Mentre la NATO fissa nuovi obiettivi ambiziosi e lo scenario geopolitico è sempre più instabile, il Bilancio 2026 rivela la reale postura italiana: una strategia della prudenza dettata da vincoli fiscali e calcoli elettorali. Dietro le cifre record, Roma resta lontana dal 2% del PIL, rischiando di cristallizzare un pericoloso ritardo strategico.
La legge 30 dicembre 2025, n. 199, recante il ‘Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2026’, è ufficialmente in vigore. Al di là dei tecnicismi e delle dichiarazioni d’intenti, i numeri approvati in via definitiva dalle Camere svelano la strategia con cui il governo intende affrontare la più grave crisi di sicurezza europea dal dopoguerra. Da un lato, preme l’instabilità del Fianco Est, aggravata dal conflitto latente in Ucraina e dal timore di un disimpegno americano dalla sicurezza europea; dall’altro, l’Italia deve far fronte a nuovi e più gravosi obiettivi di spesa all’interno della NATO. Non si tratta più soltanto della ‘soglia psicologica’ del 2% del PIL, ma del target ben più ambizioso del 5% entro il 2035, sancito dall’ultimo Summit NATO de L’Aia del giugno 2025. Questa cifra sarà ripartita tra il 3,5% per la difesa in senso stretto e l’1,5% restante per la sicurezza nazionale in senso lato, intesa dunque con un’accezione più ampia.
Resta tuttavia l’incertezza sulla gestione dei fondi europei, come quelli del Security Action For Europe (SAFE)—pari a 14,9 miliardi di euro—e sull’eventuale attivazione della National Escape Clause (NEC). Quest’ultima, una clausola di salvaguardia che consentirebbe di scomputare fino all’1,5% del PIL in spesa militare dai vincoli di bilancio (oltre 34 miliardi secondo Rivista Italiana Difesa) senza incorrere in procedure di infrazione, rimane per ora un’opzione teorica, vincolata all’uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione per il deficit eccessivo. Di queste risorse potenziali, nella Legge di Bilancio attuale, non vi è ancora traccia.
La contabilità del “riarmo” italiano: oltre i numeri ufficiali
Fatte le doverose premesse, è necessario esaminare nel dettaglio la spesa militare prevista per il 2026. Il punto di partenza è il Bilancio ‘proprio’ del Ministero della Difesa, che, nel testo definitivo approvato dalle Camere, si attesta a 32,415 miliardi di euro. Il dato, lievemente superiore alle stime preliminari dell’Osservatorio Milex (32,398 miliardi) e dell’analisi RID (32,389 miliardi), riflette gli aggiustamenti tecnici apportati in sede di approvazione parlamentare mediante le Note di Variazione. Sebbene la cifra complessiva confermi il consolidamento della spesa oltre la soglia dei 30 miliardi (superata per la prima volta nel 2025), registrando una crescita nominale di poco più di 1,1 miliardi rispetto al 2025 (+3,5%) e di 3,2 miliardi rispetto al 2024 (+11%), il dato aggregato rischia di essere fuorviante.
Per ottenere una stima reale della capacità di spesa militare ‘pura’ dell’Italia (la cosiddetta Funzione Difesa), è necessario isolare la spesa destinata all’operatività militare effettiva dalle voci non direttamente militari. Scorporando i circa 7,5 miliardi per i Carabinieri in funzione di polizia, i 503 milioni per i Carabinieri Forestali e gli oltre 500 milioni per interventi non connessi allo strumento militare, la Funzione Difesa vera e propria scende a circa 23,869 miliardi di euro.
Di questi, la quota maggiore copre i costi delle tre Forze Armate: all’Esercito vanno circa 6,3 miliardi, alla Marina 2,4 miliardi e all’Aeronautica quasi 3 miliardi. Includendo la quota deployable dell’Arma per le missioni internazionali (stimata in 600 milioni di euro sia da Milex che da RID), il totale delle spese per le FA tocca i 12,3 miliardi di euro. Sebbene questa parte di spesa rimanga complessivamente invariata rispetto agli anni precedenti, una nota positiva emerge dalle voci per l’Esercizio (tra 1,8 e 2 miliardi), che registrano una lieve crescita dopo anni di sottofinanziamento cronico.
Il nodo degli investimenti e il miraggio del 2%
Le criticità emergono dall’analisi dei fondi destinati all’investimento. Sommando i programmi di pianificazione, ammodernamento e procurement militare, la Legge di Bilancio stanzia poco meno di 9,9 miliardi di euro; di questi, soltanto 9,366 miliardi supportano effettivamente la crescita degli investimenti, mentre il restante è destinato ai costi del personale e alla logistica. Aggiungendo i fondi cruciali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT)—pari a 3,285 miliardi di euro—il totale per l’ammodernamento tocca i 13,1 miliardi di euro. Tuttavia, come evidenziato da RID, si tratta di un aumento risicato (+1,42%) che interrompe di fatto una tendenza di crescita pluriennale. Senza l’iniezione dei fondi SAFE o l’attivazione della clausola di salvaguardia, i margini di manovra per l’avvio di nuovi programmi appaiono esauriti.
