05/11/2026
Politica Militare

Il 4 novembre e i rapporti tra società e Forze armate in Italia

di Matteo Mazziotti di Celso

L’iniziativa del Villaggio Difesa è importante per avvicinare gli italiani alle loro forze armate. Ma servono più strumenti di questo tipo, perché in Italia conosciamo ancora troppo poco i nostri militari.

Anche quest’anno, in occasione delle celebrazioni per il 4 novembre, Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, la Difesa ha allestito al Circo Massimo di Roma il ‘Villaggio Difesa’, uno spazio espositivo dove tutti i visitatori possono incontrare i militari italiani e conoscere da vicino il loro lavoro attraverso stand, mezzi, equipaggiamenti e dimostrazioni. L’iniziativa è stata ripresa dall’attuale governo, il quale ha deciso di ridare vita a un evento che era rimasto sospeso a lungo.

La decisione del governo di ridare vita a questa iniziativa è lodevole. Il Villaggio Difesa, infatti, costituisce una delle pochissime opportunità attraverso le quali i cittadini italiani possono incontrare e conoscere da vicino le loro Forze armate. Eventi di questo tipo svolgono un ruolo cruciale nel migliorare il rapporto tra società e Forze armate, perché contribuiscono a diffondere nella società italiana informazioni sull’istituzione militare. Come ha ampiamente dimostrato la ricerca scientifica sul tema, l’informazione è di fondamentale importanza per un buon rapporto tra società e Forze armate. Innanzitutto, perché la scarsa conoscenza della professione militare può rafforzare i pregiudizi e ridurre il livello di fiducia e di sostegno nei confronti dell’istituzione. Una recente ricerca dell’Università di Genova (ancora in fase di pubblicazione) ha documentato come, in Italia, la percentuale di italiani che conosce meglio la difesa esprime maggiore fiducia per le Forze armate italiane e maggiore supporto verso la spesa militare. In secondo luogo, l’informazione è fondamentale per assicurare buoni livelli di reclutamento. D’altronde, è logico supporre che chi conosce poco l’istituzione sia meno incline a considerare una carriera militare, proprio perché ha pochi elementi per valutarla. A sostegno di questa ipotesi vi sono anche riscontri empirici nel caso italiano. In uno studio del 1993, intitolato I volontari a ferma prolungata: un ritratto sociologico e pubblicato su ‘Rivista Militare’, Fabrizio Battistelli ha rilevato che il numero di candidati in rapporto alla popolazione residente era più alto nelle aree in cui erano presenti basi militari. Il dato suggerisce che un maggiore contatto con le Forze armate possa tradursi in più domande di arruolamento.

Nonostante la riconosciuta importanza dell’informazione e degli strumenti che ne consentono la diffusione nella società, in Italia sono davvero poche le occasioni di scambio tra Forze armate e cittadini. Al di là del Villaggio Difesa – iniziativa importante che è però rimasta sospesa per anni – le principali occasioni di incontro sono la parata del 2 giugno lungo i Fori Imperiali e gli interventi delle Forze armate in caso di calamità naturali o a supporto delle forze di polizia. La parata è però poco efficace a questo scopo, perché non prevede un vero e proprio momento di scambio tra le Forze armate e i cittadini. Gli interventi sul territorio, soprattutto quelli a supporto delle forze di polizia – Strade Sicure in primis – contribuiscono invece a far conoscere le Forze armate e a rafforzare il sostegno all’istituzione. Tuttavia, ne promuovono un’immagine lontana da quella legata al loro compito primario, la difesa dello Stato e dei suoi interessi. In altre parole, diffondono un’informazione parziale e, per questo, talvolta fuorviante.

Tutto sommato, quindi, c’è ancora molto da fare. La distanza tra società e Forze armate resta troppo grande. Una grande prova di questo è il fatto che le Forze armate italiane reclutano principalmente nelle regioni del sud (l’Esercito solo il 9% dal Nord Italia, dati 2023) dove c’è più interesse, anche perché c’è più familiarità con l’istituzione, soprattutto grazie ai legami famigliari, e molto meno al nord, dove si registrano meno contatti. Ma anche il fatto che, come testimonia un recente sondaggio dell’Università di Genova, gli italiani possiedono una scarsa conoscenza dell’istituzione militare.

