Il Sud-est asiatico non è soltanto uno spazio di investimento per la Cina, né un teatro secondario della competizione tra Stati Uniti e Pechino. È, piuttosto, un nodo di condensazione di forze strutturali globali, un luogo in cui l’economia mondiale riorganizza le proprie logiche attraverso infrastrutture, connettività, istituzioni e rapporti di potere. Leggere la Belt and Road Initiative (BRI) o altre iniziative infrastrutturali come semplici progetti o piani geoeconomici significa restare alla superficie del fenomeno. In realtà, esse rappresentano una forma materiale della ristrutturazione dell’ordine globale, un dispositivo di potere che combina accumulazione, legittimazione e produzione di consenso. In questa cornice, la politica estera di molti Paesi del Sud-est asiatico, come l’Indonesia e le Filippine, diventa un terreno di negoziazione profonda tra vincoli esterni e capacità interne, tra pressioni estere e azione statale.
Da anni si discute della Belt and Road Initiative cinese come un’iniziativa geopolitica promossa da Pechino per espandere la propria influenza all’estero, connettendo aree e Paesi in via di sviluppo. Questa prospettiva rimane tuttavia limitante: infatti, la BRI non è solo diplomazia infrastrutturale, ma anche un tentativo di riorganizzazione dei rapporti economici e di potere, volto a porre la Cina nel ruolo di “core” produttivo e finanziario, con alcuni Stati del Sud globale integrati come piattaforme di accumulazione. Tuttavia, più che un processo lineare o totalmente “orchestrato” da una Pechino “onnisciente”, l’esperienza di oltre dieci anni di BRI sul campo mostra come tale processo abbia generato spazi di autonomia e strategie di adattamento. Il Sud-est asiatico, e forse in primis il suo Paese più grande, l’Indonesia, si colloca precisamente qui, nello spazio liminale tra incorporazione e resistenza.
L’Indonesia tra BRI e strutture
In Indonesia, il governo Prabowo ha compreso questa ambivalenza e ha iniziato a trasformare l’approccio alla BRI in qualcosa di diverso da una semplice apertura al capitale cinese. L’idea di autonomia strategica viene reinterpretata come autonomia negoziata; accettare i capitali cinesi, ma disciplinarli; partecipare alle reti e alla “svolta infrastrutturale” nella politica globale, ma dettando alcune regole; cooperare con Pechino, ma costruendo margini per un’agenda nazionale. Non solo: mentre molti commentatori si sono soffermati sul pericolo della “trappola del debito”, dipingendo i Paesi riceventi come meri attori passivi di tali processi, spesso esiste un interesse domestico per la connettività (o per la sua promessa) che è autonomo rispetto alla volontà di Pechino.
L’esperienza dell’alta velocità Jakarta–Bandung è emblematica. Presentato come simbolo di modernizzazione, il progetto è presto diventato un campo di tensioni: sforamenti di costo, oneri di debito, governance opaca. Ma la risposta del governo non è stata l’abbandono del progetto, bensì la sua rinegoziazione, un segnale chiaro della volontà di ripoliticizzare la logica infrastrutturale. Questo processo dimostra che, pur muovendosi in un quadro strutturale definito da capitali e istituzioni esterne, lo Stato ricevente può riorientare le condizioni cinesi e adattarle a livello locale.
Anche sul fronte della transizione energetica, l’Indonesia non è più un mero fornitore di materie prime. Attraverso politiche di contenuto locale e piani di industrializzazione del nichel, Jakarta cerca di scalare la catena del valore, non solo come beneficiaria di investimenti cinesi, ma come co-architetto di un nuovo regime produttivo. In altri termini, Paesi e luoghi “periferici” possono acquisire progressiva rilevanza costruendo capacità endogene. L’Indonesia tenta di farlo, e la BRI diventa un mezzo per accelerare, o fallire, questo processo.
