Nei primi anni 2000, l’Australia aveva trovato nella Cina, che allora si trovava all’inizio di un percorso di crescita straordinario, un partner commerciale di primo piano per l’acquisto delle proprie risorse minerarie, elemento al centro dell’economia di Canberra, tanto da condizionare le fluttuazioni valutarie del paese. Tale legame commerciale, tuttavia, negli anni si sta trasformando in una situazione di dipendenza, che presenta almeno due problemi: la Cina sta adottando una policy di maggiore autosufficienza e, quindi, ha ridotto le proprie importazioni di materie prime, oltre a essersi lanciata in una politica più aggressiva sul piano militare, sia per quanto riguarda Taiwan che il quadrante indopacifico, entrando sempre più in tensione con il blocco a trazione Usa nella regione. L’Australia, oggi, a due mesi dalle elezioni, si trova dunque in una posizione molto delicata e sarà probabilmente costretta a modificare le proprie politiche di gestione dell’industria estrattiva, orientandosi verso misure di nazionalizzazione.
L’Australia tra due fuochi: tra dipendenza economica dalla Cina e cooperazione militare con gli USA
Settantadue decreti in trentuno giorni qualificano la trumpolitics e identificano una innovativa postura isolazionista degli Stati Uniti. Sembra evincersi infatti la volontà della potenza egemone di ridurre il proprio coinvolgimento in quadranti geopolitici ritenuti secondari. Va detto che significativa, in tal senso, appare la decisa de-escalation impressa dagli USA al conflitto palestinese.
Ciò non vuol dire, ovviamente, che gli Stati Uniti cesseranno di perseguire le proprie linee di influenza strategica, eventualmente dopo aver ridefinito il quadro delle priorità. Già da questi primi giorni di presidenza Trump è possibile desumere i quattro principali nodi strategici su cui si concentrerà questa amministrazione: il Nord America, in particolare il Canada, con la possibilità di proiettarsi in Groenlandia (il presidente ha parlato di una possibile acquisizione anche de iure del paese dalla Danimarca); la questione messicana e il canale di Panama; la guerra Russo-Ucraina; il contenimento della Cina nel quadrante indo-pacifico.
Proprio in quest’ultimo contesto strategico, l’Australia – focus di questo articolo – riveste un ruolo fondamentale, fungendo da perno della strategia americana di contenimento della Cina nella regione.
Fin dal 1945 l’Australia è uno degli alleati di primo piano degli Stati Uniti e nel corso dei decenni tra i due Paesi si è instaurata una forte interdipendenza militare. Canberra, infatti, fa affidamento sul supporto americano in caso di conflitto nel Pacifico – un eventuale attacco cinese via mare dovrebbe comunque superare la barriera naturale rappresentata dall’Indonesia – mentre Washington non può prescindere dall’Australia, a sud, e dal Giappone, a est, per mantenere il proprio predominio nell’Indo-Pacifico. Chiaramente però, tra i due è l’Australia in una posizione di svantaggio negoziale, e per Canberra l’AUKUS (Australia – United Kingdom – United States Partnership), l’alleanza stretta con UK e U.S.A. in chiave anticinese, rappresenta una garanzia imprescindibile per la propria difesa, come dimostrano anche i 500 milioni di dollari investiti quest’anno a supporto della produzione di sottomarini statunitensi. Probabilmente gli U.S.A. non mancheranno di individuare una contropartita a tale supporto militare, ad esempio chiedendo in cambio l’utilizzo del porto di Perth.
Se un confronto militare diretto nel breve periodo appare comunque improbabile, l’offensiva cinese nei confronti dell’Australia è in corso da anni, seppur su un diverso piano.
Infatti, già dal 2009 Pechino è il primo partner commerciale di Canberra, un legame che, da un lato, ha permesso all’economia australiana di evitare la recessione, ma dall’altro ha generato una crescente dipendenza strutturale dalle importazioni dalla Cina, in particolare di risorse minerarie, soprattutto di ferro, oro e carbone. Oltretutto va detto che oggi è più difficile vendere alla Cina, poiché la leadership di questo paese è sempre più orientata verso politiche di maggiore indipendenza energetica.
Questa crescente dipendenza commerciale dalla Cina si innesta su un’economia già costitutivamente legata allo sfruttamento delle proprie risorse naturali. L’Australia, infatti, ha fondato la propria economia su un modello basato sull’estrazione e sull’export di materie prime, settore in cui il ruolo delle multinazionali è da sempre determinante.
Un modello di sviluppo sull’industria estrattiva
La “giovinezza” del Continente e la bassa densità di popolazione hanno comportato negli anni, infatti, la scarsa disponibilità di risparmi per “montare” un’industria di sfruttamento minerario nazionale.
La risultante è un modello di sviluppo fondato sulla presenza di grandi società multinazionali che a fronte dell’estrazione della preziosa merce dal sottosuolo pagano royalties al governo di Canberra.
Il grande limite di questo modello consiste nella difficoltà di trovare un giusto equilibrio tra l’estrazione di valore che le multinazionali realizzano sul territorio australiano ed il pagamento di royalties e tasse al Governo, pena svariati effetti boomerang per l’economia della terra dei canguri.
Dal confronto dei dati inerenti alle royalties alla fiscalità con l’indice elaborato dalla Banca Centrale Australiana (la Reserve Bank of Australia, RBA), che rappresenta l’andamento dei prezzi delle risorse minerarie, si nota immediatamente come tale andamento sia alla base delle determinazioni quantitative che individuano il controvalore delle due grandezze pagate dalle multinazionali al Governo.
In altri termini negli anni il Governo non è intervenuto più di tanto sui livelli delle royalties e dell’imposizione fiscale se non negli ultimi tempi verosimilmente per finanziare le politiche fiscale espansive post-covid (Figura 1).
Figura 1

