Dopo anni di trattative e lo stallo del 2023, l’UE e l’Australia hanno concluso i negoziati per un accordo di libero scambio. Che cosa ha reso possibile superare le precedenti divergenze? Quali opportunità si aprono ora per imprese e consumatori?
L’Unione europea e l’Australia collaborano in moltissimi ambiti e hanno sempre mantenuto la volontà di portare a termine il negoziato. È quasi naturale raggiungere un accordo quando il commercio bilaterale ammonta già a svariate decine di miliardi di euro all’anno, con l’UE che rappresenta il terzo partner commerciale dell’Australia e il secondo investitore estero nel Paese. A rendere possibile l’intesa è stata la consapevolezza di aver raggiunto una soluzione vantaggiosa per entrambe le parti.
Naturalmente, alcuni settori traggono maggiori benefici di altri. L’agricoltura è il comparto che ha richiesto i compromessi più delicati, mentre quello delle materie prime critiche è tra i principali beneficiari. Sul fronte agricolo siamo riusciti a trovare un punto di equilibrio attraverso la definizione di quote di accesso al mercato europeo per la carne bovina, quella ovina e i prodotti lattiero-caseari. In particolare, per la carne bovina è stata stabilita una quota di circa 35.000 tonnellate, pari a un aumento di quasi otto volte rispetto alla situazione precedente.
L’Unione europea e l’Australia hanno poi concordato la tutela di una serie di indicazioni geografiche nei rispettivi mercati. Dato che l’Australia aveva posto una linea rossa sulla possibilità di continuare a utilizzare determinate denominazioni, come quella della feta, abbiamo raggiunto un’intesa sui cosiddetti grandfather rights. In questo modo, i produttori australiani che utilizzano queste denominazioni in buona fede e continuativamente da almeno cinque anni possono continuare a farlo, nel rispetto delle condizioni concordate.
Vi è infine il vantaggio relativo agli investimenti diretti esteri. La legislazione australiana prevede infatti un meccanismo di controllo degli investimenti stranieri al superamento di determinate soglie, mentre i Paesi che hanno concluso un accordo di libero scambio con l’Australia beneficiano di condizioni decisamente più favorevoli.
Nel marzo 2026, UE e Australia hanno firmato una Security and Defence Partnership. Che forme concrete di cooperazione prevede? E quale valore aggiunge alla sicurezza europea e indo-pacifica, ormai sempre più interconnesse?
La Security and Defence Partnership non è un trattato di assistenza militare reciproca e non contiene una clausola di difesa comune. Si tratta piuttosto di un partenariato che prevede la cooperazione in numerosi ambiti, da quello industriale alla lotta al terrorismo. A mio avviso, il suo aspetto più promettente riguarda la cooperazione nell’industria della difesa.
L’UE e l’Australia incontrano difficoltà non tanto nel finanziamento, quanto nella produzione di materiale per la difesa. Il partenariato apre quindi la prospettiva di un’integrazione industriale ancora più profonda rispetto a quella attuale. Naturalmente, ciò è possibile perché parliamo di partner che condividono valori e interessi. L’UE ha inoltre un forte interesse a percorrere questa strada, considerando che il procurement nell’ambito della difesa australiana ammonta a circa 30 miliardi all’anno.
UE e Australia hanno poi raggiunto un accordo per la partecipazione australiana a Horizon Europe. In un contesto di crescente competizione tecnologica internazionale, quale valenza strategica assume la cooperazione scientifica?
Ha una grandissima valenza strategica. In prospettiva, la partecipazione australiana a Horizon Europe potrebbe portare benefici persino maggiori rispetto all’accordo di libero scambio. L’associazione consente alle entità australiane di partecipare al programma come se fossero europee, proponendo temi di ricerca e creando consorzi di cui possono assumere il coordinamento. L’Australia presenta una produzione scientifica elevatissima rispetto alla sua popolazione, oltre a un notevole potenziale scientifico e industriale.
L’associazione a Horizon Europe rappresenta quindi l’altra faccia della medaglia dell’accordo di libero scambio, favorendo la creazione di partenariati tra università, imprese e studenti. È importante sottolineare che Horizon Europe è aperto ai Paesi democratici, caratterizzati dalla libertà accademica e di pensiero e da un’elevata capacità scientifica.
Nel recente discorso sullo stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha parlato della possibilità che il Canada diventi il primo “membro associato” dell’UE, status che rappresenterebbe una nuova forma di relazione con Paesi affini al di fuori dell’Europa. Potrebbe in futuro un modello di questo tipo essere immaginato anche per l’Australia? Pensa che Canberra sarebbe interessata a tale opportunità?
I Trattati prevedono modalità di associazione da stabilire caso per caso. Personalmente, non credo che oggi l’Australia sia interessata a un’associazione formale con l’UE. Quello che vedo, invece, è un Paese interessato ad approfondire ulteriormente la cooperazione con l’Unione sul piano pratico, attraverso l’attuazione dell’accordo di libero scambio, l’associazione a Horizon Europe, la Security and Defence Partnership e il partenariato sulle materie prime critiche. Credo che questo sia sufficiente.
D’altronde, pur scegliendo di investire nelle relazioni con altre democrazie occidentali, per l’Australia la priorità rimane la propria regione, vale a dire l’ASEAN, il Pacifico e l’alleanza con gli Stati Uniti.
L’UE sottolinea da tempo l’importanza strategica dell’Indo-Pacifico e la necessità di rafforzare le relazioni con i partner asiatici e del Pacifico. In che misura una maggiore cooperazione con l’Australia consolida il ruolo dell’UE nella regione? Cosa manca ancora all’UE per divenire un attore rilevante e credibile nelle dinamiche indo-pacifiche?
UE e Australia condividono un approccio fondato sul rispetto dell’autonomia di ciascuno Stato. Propongono un modello simile in materia di sviluppo e connettività, basato su progetti sostenibili nel lungo periodo, una combinazione di sovvenzioni e prestiti e il rispetto delle istituzioni locali.
Il nostro modello di sviluppo è alternativo rispetto a quello di altri attori della regione, le cui iniziative spesso conducono a trappole del debito senza favorire lo sviluppo locale. In questo senso, la cooperazione con l’Australia rafforza l’Unione europea e, più in generale, l’Occidente, inteso come modello di società e di sviluppo sostenibile nel lungo periodo.
Ritengo che l’UE sia già un attore credibile nell’Indo-Pacifico. Siamo probabilmente late-comers, ma ci stiamo facendo rispettare. Sicuramente, è importante sottolineare l’interconnessione tra la sicurezza europea e quella indo-pacifica. Quanto accade in Ucraina si verifica, mutatis mutandis, anche nelle dinamiche dell’Indo-Pacifico, senza dimenticare il crescente coordinamento russo-cinese e la presenza di truppe nordcoreane in Ucraina.
Dato che una parte significativa del commercio europeo e degli interessi di sicurezza dell’UE è legata a questa regione, mantenere un Indo-Pacifico libero e aperto è un interesse vitale per l’Unione europea, tanto quanto garantire la sicurezza del teatro ucraino.


