Sicurezza.

Il presupposto di questa intesa “neo-giusinternazionalista”, fondata sul diritto internazionale e su una prospettiva postcoloniale, è ritrovare una grammatica comune nella difesa intransigente della Carta delle Nazioni Unite, della Convenzione per la prevenzione del genocidio del 1948 e delle Convenzioni di Ginevra del 1949, elevandole da reperti formali a strumenti di resistenza geopolitica. Il baricentro istituzionale di questa convergenza risiede nella “dottrina della Uniting for Peace, la Risoluzione 377A del 1950: l’Assemblea Generale dell’Onu, per porre fine alla guerra di Corea, concepì un formidabile dispositivo giuridico che offre ancora oggi la chiave di volta per superare lo stallo e l’irresponsabilità dei grandi blocchi. Questa dottrina codifica un principio di supplenza democratica fondamentale:quando il Consiglio di Sicurezza fallisce nel suo compito primario di mantenere la pace a causa della paralisi provocata dall’esercizio del diritto di veto da parte di un membro permanente, la responsabilità collettiva si trasferisce immediatamente e legittimamente all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.L’Assemblea, dove il voto di ogni singola nazione ha lo stesso peso e dove la convergenza tra Europa e Global South può strutturarsi in una maggioranza schiacciante e di fatto vincolante, acquisisce così il potere di convocarsi in sessione d’emergenza entro ventiquattr’ore per imporre misure di cessate il fuoco, il deferimento delle contese alla Corte internazionale di giustizia, fino all’istituzione di missioni di interposizione, se necessario, per ripristinare l’ordine violato.  

Si tratta perciò di ricostruire un’intesa strategica tra Europa e Global South, e altri attori affini, sulla base di principi universali da rendere effettivi: il rispetto della Carta delle Nazioni Unite, il divieto dell’aggressione, la protezione dei civili, il diritto internazionale umanitario, la prevenzione dei crimini internazionali e la cooperazione con le istituzioni giudiziarie internazionali. Questa convergenza avrebbe anche un obiettivo politico essenziale: superare la percezione dei Paesi del Global South che il diritto internazionale venga applicato con il “doppio standard”, a seconda degli Stati coinvolti. La credibilità della legalità internazionale dipende dalla sua coerenza.

La posta in gioco, dunque, non è la creazione di un nuovo diritto internazionale, ma la restituzione di effettività a quello esistente. Per superare la navigazione a vista occorre costruire maggioranze, attivare procedure, valorizzare l’Assemblea Generale superando il Consiglio di Sicurezza quando è paralizzato o in mano agli “imperi”, e significa anche rafforzare la giustizia internazionale, impedendo che la selettività geopolitica svuoti di significato la pretesa universale della norma.

Nello stesso quadro di priorità si inserisce anche la scelta del nuovo Segretario generale dell’Onu, che dovrebbe decidersi entro l’anno: la nomina spetta all’Assemblea Generale, ma su una raccomandazione del Consiglio di Sicurezza, dove il veto di un membro permanente può bloccare una candidatura. L’Assemblea può tuttavia esercitare un forte peso politico, favorendo il confronto e costruendo un consenso tra Europa e Global South, perché la scelta non sia soltanto espressione delle grandi potenze. Una scelta autorevole e sostenuta da un’ampia convergenza internazionale potrebbe infatti restituire al Segretario generale un ruolo più incisivo e contribuire a rilanciare la funzione dell’Onu come sede di mediazione e di prevenzione dei conflitti.

La riforma del sistema multilaterale 

Quando il centro decisionale dell’ordine internazionale è paralizzato o distorto da logiche egemoniche e di guerra, l’intera comunità internazionale non può essere condannata all’impotenza. È questa la via d’uscita dalla crisi: non una promessa di perfezione, ma una strategia realistica di effettività. Non la sostituzione della politica con il diritto, ma la ricostruzione di una politica capace di assumere il diritto come proprio vincolo e, insieme, come proprio strumento. Solo così la legalità internazionale potrà smettere di essere il linguaggio di rito pronunciato dopo le tragedie e tornare a essere, prima delle catastrofi umanitarie, uno strumento di prevenzione, di pressione e di protezione.

