Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
08/07/2025
Cina e Indo-Pacifico

Oltre il colpo di stato: la crisi politica e il consolidamento dell’autoritarismo istituzionale in Thailandia

di Aniello Iannone

Nel panorama del Sud-Est asiatico contemporaneo, pochi casi presentano una tale ricorsività nella crisi politico-istituzionale come la Thailandia. L’ennesima congiuntura critica, esplosa nel 2025 attorno alla figura della Premier Paetongtarn Shinawatra, non rappresenta semplicemente l’instabilità di un governo o la tensione episodica tra organi costituzionali, ma l’effetto sintomatico di un assetto politico profondamente segnato da un dualismo irrisolto tra rappresentanza elettiva e sovranità custodita da attori extrademocratici. In tale quadro, il ruolo dell’apparato militare non è più confinato alla dimensione tradizionale del golpe armato, ma si è trasformato in una presenza strutturale, diffusa, e per molti versi “legalizzata” attraverso gli strumenti del diritto costituzionale.

Nel panorama del Sud-Est asiatico contemporaneo, pochi casi presentano una tale ricorsività nella crisi politico-istituzionale come la Thailandia. L’ennesima congiuntura critica, esplosa nel 2025 attorno alla figura della Premier Paetongtarn Shinawatra, non rappresenta semplicemente l’instabilità di un governo o la tensione episodica tra organi costituzionali, ma l’effetto sintomatico di un assetto politico profondamente segnato da un dualismo irrisolto tra rappresentanza elettiva e sovranità custodita da attori extrademocratici. In tale quadro, il ruolo dell’apparato militare non è più confinato alla dimensione tradizionale del golpe armato, ma si è trasformato in una presenza strutturale, diffusa, e per molti versi “legalizzata” attraverso gli strumenti del diritto costituzionale.

La Thailandia, in altri termini, non vive più colpi di Stato nel senso classico del termine. Il paradigma dell’intervento militare esplicito, come quelli del 2006 o del 2014, ha lasciato spazio a ciò che potremmo definire un colpo di Stato morbido (soft coup),  una forma di mutamento istituzionale permanente, operato attraverso meccanismi giuridici formalmente legittimi, ma sostanzialmente escludenti. Al centro di tale trasformazione vi è la Costituzione del 2017, redatta sotto la giunta e approvata in condizioni fortemente illiberali, che ha codificato l’ingresso strutturale delle forze armate e delle burocrazie conservative nel cuore dell’architettura politica del Paese. Il Senato interamente nominato, il ruolo espanso della Corte Costituzionale, la frammentazione intenzionale del sistema elettorale, tutto ciò concorre a costruire un ordine in cui la democrazia elettorale è subordinata, e spesso neutralizzata, da un complesso apparato di veto istituzionale.

Dall’autoritarismo esplicito alla sovranità sorvegliata

La figura di Paetongtarn Shinawatra, giovane, tecnocratica, erede di una tradizione politica popolare ma oggi pragmaticamente moderata, avrebbe potuto rappresentare una fase di transizione post-militarista, una normalizzazione graduale del pluralismo nel quadro dell’ordine esistente. E invece, la sua leadership è divenuta l’occasione per rimettere in moto l’intero apparato di disciplinamento del potere politico. Il pretesto è stato una telefonata, certo politicamente inopportuna, con l’ex premier cambogiano Hun Sen, emersa nel contesto di una crisi diplomatica sul confine. Ma la reazione è stata sproporzionata, manifestazioni di piazza, dichiarazioni indignate da parte di generali in pensione, attacchi mediatici coordinati, e infine un ricorso formale alla Corte Costituzionale per violazione dell’etica pubblica.

Il 1° luglio 2025, la Corte ha disposto la sospensione formale della premier dalle sue funzioni, in attesa del giudizio definitivo sulla sua permanenza in carica. A presentare il ricorso erano stati 36 senatori, molti dei quali direttamente legati alle nomine militari previste dalla Costituzione del 2017. Il partito Bhumjaithai ha ritirato il proprio sostegno parlamentare, lasciando la coalizione con una maggioranza risicata. L’intera operazione, dalla costruzione mediatica del caso alla sua canalizzazione giudiziaria, rivela una strategia attentamente calibrata di neutralizzazione politica, un “colpo di Stato per via giudiziaria”, che opera all’interno della legalità ma ne svuota i presupposti democratici. La Thailandia sembra ormai aver sostituito il golpe militare con una più raffinata tecnologia costituzionale del controllo politico.

