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TematicheStati Uniti e Nord AmericaL’Accordo sul Nucleare Iraniano sembra sempre più lontano

L’Accordo sul Nucleare Iraniano sembra sempre più lontano

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Il 29 novembre riprenderanno le negoziazioni per il riavvio dell’Accordo sul Nucleare Iraniano, sospese in ultima battuta nel giugno 2021 a seguito del cambio di presidenza iraniana. Il revival dell’Accordo è stato a lungo auspicato e tentato, ma tradurlo in realtà si è dimostrato affare ben più complesso di quanto sperato come hanno testimoniato i sei round consultivi tenuti durante i primi mesi dell’Amministrazione Biden. Adesso ogni giorno trascorso riduce i benefici dell’Accordo stesso, mentre Teheran cerca di posticipare il ritorno al tavolo negoziale e Washington comincia a vagliare concretamente un’ipotesi di piano B.

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Nonostante tutto ciò che sia stato detto dall’Amministrazione democratica c’è una percezione che Washington non riuscirà a decostruire in Teheran la sensazione di quest’ultima di essere stata trattata in maniera irrispettosa e ingannevole. Il lascito trumpiano sarà difficile da superare e finisce per aggiungersi alle altre criticità che hanno ostacolato il revival dell’Accordo. L’Iran ha progressivamente ridotto la cooperazione con l’International Atomic Energy Agency dopo che la stessa ha rifiutato di condannare l’uccisione dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh e il sabotaggio delle installazioni iraniane connesse all’arricchimento di uranio, per cui è accusato Israele. Tuttavia, l’Iran ha anche intrapreso una serie di iniziative proattive per bypassare il tentativo di isolamento statunitense.

La politica estera statunitense

L’inquilino democratico della Casa Bianca ha ripetuto più volte, anche in occasione del recente G20, che l’impegno statunitense è solido e che l’unico caso in cui si pondererebbe nuovamente il ritiro dall’Accordo sarebbe l’inadempienza di Teheran. A margine del lungo weekend a Roma, gli Stati Uniti hanno incontrato la Germania, la Francia e il Regno Unito per affrontare il tema. Infine, le potenze hanno diffuso un comunicato che ha riaffermato l’impegno statunitense a rientrare, nel lungo periodo, in piena conformità all’Accordo, finché l’Iran farà lo stesso.

Teheran vorrebbe che la continuità dell’impegno statunitense divenisse una clausola dell’Accordo stesso, ma neppure il presidente ha quel potere. In termini legali, l’Accordo sul Nucleare iraniano non è un trattato approvato dal Senato statunitense e dunque non può segnare il corso decisionale delle prossime amministrazioni. Nondimeno Biden, incontrando le altre potenze europee coinvolte nelle negoziazioni, ha dato prova di un impegno che resiste nonostante l’ennesima criticità incontrata. Allo stesso modo, non sarà passato in osservato il discorso del presidente democratico al G20 in cui ha dichiarato che gli Stati Uniti risponderanno agli attacchi iraniani in Paesi come la Siria, nonostante si preferisca ricorrere a strumenti di leverage economico a discapito della forza militare se l’Iran non tornasse al tavolo delle negoziazioni. L’incertezza circa le intenzioni di Teheran sono state condivise anche dal Segretario di Stato Blinken che ha affermato che gli Stati Uniti sostengono totalmente le altre potenze europee nel tentativo di persuadere l’Iran a tornare al tavolo negoziale, in maniera significativa. Se così non fosse, gli Stati Uniti vaglierebbero altre ipotesi.

Le tempistiche dilatate cominciano ad essere interpretate come un escamotage per rafforzare le riserve di uranio, indebolire il processo ispettivo guidato dalle Nazioni Unite e acquisire maggiori conoscenze sull’utilizzo di centrifughe per produrre uranio arricchito. Il valore di ritornare all’Accordo si riduce ogni giorno e così il potere della diplomazia dell’Iran acquisisce maggiore tecnologia.

La politica estera iraniana

La presidenza retta da Raisi in Iran non vede tra i suoi principali obiettivi di politica estera il ritorno all’Accordo, preferisce piuttosto incrementare la capacità di rispondere agilmente agli Stati Uniti, in caso le negoziazioni portassero ad un nulla di fatto, e separare la prosperità economica del Paese dagli esiti dell’Accordo, migliorando i legami economici con l’Asia. Infatti, le condizioni economiche nel Paese sono in peggioramento. Queste fungono a un tempo da elemento cinetico e centrifugo rispetto all’Accordo. Se, da un lato, queste potrebbero rappresentare un ulteriore motivo per rafforzare l’economia nazionale, stringendo nuovi legami commerciali, dall’altro le condizioni economiche in deterioramento sono anche un leverage per riprendere parte attivamente e propositivamente ai negoziati. Su quest’ultimo punto, Washington sembra avere edificato un presunto Piano B.

Gli Stati Uniti potrebbero ricorrere all’uso di misure coercitive economiche e minacce di uso della forza per assicurarsi la conformità di Teheran. I leader iraniani, tuttavia, potrebbero essere scarsamente ricettivi rispetto ai benefici dell’Accordo, timorosi che ciò non impedirebbe a Washington di tenere incastrato il Paese. È infatti opinione del ministro degli Esteri iraniano che le negoziazioni siano superflue. Secondo il Ministro, basterebbe che Biden promulgasse un ordine esecutivo per rientrare nell’Accordo e sospendere le sanzioni che gravano sull’Iran. In ragione di ciò, Teheran è piuttosto interessata a rafforzare la resilienza e l’indipendenza – economica e militare – del Paese e dell’intera nazione persiana sciita. 

