25/09/2026
Europa

Le elezioni presidenziali francesi e i possibili effetti sull’Unione Europea

di Giandomenico Manieri

Con il sistema partitico francese sempre più frammentato e l'equilibrio centrista di Emmanuel Macron ormai in fase di superamento, le presidenziali del 2027 si preannunciano come un appuntamento decisivo non solo per gli equilibri interni di Parigi, ma anche per il futuro ruolo della Francia nell'Unione europea e nello scenario internazionale.

Tra il 18 aprile e il 2 maggio 2027, i cittadini francesi saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Le elezioni si svolgeranno in un contesto politico caratterizzato da una crescente frammentazione del sistema partitico e dal progressivo superamento dell’equilibrio centrista incarnato dalla presidenza di Emmanuel Macron. L’esito del voto potrebbe quindi avere conseguenze rilevanti non soltanto sull’indirizzo politico interno della Francia, ma anche sul suo ruolo all’interno dell’Unione europea e, più in generale, nello scenario internazionale.

Di fronte a un’offerta elettorale particolarmente articolata, con candidature provenienti da diverse aree politiche, diventa quindi necessario interrogarsi sulle possibili traiettorie che potrebbero emergere dalle urne. Dal campo centrista e dalla destra moderata, rappresentati da figure come Édouard Philippe e Gabriel Attal, alla destra nazionalista del Rassemblement National, fino alle diverse componenti della sinistra, il panorama politico francese appare oggi profondamente frammentato. Il sistema elettorale a doppio turno assume in questo contesto un ruolo particolarmente rilevante: dopo un primo turno aperto a tutti i candidati, i due più votati si affrontano al secondo turno, rendendo decisive le dinamiche di alleanza, desistenza e trasferimento dei voti tra i diversi schieramenti. Sarà quindi la configurazione del secondo turno a determinare quale orientamento politico potrà prevalere. Le diverse combinazioni possibili non avranno infatti soltanto conseguenze sulla politica interna, ma potrebbero modificare significativamente la posizione della Francia nei confronti dell’Unione europea, dei suoi principali partner e degli equilibri geopolitici internazionali.

Un paesaggio politico frammentato

Attualmente sono diverse le figure politiche che potrebbero concorrere alla presidenza della Repubblica francese nel 2027. Tra queste, il Rassemblement National rappresenta una delle principali forze in campo, con Marine Le Pen e Jordan Bardella come possibili candidati alla presidenza e alla direzione del governo. Sempre a destra, il presidente dei Républicains, Bruno Retailleau, potrebbe entrare nella competizione, confrontandosi con Édouard Philippe, ex primo ministro durante la prima fase della presidenza Macron e oggi sempre più orientato verso posizioni di destra moderata.

Sul fronte centrista, Gabriel Attal, anch’egli ex primo ministro e attuale presidente di Renaissance, il partito fondato da Emmanuel Macron, rappresenta una delle principali figure in grado di raccogliere l’eredità politica del presidente uscente e di proporre una continuità rispetto alla linea politica degli ultimi anni.

A sinistra, invece, il panorama appare particolarmente frammentato. Se nel 2024 il Nouveau Front Populaire aveva permesso alle principali forze della sinistra di presentarsi unite alle elezioni legislative, nel 2027 una simile configurazione appare oggi più difficile da riproporre. Tra le possibili candidature figurano infatti Marine Tondelier per Les Écologistes, Olivier Faure per il Parti socialiste e Jean-Luc Mélenchon per La France insoumise. A questi si è aggiunto Raphaël Glucksmann, che rappresenta una componente della sinistra socialdemocratica e fortemente europeista.

Il primo turno: la corsa al ballottaggio

La frammentazione del panorama politico francese assume particolare rilevanza alla luce del sistema elettorale a doppio turno. Se nessun candidato raggiunge la maggioranza assoluta al primo turno, infatti, soltanto i due più votati accedono al ballottaggio. In un contesto caratterizzato da numerose candidature, la dispersione dei consensi potrebbe quindi rendere particolarmente incerta la corsa per il secondo posto.

Gli ultimi sondaggi disponibili confermano questa dinamica. Secondo un’indagine Ipsos bva-CESI realizzata per Le Parisien tra il 31 agosto e il 2 settembre 2026, Marine Le Pen si colloca nettamente in testa, ottenendo tra il 34% e il 36% delle intenzioni di voto a seconda delle configurazioni considerate. Molto più aperta appare invece la competizione per la seconda posizione. Édouard Philippe si attesta tra il 1,5% e il 16,5% quando è candidato insieme a Gabriel Attal, mentre Jean-Luc Mélenchon oscilla tra il 15% e il 17%. Raphaël Glucksmann si colloca tra l’11,5% e il 14%, mentre Bruno Retailleau raggiunge tra il 6% e il 10%. Lo stesso sondaggio mostra inoltre quanto la presenza di più candidati appartenenti allo stesso campo possa incidere sull’esito del primo turno: qualora Édouard Philippe fosse l’unico candidato del blocco centrale, il suo consenso salirebbe infatti tra il 19% e il 22,5%.

Questi dati mostrano come la configurazione delle candidature potrebbe risultare determinante per l’accesso al secondo turno. La presenza contemporanea di più candidati appartenenti al centro, alla destra moderata o alla sinistra potrebbe infatti frammentare i rispettivi elettorati, favorendo le forze politiche dotate di una base elettorale più consolidata. In questo senso, la vera incognita del primo turno non riguarda soltanto la possibilità di una vittoria del Rassemblement National, oggi nettamente in testa nei sondaggi, ma soprattutto l’identità del candidato che riuscirà a conquistare il secondo posto. Saranno quindi le eventuali aggregazioni, alleanze e dinamiche di desistenza a determinare la configurazione del ballottaggio e, di conseguenza, il confronto decisivo per la presidenza della Repubblica.