Il meccanismo è ben noto a chi studia il sistema politico thailandese, la crisi è costruita politicamente, ma viene risolta giuridicamente, attraverso organi che godono di indipendenza solo sulla carta. In questo senso, l’attuale congiuntura non è l’inizio di una crisi, ma la prosecuzione di un processo. È la prosecuzione, per vie giudiziarie, di un progetto di restaurazione conservatrice iniziato con il golpe del 2014 e istituzionalizzato nel testo costituzionale tre anni dopo. La nuova forma del potere non è più la sospensione dell’ordine, ma l’integrazione permanente dell’autoritarismo nell’ordine stesso. Un colpo di Stato, dunque, non più come evento, ma come struttura. Ciò che è stato abilmente realizzato è una smilitarizzazione apparente del controllo politico. L’esercito non è più visibile nei tank per le strade, ma continua a esercitare un potere di veto attraverso le cariche chiave che controllano i gangli della legittimità: il Senato, il Consiglio di Sicurezza Nazionale, la Commissione Elettorale e, sopra tutti, la Corte Costituzionale. Questi organismi possono bloccare, correggere, rimuovere o persino impedire l’insediamento di governi, pur senza mai rompere formalmente il quadro costituzionale. In questo, la Thailandia rappresenta un caso avanzato di autoritarismo costituzionale, ovvero un regime che si avvale della legalità per svuotare i contenuti democratici della politica.

Crisi democratica?

Il paradosso della Thailandia contemporanea è che essa gode di tutti gli strumenti formali della democrazia, elezioni regolari, partiti competitivi, ma è intrappolata in un sistema di sovranità sorvegliata, dove la rappresentanza è tollerata solo entro i margini fissati da un’élite custode dell’ordine. Quando il popolo vota “bene”, il sistema si apre; quando vota “male”, il sistema si richiude. Questa logica produce un effetto perverso, l’alternanza è possibile, ma non accettabile. E così, ogni vittoria democratica porta con sé il germe della propria dissoluzione.

Il caso di Paetongtarn non è che l’ultima iterazione di questa dinamica. Eletta sulla base di un consenso reale, seppur frutto di compromessi post-elettorali, ha cercato di navigare entro i limiti imposti dalla nuova costituzione. Eppure, il suo stesso nome, la sua genealogia politica, e soprattutto la sua incapacità di aderire pienamente al linguaggio e ai rituali dell’élite conservatrice, l’hanno resa incompatibile con l’ordine vigente. La crisi del 2025, al netto delle sue specificità, conferma che in Thailandia non esiste ancora uno spazio politico in cui una leadership democraticamente eletta possa esercitare il potere senza essere sottoposta a continue prove di fedeltà all’ordine costituito.

Il rischio, oggi, non è un colpo di Stato nel senso classico, benché l’ipotesi non vada esclusa, ma la stabilizzazione definitiva di un sistema in cui l’apparenza democratica maschera una profonda esclusione politica. In questo quadro, la disaffezione dell’elettorato, in particolare dei giovani urbanizzati e dei ceti rurali già tradizionalmente fedeli al Pheu Thai, rischia di trasformarsi in apatia o in radicalizzazione. La promessa della democrazia thailandese, quella di un ordine politico pluralista, rappresentativo e partecipato, viene così rinviata indefinitamente, congelata in un equilibrio che oscilla tra legalità e arbitrio.

Se vi è una lezione da trarre dall’attuale momento politico, è che la normalizzazione del colpo di Stato soft costituisce una sfida teorica e pratica alla comprensione della democrazia stessa nel contesto del Sud-Est asiatico. Non basta più guardare agli indicatori formali, occorre leggere la grammatica del potere nella sua interezza, comprendere il funzionamento concreto delle istituzioni, e interrogarsi sui limiti della transizione democratica in contesti segnati da profonde gerarchie normative e sociali. La Thailandia, in questa prospettiva, rappresenta non un’eccezione ma un laboratorio. Un laboratorio in cui si sperimentano forme nuove di autoritarismo ibrido, dove il potere si esercita senza mai mostrarsi, e dove l’apparente ritorno alla normalità nasconde un progetto coerente di neutralizzazione democratica per via costituzionale.