A questo problema le autorità politiche avrebbero dovuto pensare quando, nel 2005, decisero di sospendere la leva, che era uno strumento divenuto sempre meno popolare, ma che era molto efficace, quando si applicava a tutti, per mescolare i due mondi e diffondere informazioni e conoscenza delle Forze armate nella società. Uno dei rischi delle forze armate professionali, infatti, è proprio quello dell’isolamento, della rottura del rapporto con la società, dovuta proprio allo scarso contatto con la popolazione. Lo avevano capito le nostre autorità militari, che negli anni ’90 sulle pagine di Rivista Militare mettevano in guardia la politica da questo pericolo. E infatti proposero nel 2001, proprio per risolvere il problema, l’istituzione di una Guardia Nazionale (Disegno di Legge n. 625, d’iniziativa Manfredi) italiana. Tra le ragioni che venivano elencate a favore dell’iniziativa, vi era il fatto che “l’abolizione della leva e l’istituzione di Forze Armate professionali separa irreparabilmente queste ultime dal paese con l’effetto negativo di estraniare i militari dalle finalità peculiari di ogni esercito: il senso di appartenenza al proprio popolo, fattore determinante quando è in pericolo l’integrità e la salvaguardia del Paese.” La proposta, però, non incontrò il favore della politica.

Le cose andarono diversamente in altri Paesi, come la Francia. Qui, per mantenere un legame tra le Forze armate e la società dopo la sospensione della leva, la riforma del servizio nazionale del 1997 istituì la Journée d’appel de préparation à la défense, organizzata per la prima volta nel 1998. L’iniziativa esiste ancora oggi con il nome di Journée défense et citoyenneté (JDC) e la partecipazione è obbligatoria per i giovani francesi, ragazze e ragazzi. Durante la giornata, i partecipanti incontrano il personale militare, scoprono i compiti delle Forze armate e ricevono informazioni sulle possibilità di arruolarsi o di entrare nella riserva. Il programma, rinnovato nel 2025, prevede anche attività pratiche, tra cui un gioco di ruolo basato su uno scenario di crisi, un laboratorio di tiro sportivo al laser, una presentazione dei mestieri militari in realtà virtuale e un pranzo con una razione militare. Inoltre, la Francia mantenne anche una riserva militare consistente, che riorganizzò con una legge del 1999 per integrare le Forze armate ormai professionali. All’inizio del 2024 la riserva operativa del Ministero delle Forze armate contava circa 40.000 volontari, saliti a quasi 49.000 alla fine del 2025, senza contare i riservisti della Gendarmeria. La riserva è importante perché consente a molti cittadini di entrare a far parte delle forze armate per un breve periodo di tempo, senza lasciare il proprio lavoro, e poi ritornare nella società civile, diffondendo informazioni sui militari e sulle loro competenze.

Grazie anche a queste iniziative, in Francia esiste un miglior rapporto tra forze armate e società. Ciò è dimostrato non solamente dal maggiore livello di fiducia, che tra il 2017 e il 2024 è oscillato tra l’88% e il 79% – in Italia si attesta intorno al 68% –, ma anche dal maggiore supporto verso la spesa militare – in Francia più del 50% è d’accordo, in Italia meno del 30%, secondo un sondaggio dell’ECFR.

La difesa italiana sta lavorando a questo. Si sta lavorando, per esempio, a una nuova riserva. Nel 2022, dopo l’inizio dell’offensiva russa in Ucraina, la Difesa ha proposto l’istituzione di una Riserva Ausiliaria dello Stato, composta da circa 10.000 volontari. In un primo momento, l’idea ha trovato un certo favore, al punto che il governo ha ricevuto una delega legislativa per realizzarla. Successivamente, però, la delega è stata lasciata scadere. La proposta attualmente in discussione tenta nuovamente di colmare il deficit attraverso tre componenti distinte: una riserva operativa di ex militari, una riserva specialistica e una riserva territoriale destinata soprattutto alle emergenze e alle operazioni interne. Quest’ultima sarebbe particolarmente opportuna, soprattutto perché consentirebbe all’Esercito di liberarsi dell’ormai quasi ventennale operazione «Strade Sicure», attività che svilisce la professionalità dei militari e che sottrae all’addestramento quasi ventimila unità all’anno, secondo le parole delle autorità militari. Anche questa riforma, però, non sembra trovare il consenso politico sufficiente per vedere la luce. Nel disegno di legge n. 2028, “Disposizioni per il rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale”, recentemente presentato in parlamento, non figura più la riforma della riserva.

In sostanza, c’è ancora molto da fare per avvicinare gli italiani alla difesa. Il Villaggio Difesa è un passo nella direzione giusta. Occorre dare continuità a iniziative di questo tipo, creando durante tutto l’anno occasioni in cui i cittadini possano incontrare i militari, fare domande e conoscere il loro lavoro. La riforma delle forze di riserva, che consentono esperienze brevi ma utili per portare conoscenza nella società, rappresenta un primo importante passo per migliorare la situazione. E poi occorre avere il coraggio di parlare con franchezza di ciò che le Forze armate fanno e del perché esistono. Operazioni come Strade Sicure rendono i militari visibili, ma mostrano solo una parte del loro lavoro, sicuramente non la più importante. Se vogliamo che gli italiani conoscano davvero le proprie Forze armate, dobbiamo raccontare come esse si preparano al loro compito primario, la difesa dello Stato e dei suoi interessi.

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