Il settore minerario ha aumentato la sua rilevanza negli anni rispetto alla composizione del Prodotto Interno Lordo australiano (PIL) superando il 7% nel 2022; è importante notare come il peso di questo comparto rispetto al PIL aumenti anche per il c.d. effetto prezzo, cioè l’aumento del valore delle materie prime; tale effetto è stato evidentemente amplificato negli ultimi tempi per via del conflitto russo-ucraino.
Dal confronto con il citato indice emerge come a partire dal 2016 l’“effetto prezzo” aumenti la sua rilevanza statistica determinando un quasi perfetto allineamento tra l’andamento delle esportazioni e quello dell’indice (figura 2)
Figura 2

Ed è sempre a partire da tale anno che le esportazioni minerarie cessano di condizionare l’andamento del tasso di cambio del dollaro australiano. Fino a tale periodo, infatti, l’andamento dei prezzi delle risorse mineraria e quindi delle esportazioni comportava l’apprezzamento ovvero il deprezzamento del tasso di cambio con effetti controversi sulla bilancia commerciale (Figura 3).
Figura 3

Se infatti, ad esempio, era vero che il rialzo dei prezzi delle risorse minerarie comportava un aumento del valore di queste esportazioni, il rialzo del dollaro australiano aumentava la capacità di importazione di prodotti stranieri e riduceva la competitività della produzione nazionale e quindi delle esportazioni di altri beni; queste dinamiche si muovevano in direzione contraria nel caso di ribasso del prezzo delle risorse minerarie.
Non solo. Il condizionamento sui cambi e sulla bilancia commerciale si estendeva tramite i prezzi dei beni ed i consumi all’inflazione determinando delle isteresi problematiche anche nella definizione dei livelli di tasso di interesse alla base delle scelte di politica monetaria della RBA.
Il cambio di regime statistico tra queste variabili economico-finanziarie non è casuale ma deriva da un importante innovazione nelle politiche di gestione finanziaria dei rischi. L’industria mineraria si è infatti avvalsa di un imponente impiego di derivati a fini di copertura per sterilizzare l’impatto negativo che l’andamento dei tassi di cambio poteva avere sulla gestione caratteristica.
Questa innovazione finanziaria ha avuto come effetto derivato quello di ridimensionare i condizionamenti delle attività minerarie sulle politiche economiche inerenti a tassi di cambio, di interesse e di inflazione.
Si tratta quindi di effetti indiretti non certo determinati da scelte del Governo o della Banca Centrale e comunque non può ritenersi un passaggio risolutivo per riequilibrare i rapporti tra Governo e industria mineraria.
È infatti evidente che la mancanza di un governo nazionale dell’industria estrattiva continua a compromettere gli equilibri della bilancia commerciale della terra dei canguri attraverso gli ingenti flussi di profitti che le multinazionali drenano verso le case madri, come viene fotografato plasticamente dall’entità dei redditi primari e dalla sua elevata correlazione con il dato delle esportazioni (figura 4).
Figura 4

Le sfide economiche e geopolitiche di Canberra
Il dato dei redditi primari che rappresentano i profitti “riportati a casa” e non reinvestiti in Australia rappresentano un controvalore tutt’altro che irrilevante e comunque in grado di riportare in rosso il saldo del conto corrente dopo che, anche per via della nuova politica di gestione finanziaria dei rischi, era finalmente tornato in territorio positivo, cosa che non succedeva dai primi anni ‘70 (figura 5).
Figura 5

Non si può certo sostenere quindi che il giusto equilibrio tra l’estrazione di valore che le multinazionali realizzano sul territorio australiano ed il pagamento di royalties e tasse al Governo sia stato raggiunto.
Sebbene l’industria mineraria australiana abbia visto significativi guadagni, la continua fuga di profitti verso le multinazionali ha indebolito la stabilità economica e commerciale del Paese, mettendo a rischio la sua autosufficienza economica e la sostenibilità del modello di sviluppo. Per Canberra, quindi, si pone l’esigenza di un cambio di paradigma nella gestione delle risorse naturali, che integri una maggiore partecipazione pubblica, in grado di limitare l’influenza straniera e rendere il Paese più resiliente alle fluttuazioni esterne.
Se la Cina continuerà a rafforzare la propria influenza economica e strategica nell’Indo-Pacifico, l’Australia si troverà di fronte a una scelta difficile: restare ancorata al vecchio modello di sviluppo estrattivo o cercare di diversificare i propri legami commerciali, rafforzando la cooperazione con alleati come Giappone e India. Vedremo se il nuovo governo che si formerà a seguito delle elezioni che si terranno a maggio riuscirà a centrare l’obiettivo.

