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24/04/2026
Stati Uniti e Nord America

La pazienza cinese e il logoramento americano nella guerra in Iran

di Cristina Martinengo

Di fronte alla guerra nel Golfo, la Cina non si limita a restare ai margini, ma dà attivamente significato alla propria neutralità. Un’ambiguità calcolata che riflette una strategia di lungo periodo nel confronto con gli Stati Uniti.

Dallo scoppio del conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran e dalla successiva escalation nel Golfo Persico, le principali potenze internazionali hanno reagito in modi diversi, riflettendo priorità strategiche e interessi regionali distinti. Tra queste, la Cina ha adottato una postura particolarmente cauta: formalmente orientata alla pace, ma al tempo stesso caratterizzata da una marcata ambiguità operativa. Più che un semplice non-allineamento, la posizione di Pechino appare come una costruzione narrativa sofisticata, finalizzata a massimizzare la flessibilità strategica senza esporsi direttamente sul piano politico o militare. Inoltre, Pechino sta cercando di sfruttare le conseguenze sulla supply-chain globale di petrolio e lo shock energetico per fare leva sulla dipendenza di Taipei dall’import di numerose materie prime, fra cui quelle provenienti dallo Stretto di Hormuz. 

Il confronto di lungo periodo tra Cina e Stati Uniti

Nel contesto della guerra in Iran, così come già osservato nel conflitto in Ucraina, la Cina non si limita ad astenersi dal prendere una posizione forte, ma modella attivamente la percezione della propria neutralità. Questo approccio, definito da parte della letteratura come neutralità strategica discorsiva, si fonda su un uso calibrato del linguaggio diplomatico, su critiche selettive alle azioni occidentali e su un costante richiamo al multilateralismo e al dialogo. In tal modo, Pechino si presenta come una potenza responsabile, pur mantenendo margini di manovra estremamente ampi.

Accanto a questa dimensione comunicativa, emerge una logica strategica più tradizionale: quella della pazienza. Piuttosto che contrastare direttamente l’impegno statunitense, la Cina sembrerebbe trarre vantaggio dall’eventuale sovraestensione americana, lasciando a Washington il peso di un conflitto complesso, potenzialmente prolungato e dalle conseguenze parzialmente incalcolabili. Questa scelta consente a Pechino di preservare relazioni regionali, tutelare interessi economici e, nel lungo periodo, beneficiare dell’erosione della capacità strategica statunitense. Inoltre, la non-intervention non equivale a inattività, ma rappresenta una scelta consapevole volta a preservare risorse, rafforzare la resilienza interna e consolidare posizioni strategiche mentre altri attori si espongono direttamente ai costi del conflitto. 

Tale comportamento non va interpretato come una risposta contingente alla crisi iraniana, bensì come espressione di una più ampia strategia di lungo periodo. L’obiettivo cinese non è sostituire gli Stati Uniti come egemone globale in senso classico, ma piuttosto indebolire progressivamente le strutture che sostengono il primato americano, favorendo un ordine internazionale più frammentato e policentrico. Pechino promuove dinamiche di multi-allineamento, rafforza istituzioni alternative e amplia la propria presenza in regioni strategiche come il Medio Oriente, evitando al contempo vincoli rigidi, nella convinzione che il logoramento progressivo degli avversari possa generare condizioni più favorevoli nel sistema internazionale.

Inoltre, un elemento che ha notevole impatto sugli equilibri strategico-militari nell’area dell’Indo-pacifico, riguarda la redistribuzione delle risorse militari statunitensi. L’escalation nel Golfo ha infatti già prodotto effetti tangibili sul dispositivo strategico globale di Washington, determinando uno spostamento di assetti dall’Asia Orientale all’Asia Sud-Occidentale. Analisi recenti evidenziano come una parte significativa delle capacità navali e missilistiche statunitensi sia attualmente concentrata nell’area del Golfo, contribuendo a ridurre la disponibilità di mezzi nel Pacifico e alimentando preoccupazioni tra gli alleati regionali. Episodi concreti confermano questa tendenza: sistemi di difesa avanzati sono stati ridislocati dall’Asia orientale al Medio Oriente, mentre componenti chiave della presenza militare statunitense sono state riallocate per sostenere le operazioni contro l’Iran. In termini strategici, lo spostamento delle risorse (temporaneo o meno) si traduce in una diminuzione della capacità di deterrenza americana nei confronti della Cina, soprattutto in uno scenario di conflitto prolungato contro l’Iran. Per Pechino, tale dinamica rappresenta un’opportunità significativa

Più che reagire direttamente, la Cina può trarre vantaggio da una configurazione in cui gli Stati Uniti, impegnati su più fronti, vedono ridursi la propria libertà di manovra. La crisi iraniana non solo non ostacola la strategia cinese, ma sembrerebbe creare delle condizioni favorevoli, consentendo a Pechino di consolidare la propria posizione nell’Indo-Pacifico mentre Washington redistribuisce attenzione e risorse da un’altra parte.