L’Iran si guarda intorno

Il Paese è impegnato a solidificare la rete delle alleanze regionali. Stando ad una dichiarazione dell’oramai ex generale Soleimani, sei eserciti guidati dall’ideologia e supportati dal popolo sono stati costituiti per fronteggiare gli Stati Uniti: Hezbollah in Libano, Hamas e il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina, gli Houthis in Yemen, forze siriane a favore dell’Iran, e le forze di mobilitazione popolare in Iraq. L’asse della resistenza, come viene chiamato a Teheran, dovrebbe proteggere il Paese dagli attacchi degli avversari. L’Iran vede ulteriori alleati in Paesi che non condividono le sanzioni. Potenziali alleati, almeno sul versante economico, potrebbero essere Cina e Russia.

Non è dunque una coincidenza che il 40% delle iniziative iraniane in politica estera sia indirizzata verso diplomazia economica e commercio con l’estero. Si potrebbe azzardare che un ritorno all’Accordo implicherebbe maggiore crescita economica, anche grazie alla recente partecipazione alla Shangai Cooperation Organization. Tuttavia, bisogna considerare che gli altri Paesi partner dell’Iran non sono economie floride e temono a loro volta le sanzioni degli Stati Uniti. L’obiettivo ultimo dell’Iran vedrebbe la regione un’area senza il dollaro statunitense, resiliente alla nuova guerra economica lanciata dagli Stati Uniti. Ma l’Iran ha volto il suo sguardo anche altrove, tentando di ottenere rassicurazioni da parte dell’Europa, nell’eventualità in cui gli Stati Uniti sospendessero, nuovamente, l’Accordo. In particolare, l’Iran si auspica che l’Unione Europea aumentasse i fondi per l’Instrument in Support of Trade Exchanges (INSTEX), strumento che ha permesso all’Unione Europea e all’Iran di oltrepassare le sanzioni imposte. In particolare, Teheran vorrebbe il coinvolgimento di Russia e Cina, nonostante lo strumento non abbia spiccato per funzionalità.

Asimmetrie

Bisogna anche prendere atto dell’asimmetria che sembra esistere tra Stati Uniti e Iran. Il framework dell’Accordo prevede dei benchmark netti circa le obbligazioni dell’Iran verificabili dall’International Atomic Energy Agency. Ma non vi è una formula altrettanto chiara circa i benefici che il Paese riceverà se rispetterà quanto stabilito dall’Accordo. D’altro canto, per gli Stati Uniti non sembrano essere stati fissati degli standard definiti, neppure in caso di deviazione dall’Accordo. Infatti, se esistono sanzioni previste per l’Iran ciò non si può dire per gli Stati Uniti, come dimostrato dai fatti. Il rischio, divenuto realtà secondo Teheran, è che l’Iran perda tutto il suo leverage e non ottenga i benefici sperati.

In principio, l’Iran aveva agito per garantire il rispetto dell’Accordo accettando la sorveglianza dell’International Atomic Energy Agency ed esportando il 98% dell’uranio arricchito, oltre a ridimensionare il programma per il nucleare. Nonostante ciò, le compagnie internazionali e le istituzioni finanziarie avevano continuato a non fidarsi della stabilità della decisione statunitense di sospendere permanentemente le sanzioni. L’esitazione nel concludere accordi con il Paese è stata confermata, non troppo tempo dopo, dalla presidenza Trump che si è ritirata dall’Accordo, imponendo nuove sanzioni. Dunque, il cambio di amministrazione negli Stati Uniti non ha fornito particolari rassicurazioni per l’Iran, che continua a ravvedere pericolose somiglianze nei correnti tentativi di negoziazione. Le rassicurazioni dell’inviato speciale per l’Iran Robert Malley che sostiene che il suo Paese interromperà le sanzioni rapidamente se Teheran dovesse accettare nuovamente i termini dell’Accordo, servono a ben poco. Queste sono piuttosto, nelle parole del ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian, esercizi di logopedia. A tal fine, bisognerebbe individuare le sanzioni connesse all’inosservanza dell’Accordo e quindi passibili di sospensione laddove i negoziati avessero esito positivo. Tuttavia, le sanzioni imposte durante l’Amministrazione Trump sono connesse alla mancanza di garanzia dei diritti umani e al supporto verso gruppi terroristici. La conseguenza diretta è che la maggior parte delle sanzioni potrebbe rimanere attive, a prescindere dai risultati delle negoziazioni.

Conclusioni

Le dinamiche instauratesi tra Stati Uniti e Iran sono ben illustrate dall’esperto di relazioni internazionali Mearsheimer. L’Iran per la sua posizione geografica, la sua storia, le sue risorse economiche è un naturale egemone regionale e, in quanto tale, rappresenta una potenziale minaccia per gli Stati Uniti e gli alleati in Medio Oriente. La pressione, economica, militare e politica è inevitabile. Senza volere ridurre le possibilità di un Accordo, si può tuttavia ritenere che le pressioni saranno semplicemente esercitate dagli Stati Uniti su altri tavoli.

Dal punto di vista iraniano, questa è solo l’ennesima tattica per estorcere concessioni al Paese mentre nessun problema sarà risolto alla base. Nulla di nuovo nei rapporti tra Stati Uniti e Iran, segnati dalla memoria storica. Per il Paese, il presidente George H. W. Bush ottenne il rilascio degli ostaggi in Libano senza onorare le sue promesse, il presidente George W. Bush si avvalse della collaborazione dell’Iran per abbattere ili regime talebano in Afghanistan nel 2001, salvo includere Teheran tra i Paesi facenti parte dell’asse del male qualche mese più tardi, e il presidente Barack Obama concluse l’Accordo sul Nucleare Iraniano senza tuttavia ridurre significativamente le sanzioni.

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