Questa prospettiva trova peraltro una solida cornice teorica nelle più moderne ed efficaci rappresentazioni di un futuro sistema internazionale. Nella riflessione di Jürgen Habermas, per evitare l’anarchia globale occorre evolvere verso la «costituzionalizzazione del diritto internazionale» (The Constitutionalization of International Law and the Legitimation Problems of a Constitution for World Society): solo una postnational constellation può superare il caos e i conflitti, ragione per cui proprio il modello europeo, la Carta delle Nazioni Unite e le istituzioni multilaterali possono ancora costituire il nucleo di un ordine politico-giuridico mondiale. Così Luigi Ferrajoli (Per una Costituzione della Terra. L’umanità al bivio, 2022) ha buon motivo di proporre un’Assemblea Generale realmente “rappresentativa dei popoli della Terra”, attraverso rappresentanti designati mediante libere elezioni quinquennali e secondo criteri di incidenza demografica; al Consiglio di Sicurezza dovrebbe invece essere sottratto il potere di veto. In questa visione, il multilateralismo non è conservazione dell’esistente, ma il terreno sul quale riformare l’ordine internazionale rendendolo più inclusivo, rappresentativo e vincolato al diritto.

Questo scenario non è affatto estraneo alla cultura istituzionale italiana. Nel febbraio 2025 Sergio Mattarella ha sostenuto che l’Unione Europea, e in essa Francia e Italia, dovrebbe contribuire a un movimento capace di rinnovare l’ordine internazionale, indicando come strada non l’abbandono delle istituzioni esistenti, ma una «profonda e condivisa riforma del sistema multilaterale, più inclusiva ed egualitaria». E in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’Onu, ha ribadito il «fermo sostegno dell’Italia al multilateralismo» e ha chiesto di tradurre «in azioni concrete» la solidarietà internazionale e un ordine mondiale fondato sul rispetto delle regole. Anche Leone XIV ha sottolineato l’importanza del multilateralismo e la necessità di «ripensare con audacia le modalità della cooperazione internazionale», chiedendo che i Paesi più poveri possano far sentire «la loro voce senza filtri». E ha osservato che la concentrazione del potere nelle mani di pochi minaccia «sia la partecipazione democratica tra i popoli, sia la concordia internazionale». Pur da prospettive diverse, il punto di convergenza è dunque netto: non abbandonare il multilateralismo, ma riformarlo perché possa rispondere alle nuove interdipendenze globali, dare maggiore voce ai Paesi più vulnerabili e ricondurre l’esercizio del potere internazionale entro il quadro delle regole e dei diritti.

Conclusioni: una nuova Onu, la sfida per l’Italia e l’Europa

È alla luce di queste considerazioni che il ruolo dell’Italia e dell’Europa, a New York, può assumere un significato che va ben oltre il calendario diplomatico. Il tema scelto per questa 81ª sessione – «Ripristinare la fiducia, governare la trasformazione, restituire alle Nazioni Unite la capacità di agire efficacemente a beneficio di tutti» – non è soltanto uno slogan: contiene la domanda politica alla quale oggi tutti siamo chiamati a rispondere. Come ricostruire la fiducia nelle istituzioni multilaterali mentre nuove potenze egemoni, tendenze nazionaliste, guerre, crisi umanitarie, trasformazioni tecnologiche e nuove disuguaglianze rimettono in discussione le regole della convivenza internazionale?

La questione riguarda, in definitiva, ciò che l’Italia e l’Europa intendono proporre sul futuro dell’ordine internazionale. Per l’Italia, dunque, esserci dovrebbe significare soprattutto avere una proposta: l’occasione per un incontro tra Europa e Global South che miri a difendere e riformare l’ordine multilaterale, rendendo effettivi il diritto internazionale, la protezione dei civili, la prevenzione dei conflitti e i diritti fondamentali. L’Assemblea Generale, che riunisce tutti gli Stati sul principio dell’uguaglianza formale, è il luogo nel quale può ancora essere tentato un percorso capace di fermare le logiche di guerra e di prevenire altre catastrofi umanitarie. Non si tratta di attendere una nuova architettura internazionale, ma di riattivare quella che già esiste, restituendole forza politica, credibilità e capacità di agire per un solo fine: ricostruire la pace. È su questa possibilità che l’Italia e l’Europa, insieme a tutte le loro Istituzioni e rappresentanze della società civile, dovrebbero riflettere.

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