Nel 2025, l’ASEAN inizia il suo percorso annuale con la Malaysia alla guida, sotto il primo ministro Anwar Ibrahim. Il paese, ormai al suo quinto mandato dalla fondazione dell’organizzazione nel 1967, affronta una situazione profondamente mutata rispetto agli albori dell’ASEAN, sia dal punto di vista geografico che politico.
Nonostante i cambiamenti, permangono alcuni tratti fondamentali, come il principio di centralità, un tempo elemento chiave dell’ASEAN, ora sempre più fragile e contestato. Tale centralità si fondava su una narrativa di sovranità nazionale e non interferenza, principi cruciali nel contesto storico degli anni ’60-70, segnati dalla decolonizzazione e da un acceso anti-imperialismo.
I paesi fondatori – Malaysia, Filippine, Thailandia, Singapore e Indonesia – concepirono l’ASEAN come un baluardo di indipendenza geopolitica, collocandosi in una posizione di neutralità tra le due grandi potenze dell’epoca, Stati Uniti e Unione Sovietica. La decolonizzazione e il desiderio di affrancarsi dalle logiche imperialistiche plasmarono il loro spirito iniziale. Emblematico è il caso di Soekarno, che non mancava di sottolineare come l’Indonesia avesse conquistato l’indipendenza con una rivolta armata, mentre la Malaysia, secondo la sua visione, l’aveva ottenuta in maniera concessiva dal Regno Unito.
Con l’adesione negli anni ’90 di Cambogia, Laos e Myanmar, l’ASEAN si trovò ad affrontare una sfida complessa, integrare nuovi membri caratterizzati da instabilità politica e regimi autoritari o in transizione senza modificare la propria struttura interna. Questo mancato adattamento ha avuto ripercussioni evidenti negli anni, in particolare con il caso del Myanmar, dove il colpo di stato militare del 2021, l’ultimo di una serie, ha inaugurato un periodo di repressione e violenza nel paese. L’esercito, accusando il governo civile di frode elettorale dopo le elezioni del 2020 vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi, ha instaurato un regime autoritario guidato da Min Aung Hlaing. Sebbene la comunità internazionale abbia manifestato preoccupazione, l’ASEAN non è riuscita a compiere passi concreti, limitandosi a un dibattito sterile, privo di azioni efficaci.
La politica di non interferenza, pilastro dell’ASEAN, si è trasformata in un ostacolo al confronto delle crisi interne. Il principio, che un tempo garantiva la stabilità regionale, oggi viene strumentalizzato per giustificare l’inazione. Questa condotta ha caratterizzato anche i mandati precedenti. Nel 2021, sotto la guida del Brunei, il Myanmar fu escluso dai vertici ASEAN, una misura simbolica che non produsse effetti concreti, se non attirare critiche da parte della giunta militare. Nel 2022, con la Cambogia al timone, il premier Hun Sen adottò una linea di accomodamento, invitando il Myanmar a tornare ai tavoli negoziali. Considerando la natura autoritaria del regime cambogiano, un confronto serio sulla questione risultava improbabile.
Con l’Indonesia alla presidenza nel 2023, vi furono timidi tentativi di affrontare la crisi. Il presidente Jokowi e il ministro degli esteri Retno Marsudi promossero un piano in cinque punti sulla questione in Myanmar , che però non trovò mai applicazione concreta da parte del regime birmano. Nel 2024, sotto la guida del Laos, la situazione rimase immutata, l’ASEAN continuò a ripetere vuote dichiarazioni di principio, senza alcuna volontà reale di intervento.
La risposta dei vari membri dell’ASEAN al conflitto in Myanmar appare eterogenea e influenzata da interessi nazionali. La Thailandia, condividendo un lungo confine con il Myanmar, adotta una politica di dialogo con la giunta, anche per via della propria storia recente di colpi di stato e transizioni politiche incomplete. La crisi in Myanmar ha inoltre avuto ripercussioni dirette sulla Thailandia, che ha visto un afflusso di rifugiati birmani in fuga dal conflitto. Indonesia e Malaysia, pur non confinando direttamente con il Myanmar, sono state coinvolte indirettamente dal dramma dei rifugiati Rohingya, molti dei quali sono approdati in Malaysia e ad Aceh, Indonesia, rendendo la crisi una questione regionale.
Nel contesto storico dell’ASEAN, un aspetto significativo è rappresentato dall’ingresso del Myanmar nell’organizzazione nel 1997, sostenuto proprio dalla Malaysia e dall’Indonesia. All’epoca, il primo ministro malese Mahathir Mohamad fu un fervente sostenitore dell’adesione birmana, insieme a Soeharto, allora presidente dell’Indonesia. La scelta fu dettata non solo dalla volontà di integrare un paese strategicamente rilevante, ma anche dalla necessità di contrastare l’influenza cinese nella regione. Mahathir promosse una visione dei valori asiatici che metteva in discussione i modelli democratici occidentali, proponendo un modello di sviluppo basato sulla stabilità politica e sulla cooperazione economica regionale. Si sperava che l’ingresso del Myanmar nell’ASEAN potesse favorire una graduale apertura e una maggiore stabilità interna. Tuttavia, tale obiettivo non fu mai raggiunto: il regime militare birmano continuò a esercitare un controllo autoritario, rendendo vane le speranze di un cambiamento.
Il Myanmar rappresentava un elemento strategico sia per l’ASEAN sia per la Cina. Per l’ASEAN, l’ingresso di Yangon nel 1997 rispondeva alla necessità di prevenire un’eccessiva ingerenza cinese nel Sud-est asiatico, garantendo una maggiore coesione regionale e limitando il rischio di un allineamento del Myanmar esclusivamente con Pechino. Per la Cina, il Myanmar costituisce un corridoio fondamentale verso l’Oceano Indiano e una porta d’accesso strategica ai mercati del Sud-est asiatico, rendendo inevitabile il suo coinvolgimento negli affari interni del paese. La competizione geopolitica ha quindi giocato un ruolo chiave nella decisione dell’ASEAN di accogliere il Myanmar, nonostante la consapevolezza delle problematiche interne al regime militare.
Resta ora da capire quale direzione prenderà la Malaysia sotto la leadership di Anwar Ibrahim. La posizione di Anwar appare critica nei confronti della giunta birmana. Di recente il leader Malaysiano ha dichiarato che il Myanmar dovrebbe essere “ritagliata” dall’ASEAN, sottolineando l’insostenibilità della situazione attuale. Tuttavia, la possibilità di un cambiamento concreto rimane remota. I meccanismi decisionali interni dell’ASEAN, basati sul consenso e sul principio di non interferenza, impediscono l’adozione di misure incisive contro un paese membro.
Paradossalmente, l’ASEAN, concepita come uno strumento di stabilità e progresso regionale, rischia di diventare complice passivo delle derive autoritarie dei suoi membri. La vicenda del Myanmar rappresenta una sfida cruciale per il futuro dell’organizzazione: la sua capacità di affrontare e risolvere crisi interne determinerà la sua rilevanza geopolitica nel contesto del Sud-est asiatico. Se l’ASEAN non riuscirà a rinnovarsi e a superare le sue rigidità strutturali, il rischio è che essa perda definitivamente il ruolo di attore centrale nello scacchiere regionale, lasciando spazio ad altre potenze, come la Cina, pronte a colmare il vuoto.