Il ballottaggio: quale Francia dopo il primo turno?

Se il primo turno servirà a misurare i rapporti di forza tra le diverse forze politiche, sarà il ballottaggio a determinare la direzione che la Francia prenderà nei successivi cinque anni. La configurazione dei due candidati qualificati potrebbe infatti produrre esiti politici profondamente differenti. L’ipotesi di un confronto tra Marine Le Pen e un candidato del centro o della destra moderata, come Édouard Philippe, non avrebbe le stesse implicazioni di un eventuale duello tra il Rassemblement National e Jean-Luc Mélenchon. Allo stesso modo, un confronto tra due forze non riconducibili agli attuali principali poli di polarizzazione modificherebbe radicalmente le dinamiche di trasferimento dei voti al secondo turno.

La questione centrale diventerebbe quindi quella degli elettori dei candidati esclusi al primo turno. In una competizione caratterizzata da una forte frammentazione, il risultato finale potrebbe dipendere non soltanto dalla capacità dei due finalisti di mobilitare il proprio elettorato, ma anche dalla possibilità di attrarre i consensi provenienti dagli altri schieramenti. Il tradizionale «fronte repubblicano» contro il Rassemblement National, che in passato aveva favorito il trasferimento dei voti degli elettori moderati verso il candidato opposto all’estrema destra, appare oggi meno scontato. La crescente polarizzazione del sistema politico francese e la perdita di consenso dei partiti tradizionali rendono infatti più incerta la scelta degli elettori esclusi dal secondo turno.

Le diverse configurazioni del ballottaggio non rappresenterebbero dunque soltanto differenti possibilità di alternanza alla guida della Francia, ma anche altrettante ipotesi di trasformazione della sua posizione internazionale. Una vittoria del Rassemblement National potrebbe mettere in discussione alcuni degli orientamenti europeisti e internazionalisti consolidatisi durante gli anni Macron, mentre una vittoria di un candidato centrista o di centro-destra potrebbe garantire una maggiore continuità, pur con possibili evoluzioni della politica europea e di sicurezza. Un eventuale successo della sinistra radicale guidata da Jean-Luc Mélenchon aprirebbe invece un’altra prospettiva, con possibili conseguenze sulla politica economica, sulla NATO e sul rapporto della Francia con l’Unione europea. È quindi proprio dal risultato del ballottaggio che si potrà comprendere se il 2027 rappresenterà una semplice alternanza politica o un vero punto di svolta per la postura geopolitica francese.

Le conseguenze geopolitiche di una svolta francese

Il risultato delle elezioni presidenziali del 2027 non determinerà soltanto l’indirizzo della politica interna francese, ma potrebbe incidere profondamente anche sugli equilibri europei e internazionali. La Francia occupa infatti una posizione centrale nell’Unione europea, è una potenza nucleare e un membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, oltre a rappresentare uno dei principali attori militari e diplomatici del continente. Un eventuale cambiamento della maggioranza politica a Parigi potrebbe quindi avere ripercussioni che oltrepassano i confini nazionali.

Uno dei principali terreni di confronto riguarderà il rapporto tra sovranità nazionale e integrazione europea. Sebbene la maggior parte dei principali candidati non proponga formalmente l’uscita della Francia dall’Unione europea, le loro concezioni del progetto europeo sono profondamente differenti. Il Rassemblement National tende a privilegiare il recupero di competenze a livello nazionale e una riduzione dell’influenza delle istituzioni europee, mentre Jean-Luc Mélenchon propone una trasformazione radicale dell’Unione, arrivando a prevedere forme di disobbedienza alle regole europee qualora queste ostacolassero l’attuazione del suo programma. Al contrario, un’eventuale vittoria di un candidato centrista o socialdemocratico potrebbe tradursi in una maggiore continuità con l’impostazione europeista degli ultimi anni, pur con possibili richieste di maggiore autonomia strategica europea.

Particolarmente rilevanti sarebbero inoltre le conseguenze sulla politica estera e di sicurezza europea. La guerra in Ucraina ha infatti riportato la difesa e la sicurezza al centro dell’agenda dell’Unione, mentre la questione del futuro ruolo degli Stati Uniti in Europa rende sempre più importante il dibattito sull’autonomia strategica europea. In questo contesto, le posizioni dei diversi candidati potrebbero produrre orientamenti significativamente differenti, soprattutto per quanto riguarda il sostegno all’Ucraina, il rapporto con la NATO e la costruzione di una capacità di difesa europea. Le recenti dichiarazioni provenienti dal campo del RN sulla possibilità di ridimensionare il sostegno francese a Kyiv mostrano già quanto la questione possa diventare centrale nella campagna elettorale.

Anche il rapporto franco-tedesco potrebbe risentire dell’esito delle elezioni. La cooperazione tra Parigi e Berlino costituisce uno dei principali motori dell’integrazione europea e una modifica significativa della posizione francese nei confronti dell’UE, della politica di difesa o delle relazioni con gli Stati Uniti potrebbe modificare gli equilibri interni all’Unione. La questione non riguarderebbe quindi soltanto la direzione presa dalla Francia, ma la capacità stessa dell’Europa di elaborare una posizione comune sulle principali crisi internazionali.

Il 2027 potrebbe dunque rappresentare un punto di svolta nella postura geopolitica francese. La vera incognita non sarà soltanto stabilire chi occuperà l’Eliseo, ma comprendere quale rapporto il nuovo presidente vorrà costruire tra sovranità nazionale, integrazione europea e impegno internazionale. In questo senso, l’elezione francese potrebbe trasformarsi in uno degli appuntamenti politici più rilevanti per la definizione degli equilibri europei della seconda metà degli anni 2020.

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