I negoziati per un accordo nucleare civile tra USA e Arabia Saudita sono in corso da quasi due decenni, in modo intermittente. Sotto l’amministrazione Bush, USA e Arabia Saudita firmarono un memorandum d’intesa (MOU) non vincolante per cooperare sull’energia nucleare civile, con cui l’Arabia Saudita si impegnava a basarsi sui mercati internazionali per il combustibile, senza arricchimento o riprocessamento.
Inoltre, con Obama e il primo Trump, si tentò di concludere l’accordo, ma il tentativo si bloccò per divergenze sulla non-proliferazione: gli USA chiesero il Protocollo Aggiuntivo dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) e la rinuncia all’arricchimento. L’ascesa dell’amministrazione Biden comportò ancora una ripresa dei colloqui, spesso legati a un pacchetto più ampio che includeva la normalizzazione diplomatica saudita con Israele. Tuttavia, gli sforzi rallentarono dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023.
Successivamente, l’insediamento della seconda amministrazione Trump ha impresso una netta accelerazione al rilancio dei negoziati bilaterali. Il percorso ha registrato una prima tappa fondamentale nel novembre 2025, in occasione della visita ufficiale del principe ereditario Mohammed bin Salman a Washington, culminata nella sottoscrizione di una Dichiarazione congiunta per il perfezionamento delle trattative. Il processo negoziale si è infine perfezionato il 22 luglio 2026 con la firma dell’Accordo 123, siglato dal Segretario all’Energia statunitense Chris Wright e dal Ministro dell’Energia saudita Abdulaziz bin Salman e requisito giuridico obbligatorio per permettere il trasferimento di tecnologia, materiali e reattori nucleari civili dagli Stati Uniti verso un Paese partner. Attualmente tale accordo è stato trasmesso al Congresso per la prescritta procedura di revisione della durata di novanta giorni.
Tuttavia, il futuro a breve termine di tale patto sembra incerto a causa del collegamento, stabilito dal presidente Donald Trump, tra l’accordo e l’adesione dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo, al fine di normalizzare le relazioni del regno con Israele.
L’allentamento delle salvaguardie statunitensi
La politica statunitense è sempre stata quella di limitare l’arricchimento dell’uranio e di chiedere ai paesi con programmi nucleari pacifici di aderire a un regime internazionale di monitoraggio e ispezione. Tuttavia negli ultimi anni si sono verificate delle episodiche rotture, come nel caso dell’accordo del 2006 sul nucleare civile con l’India sotto l’amministrazione Bush Junior, che ha sacrificato parzialmente il principio americano di non proliferazione in favore di un accordo bilaterale con l’India.
Allo stesso modo, Trump ha abbandonato la richiesta di lunga data degli Stati Uniti che l’Arabia Saudita adottasse un protocollo aggiuntivo in qualsiasi accordo di cooperazione nucleare. Pertanto, l’attuale accordo non impone l’adozione di un Protocollo Aggiuntivo ma prevede parallelamente garanzie bilaterali di salvaguardia tra Stati Uniti e Arabia Saudita, piuttosto che internazionali, alimentando forti interrogativi sul loro funzionamento e se siano sufficienti a fornire garanzie che il programma nucleare saudita rimarrà pacifico.
Il direttore generale dell’AIEA, Rafael Grossi, ha affermato che, nonostante il Protocollo aggiuntivo sia la configurazione ideale, Riyad si sta preparando a concedere poteri più invasivi all’AIEA, secondo i suoi obblighi principali previsti dall’Accordo globale sulle salvaguardie.
A questo proposito, è importante sottolineare l’asimmetria rispetto al modello emiratino del 2009. In quell’occasione, Abu Dhabi sottoscrisse un accordo nucleare con Washington, aderendo al cosiddetto “Gold Standard” della non-proliferazione. Al contrario, l’attuale accordo con l’Arabia Saudita non soddisfa tale standard e sembra preservare la possibilità di arricchimento del materiale fissile in futuro. Per questo motivo, se gli USA decidessero di portarlo a termine con queste condizioni, altri paesi potrebbero chiedere un allentamento simile delle restrizioni.