Come la guerra in Iran influisce su Taiwan

L’impatto del conflitto si estende ben oltre il Medio Oriente, raggiungendo, tra le altre aree, anche l’Indo-Pacifico e, in particolare, la questione taiwanese. La visita di questi giorni della leader del Kuomintang (KMT) in Cina continentale, su invito di Xi Jinping, ha segnato un momento significativo nelle relazioni tra Taipei e Pechino. Presentata come una “missione di pace”, essa ha messo in evidenza le profonde divisioni interne a Taiwan: da un lato, il Partito Progressista Democratico, orientato verso una linea più assertiva e deterrente; dall’altro, il KMT, favorevole a un riavvicinamento basato sul principio ambiguo di “una sola Cina”.

Per Pechino, questa frammentazione rappresenta un’opportunità strategica. Attraverso un coinvolgimento selettivo degli attori più inclini al dialogo, la Cina può rafforzare una strategia di pressione indiretta, che combina segnali militari o iniziative diplomatiche e costruzione narrativa, come in questo caso. Dato il contesto globale caratterizzato da crescente instabilità e imprevedibilità, la competizione nello Stretto non si gioca più esclusivamente sul piano militare, ma anche su quello politico interno, percettivo ed economico. 

A ciò si aggiunge il fatto che Taiwan occupa un ruolo centrale nella catena globale dei semiconduttori, un settore altamente energivoro, che rende la sua sicurezza energetica una questione di forte rilevanza. La guerra in Iran ha infatti messo in luce le vulnerabilità strutturali dell’isola, tra cui l’approvvigionamento energetico. Come riportato dall’Atlantic Council, Taiwan dipende dalle importazioni per circa il 95% del proprio fabbisogno energetico e per oltre il 99% di petrolio e gas naturale, con una forte esposizione al Medio Oriente e allo Stretto di Hormuz, da cui proviene circa il 38% del gas naturale e il 70% del petrolio. Oltre a questa dipendenza vi è una vulnerabilità strutturale del sistema energetico agli shockesterni: le riserve di gas naturale coprono appena circa undici giorni di consumo, un margine estremamente ridotto in caso di interruzioni delle forniture.

Allo stesso tempo, il peso del gas naturale nel mix energetico è in costante crescita e nel 2025 rappresenta quasi il 48% della produzione elettrica. Ciò significa che una quota sempre maggiore dell’elettricità taiwanese dipende da una fonte importata e difficilmente sostituibile nel breve periodo. Inoltre, la crisi attuale evidenzia come queste vulnerabilità siano aggravate dalla dinamica della domanda: nei mesi estivi, il fabbisogno elettrico può aumentare fino al 40% rispetto ai livelli invernali, rendendo ancora più difficile compensare eventuali shock nelle importazioni energetiche. 

In uno scenario di crisi, ad esempio attraverso un blocco marittimo o l’interruzione delle rotte energetiche, Pechino potrebbe sfruttare queste fragilità senza ricorrere a un conflitto militare aperto. La dipendenza energetica, dal punto di vista cinese, si configura come una leva capace di incidere rapidamente sulla capacità produttiva dell’isola, e dunque sulla sua indipendenza. Considerando che il settore elettronico assorbe già circa un quarto del consumo elettrico e che un singolo attore come TSMC rappresenta quasi il 10% della domanda, eventuali interruzioni dell’energia si tradurrebbero immediatamente in shock produttivi con effetti in tutto il mondo. 

In questo quadro, i cambiamenti derivanti dal conflitto nel Golfo, in particolare lungo i principali chokepoint marittimi come lo Stretto di Hormuz, non inciderebbero soltanto sulla sicurezza energetica di Taiwan, ma rischierebbero di innescare effetti a catena sull’economia internazionale. L’elevata intensità energetica della produzione di semiconduttori implica infatti che anche interruzioni temporanee dell’approvvigionamento possano tradursi rapidamente in shock dell’offerta tecnologica su scala mondiale. In questo senso, il conflitto nel Golfo non rappresenta un fronte separato, ma un elemento integrante della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina.