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Bosnia Erzegovina: guerra etnica, genocidio, responsabilità internazionali e processo di pace. A che punto siamo?

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Il giorno 8 giugno 2021 il Tribunale dell’Aja ha confermato in appello la condanna all’ergastolo per Ratko Mladic, ex capo militare dei serbi in Bosnia.  Le accuse sono riferibili al massacro di Srebrenica, all’assedio di Sarajevo e a quanto accaduto in almeno altre quindici cittadine della Bosnia-Herzegovina. Tutti gli episodi sono ascrivibili al conflitto armato in Bosnia del 1992-1995.

Il 22 novembre 2017 Mladic era stato condannato all’ergastolo, in primo grado, dal Tribunale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia (TPIY) per genocidio, crimini contro l’umanità (persecuzione, omicidio, sterminio, deportazione, atti disumani), crimini di guerra (omicidio, atti di violenza volti a diffondere il terrore tra la popolazione civile, attacchi illegali a civili, presa di ostaggi). 

Anche in questo caso, come già accaduto per il genocidio in Ruanda, la comunità internazionale e le Organizzazioni Unite vengono chiamate in causa come corresponsabili per non essere state in grado di evitare che accadesse. Ma qual è stato realmente il ruolo svolto dagli attori internazionali?

Genocidio e annientamento di genere

La difesa di Mladic ha sempre dichiarato di aver provato “in maniera inequivocabile” che a Srebrenica non si è trattato di massacro e che le vittime sono da imputarsi a scontri. Affermando inoltre che l’ex comandante nulla aveva a che fare con il genocidio. 

I processi a carico di Mladic e Radovan Karadzic, ex Presidente della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina, sono stati molto simili, nei capi di imputazione come nella loro evoluzione. Il 24 marzo 2016 il TPIY condannò Karadzic a quaranta anni di carcere per le atrocità commesse a Srebrenica, per l’assedio di Sarajevo e per le uccisioni, deportazioni e torture avvenute in tutto il territorio della Bosnia-Erzegovina durante la guerra del 1992-1995. Nel marzo del 2019 la Corte di Appello commutò la pena in ergastolo. 

Entrambi hanno ricevuto una condanna per crimini contro l’umanità per i fatti accaduti nel territorio della Bosnia-Erzegovina e per genocidio riguardo quanto accaduto a Srebrenica. 

Il 12 luglio 1995, alla resa di Srebrenica, le forze militari serbo-bosniache, capitanate dai generali Mladic e Krstic, invitarono la popolazione civile ad abbandonare il compound e raggiungere la zona all’esterno, dove ad attenderli vi erano degli autobus. 

Furono separati i maschi di età compresa tra i 12 e i 77 anni dalle femmine e dai bambini. Stando ai resoconti e ai racconti, solo a quest’ultimi fu consentito di salire sui mezzi e lasciare la città. Quanto accadde nelle successive 72 ore sembrò essere un genocidio organizzato attuatosi con lo sterminio scientifico di migliaia di uomini. Con l’aggravante che Srebrenica era e si trovava all’interno di una zona sicura, il cui scopo prioritario era proprio proteggere i civili dal conflitto. 

Comunità internazionale e ONU: Mea culpa vale come autoassoluzione?

Nel Rapporto del 1999 delle Nazioni Unite su quanto accaduto in Bosnia-Erzegovina durante il conflitto armato, l’allora Segretario Generale Kofi Annan ha affermato che «è stato un errore, un giudizio errato e l’incapacità di riconoscere la portata del male che si aveva dinanzi, la causa per cui l’Onu non è riuscita a fare bene la sua parte e mettere in salvo il popolo di Srebrenica dalla campagna serbo-bosniaca di omicidi di massa».

Nella Raccomandazione 581 del 1996 sulla situazione nella ex-Jugoslavia si legge che l’Assemblea Parlamentare dell’Unione Europea Occidentale si dichiara:

  • Profondamente turbata per la facilità con cui i Serbi di Bosnia hanno potuto impadronirsi dei Caschi Blu delle Nazioni Unite per tenerli in ostaggio e rubare armi e materiali posti sotto la loro vigilanza.
  • Costernata perché la comunità internazionale sembra impotente a impedire ai Serbi di Bosnia di continuare a massacrare le popolazioni civili nelle zone di sicurezza (come nel caso dell’attacco di Tuzla e dei bombardamenti su Sarajevo).
  • Consapevole dell’impotenza della comunità internazionale a far mantenere il cessate il fuoco preventivamente convenuto (come nel caso della regione della Krajina).
  • Rammaricata per la totale mancanza di iniziativa da parte del Consiglio dell’UEO (Unione Europea Occidentale), malgrado l’impegno preso dai governi membri con la Dichiarazione di Petersberg in materia di gestione delle crisi.
  • Stupita del fatto che, malgrado l’operazione Deny Flight, le autorità dell’Onu hanno rilevato, fino all’aprile 1995, oltre 4.290 violazioni dell’interdizione di voli militari nello spazio aereo della Bosnia-Erzegovina.

Nel medesimo documento viene anche ribadito che con la Risoluzione 836 del 1993 il Consiglio di Sicurezza aveva conferito alla Unprofor un mandato ampio, che le permetteva di ricorrere alla forza al fine di proteggere efficacemente le zone di sicurezza in Bosnia-Erzegovina. 

La Forza di protezione delle Nazioni Unite (Unprofor – United Nations Protection Force) si componeva di 38.599 militari, inclusi 684 osservatori militari Onu, 803 poliziotti, 2.017 collaboratori civili internazionali e 2.615 locali. 

Il 10 settembre 2008 la Corte Nazionale Olandese ha sentenziato la non responsabilità dello Stato per la condotta dei caschi blu olandesi presenti a Srebrenica, indicando come unica responsabile in sede di risarcimento l’Onu. La sentenza fa riferimento alla causa promossa da Hassan Nuhanović volta a ottenere un risarcimento per l’uccisione del padre, della madre e del fratello minore i quali avevano cercato rifugio e protezione nel compound di Srebrenica protetto dai caschi blu olandesi.

In seguito ai risultati emersi da uno studio condotto dal National Psychotrauma Center il governo olandese ha disposto, nel febbraio 2021, un risarcimento per i veterani caschi blu olandesi che operavano a Srebrenica, Potočari, Simin Han, Zagabria e in qualunque altro posto in Bosnia durante i fatti del 1995. L’indennizzo è stanziato a titolo di risarcimento per la mancanza di sostegno, riconoscimento e rispetto cui sono stati sottoposti i militari. 

Perchè si è trattato di un terribile genocidio

La sentenza di primo grado del novembre 2017 ha condannato Mladic all’ergastolo per il contributo e la partecipazione a 4 Joint Criminal Enterprises volte alla persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato e inumano di popolazioni, attacco alla popolazione civile e presa in ostaggio di personale Onu. Per i fatti di Srebrenica fu accusato di genocidio. Accusa che invece decadde riferita alla generalità delle azioni compiute durante la guerra. 

La sentenza in appello del giugno 2021 invece lo condanna per tutti gli 11 capi d’accusa, compreso quindi il genocidio riferito al complesso delle azioni criminali avute luogo in Bosnia tra il 1991 e il 1995.

In caso di genocidio, l’intenzione non deve necessariamente presupporre la premeditazione dell’atto da parte dell’esecutore, bensì l’esistenza di un piano, di cui l’esecutore è a conoscenza. Deve quindi esistere un nesso tra l’atto individuale e l’azione collettiva, l’atto criminale deve essere collocabile in un contesto di violenze sistematiche e dettagliate. 

Una parte delle incriminazioni contro l’ex presidente jugoslavo Milosevic parlava di «partecipazione a un’organizzazione criminale il cui scopo era il trasferimento forzato e permanente fuori dalla Bosnia dei non serbi».

Nei discorsi, riportati nella sentenza di condanna, Karadzic affermava che serbi, croati e musulmani non erano fratelli e mai avrebbero potuto convivere in uno stato democratico, essendo come l’olio e l’acqua che mai si mescolano («we are really something different, we should not hide that. We are not brothers. We are three cultures, three people and three religions. […] They lived together only when occupied or under a dictatorship»). Nel disegno della Grande Serbia non sembrava proprio esserci spazio per i Bosniaci musulmani, che dovevano quindi essere trasferiti tutti fuori dal territorio serbo-bosniaco, progetto iniziato ancor prima  del conflitto armato. 

Serbi, croati e musulmani sono davvero impossibilitati alla pacifica convivenza?

L’Accordo di Dayton, siglato nel novembre 1995, prevedeva la suddivisione del territorio della Bosnia in due distinte entità statali: la Federazione Croato-Musulmana e la Repubblica Serba. La divisione etnica permane sia nella struttura della Presidenza (un organismo collegiale composto da tre membri eletti dalle rispettive nazionalità), sia nella struttura del Parlamento con Camera dei popoli e Camera dei rappresentanti i cui seggi sono tripartiti in misura eguale. 

La struttura tripartita persiste ancora oggi e, se da un lato appare studiata per far convergere interessi e diritti di tutti, dall’altro sembra alimentare essa stessa rivendicazioni e odio etnico. Un sistema che, dietro le rivendicazioni territoriali e le questioni infrastrutturali ed economiche, sembra voler celare il fallimento della ricostruzione post-bellica e una forte crisi identitaria generalizzata. 

Fanno sempre molto discutere le dichiarazioni di Milorad Dodik, membro serbo della presidenza tripartita. Il quattro ottobre 2021 ha annunciato l’intenzione di voler revocare il consenso all’esercito congiunto, dichiarazione che lascia presupporre l’intenzione di voler creare un’armata indipendente da quella federale. Lo scorso luglio l’ex Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina, Valentin Inzko, ha fatto approvare una legge che vieta la negazione del genocidio di Srebrenica. Resasi necessaria proprio per l’insistente reticenza di tanti ad ammettere l’accaduto. 

Il Paese continua ad essere frammentato a causa delle tensioni interetniche e da un sentimento di appartenenza basato principalmente sull’etnia. Eppure, a ben guardare, sono diversi i punti in comuni o che accomunano le tre principali etnie. Non da ultimo la vicinanza lessicale tra i vari idiomi parlati che sembrano varianti dialettali di un’unica lingua, eppure formalmente in Bosnia esistono tre lingue ufficiali (bosniaco, serbo e croato). In più i giovani di ciascun gruppo etnico tendono, o sono indotti, a frequentare corsi scolastici separati, nei quali vengono insegnate differenti versioni della storia del Paese e delle cause stesse della guerra civile.

Nonostante l’impegno profuso da tutte le maggiori organizzazioni internazionali, che ne hanno sostenuto il processo di riconciliazione, securitizzazione e di state-building anche nella prospettiva di una stabilizzazione e di una europeizzazione dell’intera regione balcanica, la Bosnia non sembra essere riuscita a superare i vincoli ingenerati dalla architettura istituzionale stabilita dal trattato di Dayton.

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