Contestualmente, se aprissero la strada all’arricchimento in Arabia audita, alcuni esperti temono che Mosca e Pechino si possano sentire legittimate ad offrire condizioni equivalenti altrove. Al contrario, un diniego da parte degli USA, comporterebbe il mantenimento di misure restrittive al fine di non destabilizzare ulteriormente le norme globali. Inoltre, una delle principali tesi a favore dell’accordo nucleare tra Washington e Riyad si fonda sulla logica secondo cui un eventuale rifiuto statunitense di cooperare allo sviluppo del programma civile saudita spingerebbe quest’ultima verso partner alternativi come Russia o Cina, caratterizzati da standard di non proliferazione e sicurezza meno rigorosi. Ciononostante, la reale fattibilità di tale scenario alternativo resta oggetto di dibattito.
Infatti, Russia e Cina, come gli Stati Uniti, dovrebbero rispettare la condizione del Gruppo dei Fornitori Nucleari (NSG), e quali prevedono che il trasferimento di tecnologie di arricchimento o riprocessamento sia subordinato, come criterio standard, alla presenza di un Protocollo Aggiuntivo o di un accordo di garanzie regionali equivalente. Nessuno dei due Stati ha finora fornito all’Arabia Saudita tale tecnologia, nonostante i preesistenti accordi di cooperazione nucleare con il Regno. Ciononostante, Washington, a causa della competizione strategica con la Cina e la Russia, mostra una maggiore flessibilità nei confronti dei partner, anche quando tale accomodamento complica le norme consolidate in materia di non proliferazione.
Il futuro dell’accordo
Mentre Riyad considera l’energia nucleare civile un elemento chiave del piano di diversificazione economica “Vision 2030”, Iran e Israele potrebbero valutare la portata dell’ accordo alla luce della competizione strategica regionale. Inoltre, sebbene l’Arabia Saudita abbia spesso dichiarato la propria adesione al principio di non proliferazione, tale postura rimane subordinata alle mosse di Teheran nel quadro della competizione regionale.
L’Iran interpreterà verosimilmente l’accordo come un’ulteriore strategia di contenimento statunitense volta a limitare l’influenza iraniana in Medio Oriente. La prospettiva dell’arricchimento da parte dell’Arabia Saudita, anche se sottoposto a rigorose misure di salvaguardia, potrebbe rafforzare la determinazione di Teheran a preservare e potenzialmente espandere le proprie capacità nucleari. Anziché ridurre l’insicurezza regionale, l’accordo rischia di intensificare la competizione strategica che già caratterizza la politica del Golfo. In più, fornisce ulteriori incentivi all’Iran per approfondire le proprie partnership tecnologiche e diplomatiche con la Russia e la Cina, nel tentativo di controbilanciare la crescente cooperazione tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Ciò rischierebbe, al contempo, di complicare la risoluzione del conflitto aperto da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, allontanando la prospettiva di un accordo di stabilizzazione regionale.
Per quanto concerne le preoccupazioni israeliane, sebbene le amministrazioni americane avvicendatesi nel tempo abbiano profuso sforzi per fornire a Tel Aviv ampie garanzie in merito ai protocolli di salvaguardia e di controllo, la visione strategica israeliana si è sempre opposta alla diffusione di tecnologie nucleari sensibili in tutto il Medio Oriente. Qualsiasi precedente che normalizzi l’arricchimento al di fuori del quadro esistente viene considerato con cautela, soprattutto alla luce della possibilità che future circostanze politiche possano modificare gli impegni attuali. L’accordo introduce quindi un ulteriore livello di complessità nell’architettura di sicurezza regionale, compreso il processo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele, da tempo discusso ma ancora irraggiungibile e divenuto nuova condizione per il raggiungimento dell’accordo nucleare.
Il futuro del patto di cooperazione nucleare resta, dunque, incerto. L’accordo è stato trasmesso al Congresso, ma la condizione sugli Accordi di Abramo lo rende politicamente fragile. In conclusione, se da un lato l’accordo rafforzerebbe la partnership strategica tra Arabia Saudita e Stati Uniti, introduce, allo stesso tempo, nuove incertezze in un contesto di sicurezza regionale sempre più fragile.