Il quadro si completa con le risorse del Ministero dell’Economia (MEF) per le missioni internazionali, pari a 1,314 miliardi (sostanzialmente stabili), e con le voci interne di natura gestionale e politica: 1,365 miliardi ai comandi ed enti interforze dell’area “tecnico/operativa” e 1,394 miliardi ai servizi istituzionali e all’amministrazione pubblica. A questo punto, a quanto ammonta la spesa della Difesa secondo la NATO? È qui che entra in gioco il cosiddetto Bilancio Integrato in chiave NATO, che si ottiene sommando alla Funzione Difesa i fondi del MIMIT e del MEF, nonché ulteriori voci gestite dalla Difesa stessa, ma non sempre trasparenti nel bilancio pubblico. Su questo calcolo le stime divergono in base al calcolo della spesa pensionistica militare. Se si segue la metodologia dell’Osservatorio Milex, che stima il monte pensioni a 4,5 miliardi, la spesa totale tocca il “record” di circa 34 miliardi di euro. Se invece ci si attiene alle stime RID, che calcolano un impatto pensionistico di circa 2 miliardi, il totale si ferma a 31,5 miliardi. In entrambi i casi, il risultato politico è univoco: l’Italia si attesta tra l’1,46% e l’1,51% del PIL, strutturalmente distante dalla soglia minima del 2%, condizione ricorrente nelle analisi sulle spese militari.
In attesa del DPP 2026-2028, che ci fornirà numeri e dettagli più precisi su come l’Italia spenderà i soldi della Difesa, la realtà è che (ancora una volta) per raggiungere quella soglia minima ci affideremo a un’ampia voce, non meglio specificata, di ‘sicurezza’, come già visto per il DPP 2025-2027. La fotografia del 2026 ricalca dunque quella del 2025: frenata dal debito pubblico e da resistenze politiche e ideologiche interne, l’Italia non riesce a tradurre l’urgenza del contesto internazionale in una capacità di bilancio effettiva, creando un paradosso pericoloso. Resta dunque da capire quali siano le conseguenze reali di questa stasi finanziaria sui programmi di riarmo che le Forze Armate attendono da tempo.
La strategia della prudenza
Di fronte alle rigidità del bilancio e alla ferrea volontà del Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, di mantenere il deficit italiano sotto il 3% del PIL, la Legge di Bilancio 2026 del governo Meloni riflette una strategia di massima cautela e di stabilità fiscale. Questa prudenza si riverbera inevitabilmente sul comparto della Difesa: gli aumenti restano contenuti, mentre le decisioni più drastiche e onerose vengono rimandate ai prossimi esercizi. Sebbene sia chiaro che il tempo della ‘vacanza strategica’ sia finito, la tentazione di prendere tempo e vincolare l’espansione della spesa a condizioni esterne favorevoli, anziché imporre sacrifici interni immediati, appare l’opzione politica privilegiata.
La conferma di questo approccio proviene dal Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DFPF). Nonostante il documento preveda di iniettare circa 12 miliardi in più nella Difesa nei prossimi tre anni—fondamentali per avvicinarsi ai target NATO—la sua attuazione è legata a doppio filo a Bruxelles. Nello stesso testo si legge, nero su bianco, che tale incremento potrebbe comportare la “necessità, da parte del Governo italiano, di richiedere l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale (National Escape Clause, NEC)”. Viene inoltre specificato che la decisione sull’eventuale attivazione è rimandata a una fase successiva al perfezionamento del programma europeo SAFE e, soprattutto, all’uscita dell’Italia dalla Procedura per Disavanzi Eccessivi.
La tattica del governo appare dunque chiara: attendere che la Commissione UE si pronunci sul deficit italiano e rinviare le decisioni più gravose sulle casse dello Stato quando (e se) lo scenario geopolitico si stabilizzi. Una strategia dettata non solo dai conti, ma anche da una logica di politica interna ben precisa: l’avvicinarsi delle elezioni politiche del 2027. Con una campagna elettorale alle porte, sottrarre esplicitamente risorse alla sanità, al welfare e alle famiglie per destinarle agli armamenti rappresenterebbe un azzardo, poiché è noto che l’aumento delle spese militari è un tema elettoralmente scivoloso che quasi mai genera consenso. Come ribadito dallo stesso Giorgetti, l’aumento della spesa militare “non deve comportare alcuna rinuncia alle politiche dedicate alle priorità sociali”.
A dettare la linea della prudenza a Palazzo Chigi contribuisce la complessa geografia del consenso. Secondo le recenti rivelazioni dell’istituto di ricerca YouTrend, il Paese appare spaccato: il 43% degli elettori si dichiara favorevole a un aumento delle spese militari, contro un’identica percentuale contraria. Tuttavia, il dato più significativo è un altro: mentre un quarto della popolazione accetterebbe un aumento fino alla soglia del 2% del PIL e un altro quarto ne chiederebbe addirittura una riduzione, soltanto un esiguo 4% sostiene l’ambizione obiettivo del 5% del PIL. Di fronte a questi numeri, il governo Meloni è costretto a muoversi su un crinale strettissimo. Stretto tra l’incudine degli impegni NATO e il martello dei vincoli di bilancio, con un’opinione pubblica divisa a metà. L’esecutivo ha scelto la via del compromesso: il Bilancio Difesa 2026 diventa così la traduzione contabile di una necessità politica, ovvero ‘rassicurare’ gli Alleati senza chiedere agli italiani di pagarne immediatamente il prezzo. Una strategia della prudenza che garantisce la navigazione a vista nel breve termine, ma che rischia di cristallizzare un ritardo strategico nel lungo periodo, proprio mentre la storia degli eventi ha ricominciato a correre.