Questa strategia è tuttavia attraversata da tensioni profonde. Da un lato, l’ingresso nei BRICS e l’apertura a strumenti finanziari alternativi (come l’emissione in RMB) rafforzano l’immagine di Jakarta come rule-maker e non solo rule-taker. Dall’altro, i vincoli macrofiscali, un’opinione pubblica sempre più sensibile alla trasparenza e la pressione occidentale sul rispetto di standard ambientali e tecnologici limitano lo spazio di manovra. Il rischio è che l’autonomia si trasformi in dipendenza ristrutturata, dove il lessico della sovranità nasconde nuovi rapporti di subordinazione. È qui che entra in gioco la dimensione istituzionale della strategia indonesiana. L’ambizione di disciplinare questi trend globali ed esterni si traduce in tre direttrici: la costruzione di regole domestiche più rigide sui progetti BRI (procurement, clausole ESG, obblighi di trasferimento tecnologico), il tentativo di diversificare le fonti di finanziamento (banche multilaterali, partner del G7, fondi sovrani del Golfo) e la ricerca di complementarità tra piattaforme (BRI, PGII, Global Gateway).
In altre parole, Jakarta non accetta più il pacchetto “as is”: lo spacchetta, lo confronta, lo adatta. Questa dinamica riflette anche un cambiamento profondo nella funzione della politica estera indonesiana. Non più solo strumento di proiezione simbolica o di costruzione di identità regionale, ma strumento di modellazione delle strutture materiali dell’economia nazionale. L’approccio del “parlare con tutti” non è semplice non allineamento: è un metodo di accumulazione di opzioni. Ogni intesa con Pechino è bilanciata da un’apertura con Washington o Tokyo; ogni linea di credito cinese è accompagnata da una partnership tecnologica europea. In questa logica, l’autonomia non è una condizione, ma una pratica continua.
Oltre la Belt and Road: le Filippine e il Corridoio di Luzon
Tuttavia, la storia non si ferma alla Belt and Road. Nelle Filippine, molti progetti della BRI sono stati cancellati o sospesi con il passaggio da Rodrigo Duterte a Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr. Ciò non significa che l’interesse per la “politica delle infrastrutture” sia svanito. Anzi, le Filippine partecipano a quello stesso processo in cui competizione geopolitica, rapporti economici e connettività infrastrutturale si intersecano e vengono negoziati dalle élite al potere. Nel Comunicato Congiunto Trilaterale del 2024 tra Giappone, Filippine e Stati Uniti, Manila ha ottenuto la promessa di finanziamenti per la realizzazione del Corridoio di Luzon, un ambizioso piano infrastrutturale volto a connettere la capitale con le regioni limitrofe, attraverso porti, ferrovie e autostrade. La promessa di infrastrutture è cara al governo Marcos Jr., che ha dovuto dimostrare a un’opinione pubblica polarizzata la propria capacità di negoziare benefici materiali in cambio di allineamento geopolitico. È in questa dialettica tra sicurezza e strategia che la politica delle infrastrutture continua a permeare l’agenda delle Filippine. La questione, dunque, non è se intensificare la “connessione” con altri centri produttivi stranieri, ma con chi connetterti e a quali condizioni. Anche qui, la geopolitica passa attraverso la rinegoziazione di tali processi, in un contesto di istituzioni molteplici e frammentate, dove i Paesi del Sud-est asiatico continuano a voler mantenere diverse opzioni sul tavolo.
Sebbene apparentemente più “schierate” a favore degli Stati Uniti e dei loro alleati, le Filippine ingaggiano potenze extraregionali più o meno allineate, dalla Francia all’India, per ottenere “pacchetti comprensivi” di sostegno militare, finanziario, economico e infrastrutturale. Spesso questi pacchetti si concretizzano in formule di “partenariato strategico” in cui, con il pretesto di intensificare la cooperazione securitaria, la politica infrastrutturale ed economica viene integrata e rafforzata, consolidando legami preesistenti e presentandoli al pubblico come “supporto”. L’obiettivo sotteso a tali processi rimane quello di mantenere e incrementare la posizione relativa del Paese nelle gerarchie internazionali, di potere, di catena del valore, di centro di scambio, senza tuttavia impegnarsi in riforme profonde a livello domestico, istituzionale o redistributivo, che intaccherebbero il potere delle élite.
In questo senso, entrambi i Paesi sembrano perseguire forme di autonomia strategica in un processo che non è un punto d’arrivo, ma un percorso continuo e contenzioso, in cui politica industriale, diplomazia, governance e legittimazione sociale si intrecciano. Ed è proprio in questo intreccio, più che nei comunicati ufficiali, che si decide se molti Paesi emergenti del Sud-est asiatico, come l’Indonesia e le Filippine, diventeranno attori autonomi nel nuovo ordine multipolare o rimarranno confinati in un ruolo periferico.

